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118 polinice

Antig.  Ei, l’aspra sorte,

e il lungo esiglio, ed i negati patti,
a sopportar non ebbe. Ah! madre; in breve,
qual piú tra loro abbia virtú, il vedrai.


SCENA SECONDA

Eteocle, Giocasta, Antigone.

Eteoc. Eccolo, ei vien quel Polinice al fine;

ei vien colui, che tua pietá materna
primo si usurpa. Il rivedrai, non quale
di Tebe uscia: ramingo, esule, solo;
non qual mi vide ei ritornar nel giorno,
ch’io a lui chiedeva il pattúito trono:
torna egli a noi con la orgogliosa pompa
di possente nimico: in armi ei chiede
l’avíto seggio al proprio suo fratello:
bramoso e presto a incenerir si mostra
le patrie mura, i sacri templi, i lari,
la reggia, in cui le prime aure di vita
pur bevve; questa, che fratelli, e madre,
e genitor racchiude; e quanto egli abbia
di sacro, e caro. — Ogni ragion riposta,
ogni legge, ogni speme, egli ha nel ferro.
Gioc. Vera è la fama dunque? Oh cielo! in armi
al suol natío...
Eteoc.  Non è, non è costui
tebano omai; si è fatto Argivo: Adrasto
diè lui la figlia, ed ei daragli or Tebe.
Come ei calpesti il suol natio, dall’alte
torri, se ciò mirar ti piace, il mira:
vedi ondeggiar ne’ nostri campi all’aure
di un tuo figlio le insegne; ampio torrente
vedi il piano inondar d’armi straniere.
Gioc. Non tel diss’io piú volte? a ciò lo traggi