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122 polinice

l’infame via sgombrarsen col tuo sangue.

Eteoc. Certo, e mestier gli fia berselo tutto;
che la mia vita, e il mio regnar, son uno.
Suddito farmi, io, d’un fratel che abborro,
e vie piú sprezzo? io, che l’ugual non veggio
Sarei pur vil, se allontanar dal soglio
potessi anco il pensiero. Un re, dal trono
cader non debbe, che col trono istesso:
sotto l’alte rovine, ivi sol, trova
morte onorata, ed onorata tomba.
Creon. In te, signor, riviver veggo intero
l’alto valor de’ tuoi magnanimi avi.
Per te fia il nome di figliuol d’Edippo
tornato in pregio, e da ogni macchia terso.
Re vincitor, fama null’altra ei lascia
di se, che il vincer suo.
Eteoc.  Ma, ancor non vinsi.
Creon. T’inganni assai; giá, non temendo, hai vinto.
Eteoc. Che val lusinga? A tal mi veggio omai,
che fra i dubbi di guerra a me non resta
altro di certo, che il coraggio mio;
né a sperar altro, che vendetta, resta.
Creon. Re sei finora: invíolabil fede
per me, per tutti, io quí primier ti giuro.
Pria che a colui servir, cadrem noi tutti
vuoti di sangue e d’alma. Ove fortuna
empia arridesse al traditor, sul solo
cener di Tebe ei regnerá. — Ma, forse
tu il pensier ritrarrai da aperta guerra,
se dei fidi tuoi sudditi pietade
te stringe. Ah! solo, chi t’insidia, pera.
Tua sicurezza il vuole; e il vuol piú ancora,
ragion di stato. Ad un fratello cruda
parrá pur troppo d’un fratel la morte;
ma, parer men crudele, o ingiusta meno,
lunga feroce guerra a un re potrebbe?