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222 iii - de l’origine d’amore


Filone. Non men vero che sottile è questo tuo detto, che il proprio e ultimo fine ne l’opere d’ogni agente sia sua perfezione, suo piacer, suo bene e finalmente sua felicitá; e non solamente il bene, che vuole l’amante per il suo amico o amato, è per il piacer che lui riceve in quello, ma ancor perché lui riceve quel medesimo bene che l’amico e l’amato riceve, come sia che lui [non] solamente è amico del suo amico, ma un altro lui stesso: onde i beni di quello sono propri suoi, si che, desiando il ben de l’amico, il suo proprio desia. E tu sai che l’amante si converte e trasforma ne la persona amata: onde dirotti che i beni di quella son piú veramente suoi che li propri suoi, e piú veramente suoi che di quella, se la persona amata ama reciprocamente l’amante, perché allora il ben d’ognun di loro è proprio de l’altro e alieno da se stesso; onde li due che mutuamente s’amano non son veri due.

Sofia. Ma quanti?

Filone. O solamente uno, o ver quattro.

Sofia. Che li due siano uno intendo, perché l’amore unisce tutti due gli amanti e gli fa uno; ma quattro a che modo?

Filone. Trasformandosi ognuno di loro nell’altro, ciascuno di loro si fa due, cioè amato e amante insieme: e due volte due fa quattro; si che ciascuno di loro è due, e tutti due sono uno e quattro.

Sofia. Mi piace l’unione e multiplicazione de li due amanti; ma tanto piú mi par strano che Aristotile dica che una delle sorti d’amore sia voler bene per altrui.

Filone. Giá presuppone Aristotile ch’il fine de l’amore sempre sia il bene de l’amante: ma questo o è ben suo immediate ovvero ben suo mediante altrui, amico o amante; e lui dichiarò che l’amico è un altro se stesso.

Sofia. Questa glosa de la diffinizione d’Aristotile te la consentirò: ma quando cosí sará intesa, non includerá giá l’amor d’Iddio, come dicevi.

Filone. Perché?

Sofia. Però che se Iddio ama il ben de le sue creature (come dici), amando quello amaria il ben suo, e non solamente