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E. —Codice Bigazzi 213 della Biblioteca Moreniana (proprietá della prov. di Firenze) — È un ms. cartaceo della fine del sec. xv o dei primi anni del sec. xvi, legato tra due assicelle di legno, di cc. 150 nuovamente numerate, piú vii in fine. Non v’è dubbio che fu scritto nel territorio pisano-lucchese, come dimostra lo scambio costante dello «z» e dell’«s», in «sita» (zita), «sambra» \zambra), «caressa» (carezza;, «letisia» (letizia), ecc., e per contro «mizura» (misura), «tezoro» (tesoro), «chazo» (caso), «uziate» (usiate), «Lu- zingnacha» (Lusignacca). A Pisa ci richiama anche il poemetto del Giuoco del Mazza scudo (cc. 82-89), e l a nota che vi si riferisce alla fine della c. 82 b: «Inchomincia il giocho del massa schudo 0

lo quale si solea fare im-Pisa, restossi di giochare in del m. cccc .

vij». Il cantare della Donna del Vergiti comincia a c. 20 e segue fino a c. 31, a tre ottave per pagina, ed è cosi intitolato: «qui inchomincia la donna del verzú». Il cantare conta 68 ottave: man- cano le ott. 67 e 68 della mia edizione e vi è in piú un’ottava (64 bis], di cui parlerò piú innanzi. Il testo è molto piú corretto di quello riccardiano, ma è pur sempre ben lontano dall’originale. Non vi si contano i versi ipermetri, non giá per errore del poeta, ma per sciatteria del copista. Nell’ottava 19 i vv. 4 e 6 sono fuori di posto; nell’ott. 35 un verso è interamente rifatto, e ne vien meno la rima («usa»: «mizura»); nell’ott. 38 in luogo del «fiume» di luce del paradiso, abbiamo un «lume» di luce rilucente, e poi «chostui» (xxxviii, 6) per «chostume» in rima; «duchera» (xli,6) per il «duca ch’era a tavola», ecc. È curioso il fatto che di un cantare, che ebbe una cosi larga celebritá nel Trecento, non possediamo se non due soli manoscritti; e questi sono tutti due pisani. Fruosino da Verazzano è vera- mente fiorentino; ma la Donna del Vergiti la trascriveva a Pisa nel luglio del 1481, essendo castellano del Palazzotto, come abbiamo udito da lui medesimo. Perché poi la mia pellegrina rondinella leggendaria si sia annidata a Pisa, non saprei dire davvero. F. — Questo è un codice che io non ho visto e non so dove sia. Ne parla il Passano: «Il r. p. Sante Mattei carmelitano conserva un frammento di manoscritto contenente questa novella, col quale in piú luoghi si potrebbe emendare la stampa. V’ha pure un’ot- tava di piú [che non ho riprodotta nella mia ediz., perché la giu- dico un’inutile aggiunta, sebbene sia riferita anche da E] ed è la seguente :