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390 iii - de l’origine d’amore

immagine de la persona amata s’adora ne la mente de l’amante per divina, quanto la bellezza sua de l’anima e del corpo è piú eccellente e consimile a la bellezza divina e in lei piú reluce la sua somma sapienzia; e ancora con questo si giunta la natura de la mente de l’amante che la riceve, però che se in quella la bellezza divina è molto sommersa e latente, per essere vinta da la materia e corpo, se bene l’amato è molto bello, in lei può poco deificare, per la poca divinitá che in quella mente luce; né ancora quella può vedere nel bello amato quanta sia la bellezza sua, né può conoscere il grado della sua bellezza: onde raro è che l’anime basse e sommerse in materia amino grandi e vere bellezze, e che l’amore loro sia grandemente eccellente. Ma quando la persona amata bellissima è amata da anima chiara e levata da la materia, ne la quale la somma bellezza divina sommamente riluce, allora è grandemente deificata in lei, quale l’adora sempre per divina, e l’amore suo verso lei è grandemente intenso, efficace e ardente. Il mio di te, o Sofia, il fa grandemente divino la molto illustre bellezza tua spirituale e corporale; e se bene la chiarezza de la mia mente non è proporzionata e capace a deificarla quanto converrebbe, la eccellenzia di tua bellezza supplisce al mancamento de la mia oscura mente.

Sofia. Non bisogna adunque ch’io ami il non vero adulatore, poi che l’amore il porge; né ancora è errore, poi che de la natura del bello e de l’anima proviene. Ma io, di questa mia trasformazione d’umana in divina, ben veggo che ne è piú presto causa la divinitá de la tua sapiente mente che mia infima bellezza.

Filone. Questo inganno tuo verso di me vorria che fusse piú presto in farti con l’animo amarmi per tale qual saria conveniente se ’l credessi, che con la lingua dirmelo; e se pure noi credi, come è giusto, non puoi negare che la somma bellezza divina, che è maggiore e piú eccellente di tutte in infinito, non sia retirata da l’amore di una mente umana bassa e finita, se l’ama, a riamarla e retirarla (mediante l’amore che quella gli porta) in la sua felicissima dilettazione unitiva. Tu che fra gli