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54 ii - pulzella gaia


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Ma quel castel sí era ben armato,
e dentro v’era molta buona gente.
Non li valea ’l combatter d’alcun lato;
quella battaglia non curava niente.
Lo romore era sí grande levato,
che la Pulzella Gaia ben lo sente.
Nella prigione tutta si smarria
di tal romore com’ella si udia.
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Una donzella della savia fata,
che tuttavia li porta la minestra,
andò alla prigione in quella fiata.
Disse: — Pulzella Gaia, ora stai destra.
Io si ti dico, e faccioti avvisata
che l’angiolo di Dio di te fa inchiesta.
Or stai allegra, e non temer ad ora,
ché di prigione tosto uscirai fuora. —
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E la Pulzella si prese a parlare,
e sí li disse: — O compagna mia cara,
io ti priego per Dio, non mi gabbare.
Era Gaia: mò son di gioia avara.
Cosí non va; di ciò falla mia madre,
che mi fa star in pena tanto amara.
Non mi gabbare piú, ch’e’ mi rincresce:
io prima era Pulzella, e mò son pesce. —
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Quella rispose: — Io non ti gabberaggio;
di te ne porto doglia dolorosa,
e sempre sarò grama nel visaggio,
s’io non ti vedo, dolce amor, gioiosa,
come solea veder lo tuo visaggio.
Ma t’imprometto, donna dilettosa,
ch’i’ho veduto di fuor del castello
quel cavaliero poderoso e bello. —