Opere minori 1 (Ariosto)/Satire/Satira VI

Satira VI

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SATIRA SESTA.




A MESSER BUONAVENTURA PISTOFILO,

SEGRETARIO DEL DUCA.1


     Pistofilo,2 tu scrivi che se appresso
Papa Clemente, ambasciator del duca
3Per un anno o per dui voglio esser messo,
     Ch’io te ne avvisi, acciò che tu conduca
La pratica; e proporre anco non resti
6Qualche viva cagion che mi v’induca:
     Che lungamente sia stato di questi
Medici amico, e conversar con loro
9Con gran dimestichezza mi vedesti,
     Quando eran fuorusciti, e quando fôro
Rimessi in stato, e quando in sulle rosse
12Scarpe Leone ebbe la croce d’oro:3
     Che, oltre che a proposito assai fosse
Del duca, estimi, che tirar a mio
15Utile e onor potrei gran poste e grosse;
     Chè più da un fiume grande che da un rio
Posso sperar di prendere, s’io pesco:
18Or odi quanto a ciò ti rispondo io.
     Io ti ringrazio prima, che più fresco
Sia sempre il tuo desir in esaltarmi,
21E far di bue mi vogli un barbaresco;
     Poi dico, che pel fuoco e che per l’armi,
A servigio del duca in Francia e ’n Spagna,
24E in India, non che a Roma, puoi mandarmi:
     Ma per dirmi che onor vi si guadagna
E facultà, ritrova altro zimbello,

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27Se vuoi che l’augel caschi nella ragna.
     Perchè, quanto all’onor, n’ho tutto quello
Ch’io voglio: assai mi può parer ch’io veggio4
30A più di sei levarmisi il cappello:
     Perchè san che talor col duca seggio
A mensa, e ne riporto qualche grazia,
33Se per me o per gli amici gli la chieggio.
     E se, come d’onor mi truovo sazia
La mente, avessi facultà a bastanza,
36Il mio desir si fermería, ch’or spazia.
     Sol tanta ne vorrei, che viver sanza
Chiederne altrui, mi fosse in libertade:
39Il che ottener mai più non ho speranza;
     Poi che tanti mie’ amici potestade
Hanno avuto di farlo, e pur rimaso
42Son sempre in servitude e in povertade.
     Non vuò più che colei5 che fu del vaso
Dell’incauto Epiméteo a fuggir lenta,
45Mi tiri, come un bufalo, pel naso.
     Quella ruota dipinta mi sgomenta,
Ch’ogni mastro di carte6, a un modo finge:
48Tanta concordia non cred’io che menta.
     Quel che le siede in cima si dipinge
Uno asinello: ognun lo enigma intende,
51Senza che chiami a interpretarlo Sfinge;
     Vi si vede anco, che ciascun che ascende
Comincia a inasinir le prime membre,
54E resta umano quel che a dietro pende.
     Fin che della speranza mi rimembre,
Che coi fior venne e con le prime foglie,
57E poi fuggì senza aspettar settembre;
     Venne il dì che la Chiesa fu per moglie
Data a Leone, e che alle nozze vidi
60A tanti amici miei rosse le spoglie.7

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     Venne a calende, e fuggì innanzi agl’idi:8
Fin che me ne rimembre, esser non puote
63Che di promessa altrui mai più mi fidi.
     La sciocca speme alle contrade ignote
Salì del ciel quel dì che ’l pastor santo
66La man mi strinse e mi baciò le gote:
     Ma fatte in pochi giorni poi di quanto
Potea ottener le esperïenze prime,
69Quanto andò in alto, in giù tornò altrettanto.
     Fu già una zucca, che montò sublime
In pochi giorni tanto, che coperse
72A un pero suo vicin l’ultime cime.
     Il pero una mattina gli occhi aperse,
Ch’avea dormito un lungo sonno, e visti
75I nuovi frutti sul capo sederse,
     Le disse: — Chi sei tu? come salisti
Qua su? dove eri dianzi, quando, lasso,
78Al sonno abbandonai questi occhi tristi? —
     Ella gli disse il nome, e dove al basso
Fu piantata mostròlli; e che in tre mesi
81Quivi era giunta accelerando il passo.
     — Ed io (l'arbor soggiunse) a pena ascesi
A questa altezza, poichè al caldo e al gelo
84Con tutti i venti trenta anni contesi.
     Ma tu che a un volger d’occhi arrivi in cielo,
Rendite certa, che non meno in fretta
87Che sia cresciuto, mancherà il tuo stelo. —
     Così alla mia speranza, che a staffetta
Mi trasse a Roma, potea dir chi avuto
90Per Medici sul capo avea l’accetta;9
     O gli avea neir esilio sovvenuto;
O chi a riporlo in casa o chi a crearlo
93Leon, d’umil agnel, gli diede ajuto.
     Chi avesse avuto lo spirto di Carlo
Sosena10 allora, avría a Lorenzo forse

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96Detto, quando sentì duca chiamarlo;
     Ed avría detto al duca dì Namorse,
Al cardinal de’ Rossi ed al Bibiena,
99A cui meglio era esser rimase a Torse;11
     E detto a Contessina e a Maddalena,12
Alla nôra, alla sôcera ed a tutta
102Quella famiglia d’allegrezza piena:
     — Questa similitudine fia indutta
Più propria a voi; chè come vostra gioja
105Tosto montò, tosto sarà distrutta.
     Tutti morrete, ed è fatal che muoja
Leone appresso, prima che otto volte
108Torni in quel segno il fondator di Troja. — 13
     Ma per non far, se non bisognan, molte
Parole, dico che fur sempre poi
111L’avare spemi mie tutte sepolte.
     Se Leon non mi diè, che alcun de’ suoi
Mi dia, non spero: cerca pur questo amo
114Coprir d’altra esca, se pigliar mi vuoi.
     Se pur ti par ch’io vi debbia ire, andiamo;
Ma non già per onor nè per ricchezza:
117Questa non spero e quel di più non bramo.
     Più tosto di’ ch’io lascerò l’asprezza
Di questi sassi e questa gente inculta,
120Simile al luogo ov’ella è nata e avvezza;
     E non avrò qual da punir con multa,
Qual con minacce; e da dolermi ognora
123Che qui la forza alla ragione insulta.
     Dimmi ch’io potrò aver ozio talora
Di riveder le Muse, e con lor, sotto
126Le sacre frondi, ir poetando ancora.
     Dimmi che al Bembo, al Sadoleto, al dotto

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Giovio, al Cavallo, al Blosio, al Molza, al Vida
129Potrò ogni giorno, e al Tibaldeo14 far motto:
     Tôr di essi or uno, e quando uno altro, guida
Pei sette colli, che, col libro in mano,
132Roma in ogni sua parte mi divida.
     — Qui (dica) il Circo, qui il Fôro romano,
Qui fu Suburra; e questo è il sacro clivo;
135Qui Vesta il tempio, e qui il solea aver Giano. —
     Dimmi ch’avrò, di ciò ch’io leggo o scrivo,
Sempre consiglio, o da latin quel tôrre
138Voglia, o da tosco, o da barbato argivo.
     Di libri antiqui anco mi puoi proporre
Il numer grande, che per pubblico uso
141Sisto da tutto il mondo fe raccôrre.15
     Proponendo tu questo, s’io ricuso
L’andata, ben dirai che tristo umore
144Abbia il discorso razional confuso.
     Ed io in risposta, come Emilio, fuore
Porgerò il pie, e dirò: — Tu non sai dove
147Questo calzar mi prema e dia dolore.16
     Da me stesso mi tol chi mi rimove
Dalla mia terra; e fuor non ne potrei
150Viver contento, ancor che in grembo a Giove.
     E s’io non fossi d’ogni cinque o sei
Mesi, stato uno a passeggiar fra il duomo
153E le due statue de’ marchesi miei;17
     Da sì nojosa lontananza domo
Già sarei morto, o più di quelli macro
156Che stan bramando in purgatorio il pomo.18
     Se pure ho da star fuor, mi fia nel sacro
Campo di Marte senza dubbio meno,
159Che in questa fossa, abitar duro ed acro:
     Ma se ’l signor vuol farmi grazia a pieno,

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A sè mi chiami; e mai più non mi mandi
162Più là d’Argenta o più qua del Bondeno.19
     Se, perchè amo sì il nido, mi domandi,
Io non te lo dirò più volentieri,
165Ch’io soglia al frate i falli miei nefandi;
     Chè so ben che diresti: — Ecco pensieri
D’uom che quarantanove anni alle spalle
168Grossi e maturi si lasciò l’altr’jeri. —
     Buon per me, ch’io m’ascondo in questa valle,
Nè l’occhio tuo può correr cento miglia
171A scorger se le guancie ho rosse o gialle!
     Che vedermi la faccia più vermiglia,
Ben ch’io scriva da lunge, ti parrebbe
174Che non ha madonna Ambra nè la figlia:
     O che ’l padre canonico non ebbe,
Quando il fiasco del vin gli cadde in piazza,
177Che rubò al frate, oltre li dui che bebbe.
     S’io ti fossi vicin, forse la mazza
Per bastonarmi piglieresti tosto
180Che m’udissi allegar che ragion pazza20
     Non mi lasci da voi viver discosto.




Note

  1. Bonaventura Pistofilo seniore, da Pontremoli, fu segretario del duca Alfonso e amico dell’Ariosto, — (Molini.) — A questo segretario si attribuisce una Vita di esso principe, tuttora inedita nella Costabiliana di Ferrara; una copia della quale avendo noi potuta avere sotto gli occhi, ce ne siamo valsi talvolta nella illustrazione di questi volumi.
  2. Idem c.s.
  3. Vedi la Satira IV, ver. 85 a 105.
  4. Dal manoscritto apparisce che il Poeta avea fatto prima: Ch’io voglio, basta che in la patria veggio, e così sta nella prima e in altre edizioni. — (Molini.)
  5. La Speranza. Vedi la favola presso i mitologi. — (Molini.)
  6. La ruota della Fortuna, che è così dipinta nel giuoco dei tarocchi e delle minchiate. — (Molini.)
  7. Leone X fece nella prima creazione cardinali trentuno, non senza nota di avere con ciò accozzata gran somma di danari per le guerre a cui preparavasi.
  8. Cioè, in pochissimi giorni svanì la speranza di essere beneficato e promosso dall’amico pontefice. Di che vedi anche la Satira IV, v. 97 e seg.
  9. Quelli che per amore di detta famiglia erano stati a pericolo della vita.
  10. Il poeta avea fatto prima: il spirto di don Carlo Sosena ec.; e così sta nelle prime edizioni e in quella del Rolli, il quale suppone che l’autore parli di qualche ecclesiastico della nobil famiglia Sosena di Ferrara. La correzione sembra contraria al supposto. — (Molini.)
  11. Namorse (come ha l’autografo) e Torse, per la rima, invece di Nemours e Tours. Il cardinale De’ Rossi era figliuolo di una sorella naturale di Lorenzo il Magnifico: avuta la porpora, morì nel 1519. Nell’anno stesso mancò pure di vita il Dovizi, tornando dalla sua legazione di Francia.
  12. Due sorelle di Leone, maritate in Cybo e Ridolfi. Nôra vien detta impropriamente la moglie francese del suo nipote Lorenzo; sôcera, la cognata Alfonsina, che fu moglie a Pietro.
  13. Prima che il sole compia otto volte il suo giro. È noto con tutto ciò, come osserva il Barotti, che Leone sedè pontefice per otto anni, otto mesi e venti giorni: onde sembra che l’Ariosto cominciasse quel computo piuttosto dalle fatte promozioni, che dal giorno dell’avvenuta esaltazione.
  14. Il Cavallo e il Blosio, meno conosciuti degli altri, furono, il primo anconetano, tra i lodati nel celebre poemetto dell’Arsilli De poetis urbanis; il secondo, tra i segretarî pontifici, al servigio specialmente di Leone X.
  15. Intende della Biblioteca Vaticana, formata principalmente da Sisto IV. — (Molini.)
  16. Paolo Emilio con tal detto fece tacere coloro che lo riprendevano di aver ripudiata la consorte Papiria. — (Molini.)
  17. Descrive la piazza di Ferrara, ove sono le statue dei marchesi Niccolò e Borso d’Este. — (Molini.)
  18. Cioè i golosi del Purgatorio di Dante, c. XXII e XXIII.
  19. Argenta e Bondeno, castelli l’uno al levante, l’altro al ponente di Ferrara; l’uno al confine del modenese, l’altro del ravennate. — (Molini.)
  20. M’udiste allegare qual pazza ragione non mi lasci ec.