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atto secondo 127

virtú non far contra un fratello pompa.

Uman ti mostra, e generoso, e pio;
madre non vuol dal figlio altra virtude:
forse a te par virtú di un re non degna?
Eteoc. Non degna, no, se di timore è figlia. —
Brevi udrai mie parole: al tuo cospetto
ragion, se il puote, ei del suo oprar darammi.
Madre, vedrai, ch’alma ho regal; ch’io tengo
l’onor piú in pregio, che la vita e il regno.


SCENA TERZA

Polinice, Giocasta, Eteocle.

Gioc. Oh da gran tempo invan bramato figlio!

Pur ti riveggo in Tebe!... Al fin ti stringo
al sen materno... Oh quanto per te piansi!...
Or di’: miglior fatto ti sei? chiedesti
la madre; eccola: in lei l’orrido incarco
di fraterna querela a depor vieni?
Deh! dimmi; a me, consolator ne vieni,
o troncator de’ miei giorni cadenti?
Polin. Cosí pur fossi al tuo pianto sollievo,
madre, com’io il vorrei! Ma, tale io sono,
che meco apporto, ovunque il passo io volga,
l’ira del cielo. Ancor, pur troppo! o madre,
lagrime assai dovrò fors’io costarti.
Gioc. Ah no! fra noi non di dolor si pianga;
di gioja, sí. Vieni; al fratel ti appressa;
mi è figlio, e caro, al par di te: se nulla
ami la madre, placido a lui parla;
porgigli amica destra; e al seno...
Eteoc.  Or, dove
t’innoltri tu? Guerrier, chi sei? quell’armi
io non ravviso. — Il mio fratel tu forse?
Ah! no; che spada, ed asta, ed elmo, e scudo,