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172 iii - de l’origine d’amore


Filone. Se tu noi sai, sapere il doveresti.

Sofia. Perché?

Filone. Però che quello che conosce la causa conoscer deve l’effetto.

Sofia. E come sai ch’io conoschi la causa di tue meditazioni?

Filone. So che te stessa piú che altrui conosci.

Sofia. Se bene io mi conosco, ancorché non cosí perfettamente come vorrei, non però conosco ch’io sia causa de [le] tue astratte fantasie.

Filone. Usanza è di voi altre belle amate, conoscendo la passione degli amanti, mostrar di non conoscerla: ma cosí come sei più bella e generosa che l’altre, vorrei che fusse piú verace ancora, e poi che il proprio è d’esser senza macula, che la comune usanza in te non causasse difetto.

Sofia. Giá veggo, o Filone, che non trovi altro espediente per fuggire le mie accusazioni, se non recusandomi. Lassiamo stare s’io ho notizia de le tue passioni o no: dimmi pur chiaro, che ti faceva ora cosí cogitabundo?

Filone. Poi che ti piace ch’io esprima quel che tu sai, ti dico che la mente mia, ritirata a contemplar, come suole, quella formata in te bellezza, e in lei per immagine impressa e sempre desiderata, m’ha fatto lassare i sensi esteriori.

Sofia. Ah ah, rider mi fai! Come si può con tanta efficacia imprimere ne la mente quel che, stando presente, per gli occhi aperti non può intrare?

Filone. Tu dici il vero, o Sofia: ché, se la splendida bellezza tua non mi fusse intrata per gli occhi, non me ne arebbe possuto trapassar tanto, come fece, il senso e la fantasia, e penetrando sino al cuore non aria pigliata per eterna abitazione (come pigliò) la mente mia, impiendola di scultura di tua immagine; ché cosí presto non trapassano i raggi del sole i corpi celesti o gli elementi che son di sotto fino a la terra, quanto in me fece l’effigie di tua bellezza, fin a ponersi nel centro del cuore e nel cuore de la mente.

Sofia. Se fusse vero quel che tu dici, tanto sarebbe di mag-