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si che l’ombra sua s’aggiri ancora presso il luogo della sua ultima e infame diinora».

5. — Messer Simon Donato (sul cui onore coniugale l’A. scherza irriverentemente) e monna Tessa furono i genitori di Forese e di Corso e Sinibaldo (v. 12): genitori e figli, al dir di Dante, degni gli uni degli altri in fatto di ladrerie. Pare infatti che Simone fosse proprio colui, che, mercé la contraffazione di Gianni Schicchi (In/., XXX, 42-5), carpi l’ereditá di suo zio Buoso di Vinciguerra Donati ; e quasi certamente fratello di Simone fu l’altro Buoso Donati, pure ladro famoso (In/., XXV, 140; per queste notizie cfr. M. Barbi, in Bull. d. Soc. dant., N. S., XXIII, 126 sgg.): di qui possiamo farci un’idea di ciò, che l’A. pensava sul valore morale della famiglia di Forese.

6. — Dante ha negato che l’amico sia veramente figlio di m. Simone: Forese, per converso, dice che Dante è vero figlio di Alighiero, e tale s’è mostrato quando, invece di vendicar l’ingiuria atroce (quale?), che era stata recata al padre e che solo il sangue avrebbe potuto lavare, s’era rappaciato, per viltá, con gli offensori.

VII

CECCO ANGIOLIERI

I. — Nelle quartine il dialogo si svolge tra C. e un passante, che s’allontana poi con un’imprecazione: nelle terzine subentra la donna del p. (cfr. Rossi, in Giorn. stor., XLIX, 389-90).

V. — Negli anni avanti e dopo il 1291 (cfr. son. xxxvm, 13-4) C. ebbe per amasia Becchina (diminutivo di Becca), figlia d’un Benci cuoiaio (xxiv, 5; xxxii, 5-6), e maritata a un tale, che non le risparmiava maltrattamenti e percosse (lviii, 11-2; lix, 1 e 8-11).

IX. — Il Moco del v. 2 potrebb’esser un Moco di m. Pietro Tolomei, nominato dal 12850 morto dopo il 130Ó. — Su Ciampolino, cfr. l’annot. al son. cxxiv. — Mino di Pepo d’Accorridore Petroni dovè godere d’una certa agiatezza, perché tra il 1305 ed il ’7 fece vari acquisti d’immobili. — I vv. 7-8 pronosticano il rogo a un eretico (cfr. D’Ancona, Si. di crii . 2 , I, 185); ma identificare Migo non è possibile.

XX. — Suicidii pei impiccagione eran frequenti a Firenze nel sec. XIII. «De’ fiorentini è proprio vizio d’appiccare se medesimi», dice Iacopo di Dante (Rocca, Di alcuni commenti antichi alla Div. Comm., p. 32); e il Boccaccio (Com., ed. Guerri, III, 154): * quasi come una maladizione mandata da Dio, nella cittá nostra piú se ne impiccarono». Cfr. Barbi, in Bull. d. Soc. dant., N. S., VI, 204.

XXIV. — Mita potrebb’essere la cognata di m. Mino Zeppa: una Mita