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Allor Gibello prendeva il partito,
siccome lioncel pien d’arditanza,
e nel suo core era tutto fiorito:
braccio lo scudo ed impugnò la lanza,
e ritorna a fedire il conte, ardito,
d’amor pensando alla sua dolce ’manza.
Lui e ’1 cavallo al campo fe’ cadere
’nanzi alla gente, che stava a vedere.
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Disse Gibel: — Baron, tu se’ mio servo,
sanza dimoro a me t’arrenderai! —
E ’l conte rispondea co’ latin verbo:
— Or ben se’ il fior di quanti mai trovai,
e fedeltá volentieri t’osservo.
Entra ’n tenuta e per signor sarai. —
E tutti quanti l’ubbidiro a fiotta
e miserlo in tenuta nella ròcca.
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Quando e’ si fu posato al suo volere,
di questa ròcca a partir ch’e’ si prese,
il conte in signoria fe’ rimanere,
si come egli era, quando quivi scese.
Cercando di sua gesta a suo podere,
funne arrivato in un altro paese,
a una cittá d’un duca crudo e strano,
il qual è sotto lo re Tarsiano.
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Serpentina avea nome la cittade,
drento Gibello si vi fu entralo.
Le donne e li signori, in veritade,
di lui parea ciascuno innamorato.
Vedendo il duca ben la sua biltade
della duchessa si n’è impaurato;
disse: — Egli è bello, e bella è la duchessa.
Veramente venuto egli è per essa. —