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aveva largamente sfruttati i Dialoghi nella sua Dèlie, la scuola lionese aveva largamente operato questa divulgazione.

Anche maggior fortuna ebbero i Dialoghi in Ispagna, dove il libro interessava non solo per l’argomento, ma per la personalitá dell’autore e per la sintesi di ebraismo e di platonismo italiano, cioè di due fondamenti essenziali della Rinascenza spagnuola. A promuoverne la diffusione nella penisola iberica giovò anzitutto una traduzione uscita a Venezia nel 1568, opera di Gedaliah ibn Jachjah (al. Guedello Yahia), dotto cabalista1: Los Dialogos de Amor de Mestre Leon Abarbanel Medico y Filosofo excellente. De nuevo traduzidos en lengua castellana y deregidos a la Magestad de rey Filippo2. Ma la prima traduzione stampata in Ispagna usci a Saragozza nel 1584 (dal tip. Angelo Tavanno), e vi fu anche ristampata nel 1593: essa porta il titolo, scambiato poi talvolta per l’autentico3, di Philographia Universal de todo el mundo, de los dialogos de Leon Hebreo, traduzida de Italiano en Espahol, corregida y anadida por micer Carlos Montesa... de Çaragoça (in-4, pp. 27 + 263 doppie). Ma la versione era stata giá iniziata dal padre del traduttore Hernando de Montesa, nel suo soggiorno a Roma al seguito dell’ambasciatore di Spagna don Diego de Mendoza, sotto il pontificato di Giulio III (1550-’55): il Carlos Montesa, recatala a compimento, vi premise una Apologia en alabanga de amor, una prefazione con le notizie alquanto cervellotiche di cui abbiamo discusso piú sopra, e ritoccò il testo in modo da attenuarne gli spunti teosofici e cabalistici e da poter scrivere sul fron-

  1. Il quale nella sua Schaísceleth ha-kabbalah («Catena della tradizione»), (Venezia, 1587, p. 64 b), ricorda il figlio di Isacco Abarbanel come un saggio e filosofo di straordinario valore, «il quale scrisse un libro italiano, intitolato “Dialoghi di Leone il Giudeo”, in cui si vede tutta la grandezza della sua filosofia»: ma non parla di questa sua traduzione, che del resto è apparentemente anonima. Ciò ha indotto taluno a identificarla con quella del Costa (cfr. Graesse, l. c.); ma questa invece rimase inedita.
  2. V. per questa e le seguenti versioni la bibliografia del Menendez y Pelayo, Historia de las ideas est. III 3, pp. 14-18 n.
  3. P. es. da Rabbi Imanuel Aboab, Nomologia o Discursos legales (1625; ed. 1629), p. 303: «el señior don Jehudah Abravanel, que compuso la Philografia..., en que mostrò su extrema sabiduria... imita perfectamente á Platon; y dizen por el lo que por nuestro antigo Philon: “Aut Plato philonizat aut Philo platonizat”»; e da Menasseh ben Israel, De fragililate Humana (Amstelodami, 1642), p. 37: «opinio... don Ishac Abarbanel et filii eius Leonis Hebraei, in sua Philographia, sive Dialogo de Amore».