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e disse: — Io t’ho contato le fattezze.
O cavalier, se ti vuoi dipartire,
deh! usa lealtá e gentilezze,
e cui te serve, nollo disservire;
ché lo vantare giá non è prodezze
e non è lealtá, a non mentire.
Avisati scampare a questo tratto;
un’altra volta non esser si matto.
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Ed io ti donerò uno scaggiale
e un ricco anello ch’ella porta in dito:
guardalo ben, ché gran tesoro vale,
con altre gioie che ci han del marito. —
Guarnier gli disse: — Questo dono è tale,
che riccamente m’avete servito:
la mia persona è vostra, a lo ver dire;
adio, madama, ch’io me ne vo’ gire. —
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Messer Guarnieri indietro si tornava,
e da’ compagni fu adomandato:
— E quella Eléna, che ti favellava? —
Messer Guarnier rispuose in ciascun Iato:
— Signor — diss’elli, — il mio partir li grava,
e quest’èn gioie ch’ella m’ha donato.
Torniamo a Carlo tutti con gran festa:
messer Ruggieri perderá la testa. —
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Messer Guarnieri a corte fu tornato:
dinanzi a Carlo andò messer Guarnieri,
e tutte queste gioie egli ha mostrato
a donne ed a donzelli e a cavaglieri.
Messer Ruggieri cadde istrangosciato
per la gran doglia e per li gran pensieri,
vedendo lo scaggial ch’e’ porta cinto,
e disse: —Cavalier, tu m’hai ben vinto! —