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narrazioni di simili viaggi straordinari hanno, coin’è noto, grandissima parte nella letteratura novellistica e leggendaria del m. e. (cfr. Rajna, La nov. boccacc. del Saladino e di m. Torello, nell ’Antol. d. nostra crit. lelt. mod. del Morandi ", pp. 323-34). — «Tra Lodi e Pavia» : allusione ai molti corsi d’acqua tra queste cittá, che interrompono naturalmente, o rallentano, la strada tra l’nna e l’altra; un’espressione analoga presso il Faitinelli, son. in, 9-11. Il vedere nei nomi delle due cittá un significato riposto («l’odire» e «l’andar via»; cfr. Rossi, in Giorn.

s/or., XLIX, 393) è spiegazione troppo sforzata.

CXXX 1 I. — «Lellè!» («leva leva!») era il grido prescritto dagli Statuti senesi ai servitori, che correvan a briglia sciolta perla cittá (Zdekauer, La vita priv. dei sen. nel Dug., p. 51). — Radda: castellare del Chianti, contro cui i senesi fecero nel 1230 una cavalcata. Ma l’allusione è incomprensibile.

CXXXIV. — * Uvile» o «Ovile» : nome d’uti rione e d’una piazza in Siena, dove si soleva probabilmente fare il giuoco qui ricordato, il quale è certo quel della palla, che si presta nel modo piú naturale alla similitudine di C. ; non quello «d’uti vii», secondo l’emendamento, inutile, del Pèrcopo (cfr. Rass. crit. d. lelt. il., XIII, 66-7), ossia d’un giullare-prestigiatore, che avrebbe fatto... comparire e scomparire la propria testa!—Sulla leggenda di Cola Pesce (v. 14) si veda G. Purè, Studi di legg. pop. in Sicilia, p. 1 sgg., e B. Croce, Storie e legg. napol., pp. 266-73.

CXXXV. — Accennando appena all’insostenibile opinione del D’An cena (op. cit., pp. 185-7 e 255-6), secondo il quale il son. sarebbe responsivo a un altro, in cui Dante avrebbe additato all’amico un ignoto «mariscalco» come piú nobile argomento di poesia, che non la Becchina (opinione, che si fonda, per giunta, sopra una falsa lezione del primo verso: cft . p. 91); e sorvolando sulla non felice congettura del Barbi (Bull. d. Soc. dant., N. S., XI, 20, n. 2), pel quale «Dante Alighieri» del v. 2 sarebbe, non vocativo, ma genitivo congiunto asindeticamente e con ellissi della preposizione al genitivo precedente «ili Becchina» (onde C. avrebbe voluto dire che nel suo «trovare» Dante aveva quasi tanta parte, quanta Becchina); l’interpretazione oggi comunemente ammessa (cfr. Zingarei.i.i, Dante , p. 720; Torkaca, Bull. d. Soc. dant., X. S., X, 175; Rossi, Giorn. slor., XLIX, 393-5; Pèrcopo, Rass. crit., XIII, 69) è quella del Del Lungo (Da Bon. VIII ad Arr. I TI, pp. 414-7), il quale volle vedere nel son. un’allusione alla vita galante, che avrebbe menato a Firenze il catalano don Diego de Larhat, «mariscalco per lo re Roberto» dal 1305 in poi, e protagonista anche d’una novella del Decameron (VI, 3). Sennonché dal v. 9 appar chiaro che il son. fu inviato a Dante in Firenze (cfr. Sanesi, Bull. d.

Sue. dant., N. S., XIV, p. 32): dunque prima del novembre 1301. D’altra parte, il «bon re Carlo» (v. 13) non può essere se non Carlo II d’Angiò, e Carlo, non semplicemente principe di Salerno, come lo chiama p. e. il Villani (VII, 130) a proposito del suo viaggio a Firenze al principio di