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6 LETTERA DI RANIERI CALZABIGI


È dunque secondo me incontrastabile, che il teatro fisso forma principalmente i poeti e gli attori; e che gli attori e i poeti si perfezionano scambievolmente. Onde qualora un principe italiano desiderasse d’introdurre nel suo Stato l’utile e dilettevole drammatica, converrebbe che cominciasse a stabilire un teatro continuo e permanente. Dovrebbe poi unire un numero de’ migliori attori che trovar si potessero; scegliendo nelle compagnie, che corrono per le città, que’ rarissimi che pronunzian bene la lingua, che hanno un personale grazioso e disinvolto, una bella voce, ed una qualche intelligenza, o naturale, o acquistata. Sarebbe soprattutto necessario, che unisse delle donne, nelle quali queste doti concorressero; liberandole dalla diffamazione, a cui, non si sa perché, sono state da noi condannate tutte quelle che salgono in scena, senza far distinzione alcuna ragionevole fra loro per la condotta e il costume. Stipendiata poi sufficientemente questa truppa cosí ben scelta, e formato un giudizioso repertorio di tragedie e comedie, o proprie nostre, o con forza e vaghezza tradotte, con opportuna distribuzione di parti, ogni giorno si dovrebbe far comparire in teatro a recitarle; quando prima coll’assistenza d’intelligenti direttori le avesse bastantemente concertate per la veritá della declamazione, del gesto, e de’ movimenti teatrali. Da questo cosí ammaestrato spettacolo, frequentandolo i giovani poeti, si troverebbero insensibilmente istruiti nel maneggio delle passioni, nella sceneggiatura, ne’ piani tragici, e in quanto può contribuire a produrre eccellenti tragedie: non trascorrerebbero dietro agl’impeti della sregolata immaginazione; imparerebbero il vero linguaggio naturale della scena; ed a poco a poco giungerebbero a quella perfezione, che in Italia ora appena si conosce.

Sprovveduti di tutto i nostri poeti, ed in particolare di questo essenzialissimo specchio del permanente teatro, in cui vedere

Quid sit pulchrum, quid turpe, quid utile, quid non;

pure si accingono, per nostra disgrazia, a comporre la tragedia. Pensano che quando hanno osservate le prescritte regole, han fatto tutto; e non si avveggono che sono pigmei, che pazzamente imprendono a maneggiare la clava d’Ercole: non riflettono che

Non satis est dixisse: Ego mira poemata pango: