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128 polinice

non son gli addobbi, onde vestito venga

al fratello il fratello
Polin.  E chi di ferro
me veste, altri che tu? Dimmi; quel giorno,
che in queste soglie, di un fratello a nome,
venía chiedendo il mio regno Tidéo,
recava (dimmi) ei nella destra il brando,
o il pacifero ulivo? A lui si diero
parole il dí; ma, nella infida notte,
al suo partire, insidíosa morte
se gli apprestò di furto. Ei soggiacea,
misero! se men prode era, ed invitto.
Quanto accadde al mio messo, assai mi accenna,
che in questa reggia alta ragion fian l’arme.
Gioc. Deh! ciò non dir: non v’hai tu madre in questa
reggia? e, finché ve l’hai, ti estimi inerme?
Ecco il tuo scudo, miralo, il mio petto;
questo mio fianco, che ad un tempo entrambi
voi giá portò: deh! l’altro scaglia; ai nostri
caldi amplessi ei s’oppon; tacito dirne
par, che nemico infra nemici stai.
Eteoc. Né tu segno aspettar da me di pace,
se pria non apri il pensier tuo; se il dritto
pria non esponi, onde ti attenti in Tebe
suddito cittadin tornarne in armi.
Polin. Narrar mio dritto a chi sol forza è dritto,
mal potrei, se con me forza non fosse.
Grecia il sa tutta; e tu nol sai? tu il chiedi? —
Io dirtel vo’: regnasti; e or piú non regni.
Eteoc. Folle, il saprai, s’io regno.
Polin.  Hai scettro, e nome
finor di re; fama non n’hai, né fede.
Io che non son spergiuro, a te il mio trono,
volto l’anno, rendea: di’, non giurasti
tu pur lo stesso? Il mio giurar mantenni;
il tuo mantieni. — Il mio retaggio chieggo: