Pagina:AA. VV. – Fiore di leggende, Cantari antichi, 1914 – BEIC 1818672.djvu/199


40
E’ non potè isparar si pianamente,
che non uscisse la lepre gioiosa,
e none istette di correre niente
insin ch’andò nella selva nascosa.
Dicea Gismirante: — Omè dolente,
or ho io fatto nulla d’ogni cosa!
O gentil donna, che mi suo’ atare,
a questo punto non mi abandonare. —
41
E l’aguiglia ch’egli avie pasciuta,
com’io vi dissi nell’altro cantare,
subitamente a lui fu venuta
onde la lepre non potè campare;
e, come negli artigli l’ha prenduta,
a Gismirante l’ebe a presentare.
Disse: — Il servigio non si perde mai
tu ini pascesti, e or merito n’arai. —
42
Po’ si parti, e Gismirante spara
la lepre come savio, prò’, e dotto,
dicendo: — Tu mi gosti tanto cara,
eh’i’non vo’che mi sfughi il passerotto,
e parte che face la ragion chiara,
per la bocca gli usci l’uccel di botto.
— Oimè lasso! —disse Gismirante —
ché ’l mio sapere non vale un bisante. —
43
La lepre gittò via il cavaliere,
vedendo il passerotto volar via,
e si dicea: — Omè no’ m’è mestiere
pensar di riaverlo in vita mia. —
Ed eccoti venir quello sparviere,
che quel baron da’ pruni isciolto avea,
e prese il passerotto vivo e sano,
a Gismirante si lo mise in mano,