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versione che ne ha dato (in tedesco) il Pflaum1: ma poiché la prima è soltanto il saggio di uno straniero, mosso dal nobile desiderio «di dare forma italiana alla pubblicazione delle opere di Leone Ebreo», e la seconda è limitata ad un solo componimento, la mia fatica potrá apparire, se non nuova, utile almeno.


Come si vede, tutta la fama di Leone poggiava e poggia, in sostanza, sui soli Dialoghi d‘Amore: ma non lui, che ne dovette portar seco, qual prezioso tesoro, il manoscritto nelle molteplici peregrinazioni, non lui potè pubblicarli. Qualche anno dopo la sua morte il manoscritto era nelle mani di un Mariano Lenzi, non altrimenti conosciuto, se non forse come familiare di Francesco Pico2; il quale li pubblicava, traendoli «fuora de le tenebre in che essi stavano sepolti», dedicandoli alla «valorosa donna» Aurelia Petrucci, del pari a noi ignota. Non si può dire con sicurezza che il Lenzi fosse amico di Leone: poiché egli parla solo di volersene obbligare l’ombra, che si rallegrerá della dedica a tanto alta persona; ma che meriti di tal genere siano opera d’amico piuttosto che di estraneo, è abbastanza evidente3.

Uscivano pertanto a Roma nel 1535 i Dialoghi in edizione oggi assai rara, unico fondamento di tutte le edizioni posteriori, con il semplice titolo di Dialogi d’Amore | di mae | stro Leone medi | co hebreo: bel volume in-4, opera dell’insigne tipografia del Blado. Sul verso del frontespizio si legge: «Con gratia, et prohibitione del sommo Pontefice, de l’eccelso Senato di Venetia, de l’Illustrissimo Duca di Milano, de l’Illustrissimo Duca di Fiorenza, et altri Principi d’Italia, che nissuno possi stampare detta opera sotto le pene che ne’lor privilegii si contiene». Segue in due facciate senza numerazione la dedica del Lenzi; poi si hanno i tre dialoghi, con numerazione separata e nel solo recto delle pagine, il primo di pp. 1-37, il secondo di pp. 2-75 (la pag. 1 porta l’elenco dei fogli del dial. I), il terzo di pp. 1-154. A pag. 154b e nella facciata di contro (s. n.) si ha un’errata-corrige, con questa premessa:

«Ancor che si sia usata assai diligenzia, non s’è potuto

  1. Soncino-Blätter cit., I (1925-’26).
  2. S’incontra infatti un Marianus vester vel potius noster in (Fr.) Pici, Opera (Basilea, 1571), t. II, p. 1313.
  3. Vedi tutta la dedicatoria del Lenzi (in questo vol., pp. 1-2), e particolarmente la chiusa.