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218 iii - de l’origine d’amore

si chiama amore, ché quel che si termina ne l’amato si chiama amicizia e benivolenzia. Questo rettamente lui diffinisce che è desiderio di bellezza. Tale amore dice che non si truova in Dio, però che quel che desia bellezza non l’ha né è bello, e a Dio, che è sommo bello, non gli manca bellezza né la può desiare, onde non può avere amore, cioè di tal sorte. Ma [a] noi, che parliamo de l’amore in comune, è bisogno comprendere egualmente quel che si termina ne l’amante, che presuppone mancamento nell’amante e quel che si termina nell’amato, che presuppone mancamento ne l’amato e non ne l’amante: e perciò noi non l’abbiamo diffinito desiderio di cosa bella (come Platone), ma sol desiderio d’alcuna cosa, o ver desiderio di cosa buona; la quale può essere che manchi a l’amante, e può essere che non manchi se non a l’amato, come è parte de l’amor del padre al figlio, del maestro al discepolo, de l’amico a l’amico, e tale è quel d’iddio a sue creature: desiderio del ben loro, ma non del suo. E di questa seconda sorte d’amore concede e dice Platone e Aristotile, che gli ottimi e sapienti uomini sono amici d’iddio e da lui molto amati, però che Iddio ama e desidera eternalmente e impassibilmente la loro perfezione e felicitá; e giá Platone dichiarò ch’il nome d’amore è universale a ogni desiderio di qual si voglia cosa e di qual si voglia desiderante, ma ch’in specialitá si dice solamente desiderio di cosa bella: si che lui non escluse ogni amore d’Iddio, ma sol questo speciale, che è desiderio di bellezza.

Sofia. Mi piace che Platone resti verace, che non si contradica; ma non pare giá che la diffinizione, che lui pone all’amore, escluda l’amor d’Iddio (come lui vuole): inferire anzi mi par che non meno il comprenda che la diffinizione che tu gli hai assignata.

Filone. In che modo?

Sofia. Che cosí come tu (dicendo che l’amore è di cosa buona) intendi o per l’amato, che gli manca, o ver per altra persona da lui amata, a la qual manchi; cosí dicendo io che amore è desiderio di cosa bella (come vuol Platone), intenderò