Notizie del bello, dell'antico, e del curioso della città di Napoli/Temperamenti e qualità de’ cittadini

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Del sito, grandezza e qualità della nostra Napoli Vicende politiche

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TEMPERAMENTI E QUALITA’ DE’ CITTADINI


Napoli è una delle più popolate Città d’Europa. Basterà dire, che nell’anno 1656 furono uccise dalla peste [p. 86 modifica]quattrocento cinquanta mila persone, per un conto fatto alla grossa; e pure non v’era contrada, che non vi fosse [p. 87 modifica]rimasto qualcheduno; ora la gente è così propagata, ed accresciuta da’ regnicoli, e da altri forastieri, che si fa [p. 88 modifica]conto d’aver cinquecentomila abitanti. Or parlando de’ veri ed antichi Napolitani, perchè, come dissi, vi sono gran [p. 89 modifica]forastieri, che qua vengono per vivere ed avanzarsi, sono d’un naturale docile, affettuosi e sinceri, amici de’ [p. 90 modifica]forastieri: in modo che questi vi fan del bene; sono ingegnosi ed atti ad ogni mestiere in maniera, che se il lusso [p. 91 modifica]de’ ricchi e de’ nobili si contentasse delle opere patriote, non vi sarebbe bisogno delle forestiere. [p. 92 modifica]

Quì egregiamente si lavora di drappi, cosi di seta, come d’oro, e d’ogni sorta di lavoro: in modo che ne [p. 93 modifica]provvede altre province. Quì con molta diligenza si lavorava di lana, e si fabbricavano panni e di finezza e di durata [p. 94 modifica]grande: ora sta quasi dismessa per tante sorte di panni introdotti da forastieri. [p. 95 modifica]

Quì si fanno delicatissimi merletti di filo d’oro, e di seta, che non hanno in che cedere a quei di Venezia e di Fiandra. [p. 96 modifica]

Quì si fanno bizzarrissimi ricami d’ogni sorta, che forse non hanno pari in Italia; e sono in tant’uso, che non v’è casa mediocremente comoda, che non ne abbia. [p. 97 modifica]

Non v’ è festaruolo, che noi chiamiamo apparatore, che non abbia almen sette camere di ricamo per darle in affitto in occasion di feste di Chiese: oltre che in moltissime Chiese di Monache, e di Regolari ve ne sono in quantità, per adornarle tutte. Vi si lavora d’argento e d’oro nobilissimamente, e particolarmente nelle ligature delle gioie, formando d’una quantità di piccole gemme una gemma sola, che dà maraviglia: e questa ligatura chiamano al toppo. [p. 98 modifica]

Quì si fanno fiori d’argento, così al naturale, che loro non manca altro che l’odore ed il colore; ed io confesso simili non averne veduti in Italia.

Quì al pari d’ogni città si lavora di ferro, e d’ogni sorta d’armi; ed anche di vasi, e di vetro, e di terra e di ogni altra materia.

Nell’arti liberali sempre vi sono fioriti e fioriscono eccellenti artefici e nella dipintura e nella scoltura, ed anche nell’architettura: come si conoscerà nell’osservare l’opere loro. In modo che la nostra città non ha molto avuto bisogno de’ forastieri; nè li nostri artefici hanno avuto necessità d’uscir dalla patria per guadagnare, avendo avuto sempre in essa da travagliare.

Quì poi in ogni sorta di scienze vi sono stati uomini grandi. Oggi però, più che in ogni altra, si attende alle scienze legali; perchè queste sono più lucrose; e queste innalzano le famiglie a posti grandi. Di modo che può dirsi, che in Napoli la legge è l’argine al corso d’ogni ingegno più speculativo nell’altre scienze. L’esser quì buono ed accreditato avvocato, è lo stesso ch’esser gran ricco.

L’arte poi di ben maneggiare ed addestrare i cavalli, dai tempi più antichi, e fino al presente, par che solo ne’ Napolitani si trovi perfetta; e particolarmente ne’ nobili, che però non senza ragione innalzavano per impresa il cavallo 1.

Note

    massima elevazione nel termometro è alle ore due pomeridiane; il massimo abbassamento due ore innanzi allo spuntare del sole. La maggiore variazione giornaliera avviene dalla mezzanotte al mezzodì; quella de’ diversi mesi, da aprile a settembre, toccando l’estremo nella state.
       La maggiore altezza del barometro, che siesi potuto vedere in ventìdue anni sul reale osservatorio è di pollici parigini 28 6. 6, la minima di 26 8. 8: sull’ altro della real marineria la massima fra ventun anno giunse a 28 6.9, la minima a 26. 10 6. La maggior variazione giornaliera si osserva dal mezzogiorno alla mezzanotte, quella mensuale da ottobre a marzo; e fra le stagioni nell’ autunno e nell’ inverno. Nel corso dell’anno il barometro presenta due massimi, In gennaio ed in giugno; e due minimi, in aprile ed in novembre.
       I venti dominanti da ottobre a marzo sono gli australi (dal sud al sud-ovest) e sogliono apportar la pioggia; e da aprile a settembre sono i boreali (dal nord al nord-est), e ci danno la serenità. Essi sogliono spirare nel seguente ordine: SN-E. N. S-SO S-O.
       La quantità media annuale della pioggia è di 25 pollici parigini. Le piogge sono più frequenti dopo il levar del sole, e verso il mezzogiorno. Quelle di state sogliono esser più violente e tempestose; le autunnali più continuate ed eguali. Il mese di novembre è più degli altri piovoso; quello di luglio, più asciutto.
       I giorni affatto sereni in un anno sono all’incirca 90; i nuvolosi 70; i variabili 120, ed 80 i piovosi: de’quali ultimi 30 sogliono appartenere all’autunno, 24 all’inverno, 18 alla primavera, ed 8 alla state.
       Rarissime sono in Napoli le nebbie e di breve durata. La grandine cade cinque o sei volle l’anno e talora impetuosa e di grosso

    volume. Le nevi si fanno aspettare per molti anni, e sono sempre scarse e di brevissima durata.
       Passando alla constituzione Geologica diremo, che il nostro suolo componesi di terreno interamente vulcanico; e non ha pietre o terre che non siano state generate dal fuoco di due ordini di vulcani sì vicini tra loro, che quasi toccansiper le basi: ciò sono il monte Vesuvio, ed i vulcani de’ Campi-flegrei, il primo ad oriente i secondi all’occidente dì Napoli, da quello divisi per la sola piccola pianura dove corre il Sebeto.
       Le colline che coronano la città appartengono ad un ordine di vulcani, che è quello de’ Campi-flegrei, e si estende da Napoli fino a Cuma, ed è composto di un gruppo di crateri. Le quali colline ancora sono avanzi di crateri, secondo che fan vedere la loro forma e le materie di che sono composte. Il primo ed il più orientale è costituito dalle colline della Madonna del Pianto, di Capodichino, e di Miradois. Ed esse danno origine ad un ricinto semicircolare che comincia dal Pianto e termina all’Osservatorio astronomico. Questo ricinto è la metà dell’antico cratere, di cui l’altra metà volta a mezzogiorno è stata distrutta; ed il suo fondo è occupato in gran parte dalle contrade di S. Carlo all’Arena e de’Vergini, La sua forma bene si ravvisa dall’alto della casa campestre di Cotugno che è posta sull’ orlo del perimetro e giù nel piano dal principio della strada delle Puglie. Il secondo cratere contiguo al primo è formato dalle colline di Capodimonte, dello Scutillo e di S. Eramo, le quali compongono eziandio un ricinto semicircolare che comincia dall’Osservatorio e termina al castello eminente. L’altra metà è stata eziandio disfatta verso il mezzogiorno; se non che se ne possono scorgere gli avanzi nelle alture dell’Osservatorio della marineria, e nella collina di S. Teresa, Nel fondo son poste le contrade della Sanità, dell’ Infrascata e del Cavone Il miglior punto per raffigurarlo è il mezzo del ponte della Sanità. Dalla collina di S. Eramo muove un altro ordine di eminenze di forma ancora presso a poco semicircolare, che da un lato si abbassano a Pizzofalcone ed al Castel dell’ Ovo, formando l’antico monte Echia, dall’altro si prolungano verso il Vomero ed il capo

    di Posilipo. Qui vuole Breislack che si riscontri un terzo cratere contiguo al precedente, il cui fondo è occupato in gran parte dal quartiere di Chiaia. Ma in verità non pare che la cosa stia a questo modo. Sembra invece che la collina del Vomero e di Posilipo si ordini ad un grande e vastissimo cratere, che ha il suo fondo non già verso Napoli, ma sì verso la pianura de’ Bagnuoli come bene si vede di su il colle di Camaldoli, ed è nel resto assai guasto e sdrucito; talchè si giunge a stento a riconoscerlo, e solo dopo un’accuratissima indagine. Quindi derivano le difficoltà che trovava Breislack nel concepire la formazion del capo di Posilipo; ed in verità, secondo la opinion sua, questo lunghissimo capo rimane mal ordinato al cratere da lui scorto nel quartiere di Chiaia, avente per cinta le colline del Vomero e di Posilipo.
       Ciò che la configurazione delle colline dì Napoli fa supporre è fermamente dimostrato dalle materie ond’ esse sono composte. Le quali son tutte di natura vulcanica, e molto differenti da quelle del Vesuvio; potendosi in generale affermare che si appartengono a due distinte formazioni, delle quali una inferiore composta di tufo pomicioso massiccio, l’altra superiore fatta di lapilli, pozzolane e sabbie stratificate. Queste due formazioni, e la lor giacitura correlativa si veggono in ogni luogo dove sono stati fatti tagli profondi, per esempio nel cratere orientale, nella collina della Madonna del Pianto, nella salita di Capodichino e di Miradois, nella salita dello Scutillo, e finalmente nella collina di Posilipo all’entrata della grottla dì Pozzuoli, Giova dire divisamente di queste due formazioni.
       Il tufo che costituisce la formazione inferire è fatto di minuzzoli di pomici scomposte, legati da un cemento delle stesse pomici tritate. Ha colore gialliccio, e poca durezza, comunque coerente, ed è lavorabile sicchè facilmente si taglia con la scure. Contiene in molti luoghi frammenti di vetri vulcanici, di pomici nere, di tracheite compatta sparsa di cristalli vitrei di feldispato bianco. Le pomici che racchiude son talvolta allungate e molto fibrose onde i poco esperti li credon pezzi di legno corrotto. Vi si trovan qua e là conchiglie marme, come ostriche, pettini, cardi, ceriti,

    spezie identiche a quelle che vivono nel prossimo mare; ma questi fossili sono assai raramente rinvenuti soltanto nelle cave dì Posilipo e delle Fontanelle ancora verso la contrada della Sanità. Ciò dimostra la origine sommarina della roccia che gli tiene. La quale è massiccia al tutto, secondo che ben si vede nelle ampie grotte che vi sono state cavate per la estrazion delle pietre da costruttura, nelle cave delle Fontanelle e di Capodimonte, nelle Catacombe di S. Gennaro, nella Grotta e nelle cave di Posilipo. Solamente le masse che formano sono interrotte in qualche luogo da lunghe ed irregolari fenditure. La grossezza di questa formazione è stata lungo tempo ignorata, mai non essendosi giunti a toccare il limite inferiore. Ma, la mercè di un pozzo artesiano cavato di costa al real Palagio, è venuta certezza, che la materia del tufo giunge a dugento palmi, cui seguita altrettanta doppiezza di sabbie e di lapilli vulcanici a strati a strati, di fiacca coerenza anzi che no, e vi sono congiunti eziandio non pochi frammenti di lava e talvolta ciottoli di tufo di natura conforme al superiore. Vien poscia una roccia marnosa con abbondanti granelli di sabbie, nella quale incontra trovare di conchiglie fossili, che son carattere della parte suprema del gruppo terziario. Pur non si vuole tacere che in luoghi posti a maggior altezza sul mare, che non è la reggia, assai probabilmente il tufo va oltre a’ dugento palmi summentovati.
       La formazione superiore è tutta di materie incoerenti, cioè di lapilli, sabbie e pozzolane. Le quali materie sono di grigio traente ora al chiaro, ora al bruno. 1 lapilli sono fatti di minuzzoli di pomici; le sabbie di tritumi trachitici piccolissimi con ferro titanato arenaceo; le pozzolane, or più or meno terrose, fanno appena lieve effervescenza con gli acidi. La loro disposizione è distintamente stratificata, ed il parallelismo degli strati si seguita per lunghi tratti infino nelle flessioni e negli ondeggiamenti di essi. Varia poi la spessezza degli strati da pochi pollici fino a quattro e cinque piedi. E si veggono molte volte alternar fra di loro, come si può osservare lungo la strada nuova di Posilipo, Varia ancora è la lor direzione ed inclinazione; per lo più

    han pendenza inverso il fondo de’ crateri, ovvero verso le coste esterne, e la loro inclinazione non suol essere molto grande, di rado eccedente i trenta gradi. La spessezza in fine di questa formazione è parimenti variabilissima; in alcuni luoghi aggiunge a pochi piedi, in altri si alza oltre a cento.
       La formazione che ora abbiamo discorsa soggiace alla terra vegetale, la quale si può considerare come una mescolanza di pozzolane e di terriccio derivante dalla scomposizione delle piante. È composta quindi in gran parte di minuzzoli di pomici e di feldispato vitreo finamente tritati con lapilluzzi più rari di trachite e di pomice; la sua qualità magra è temperata dall’ humus; onde risulta una terra di color grigio piuttosto grassa, capace di ritenere l’ umido, e ferve con gli acidi. Dopo aver detto in generale delle materie componenti le colline di Napoli, dovremmo vedere le particolarità che presentano i principali siti di queste, muovendo di levante a ponente; ma si andrebbe assai per le lunghe, nè lo comportano i limiti del presente lavoro.
       Il numero e la varietà delle piante di una contrada dipendono dalle cagioni che producono e sostengono la vita vegetativa. Le quali si dicono comunemente naturali, e sono la temperatura e la qualità dell’aria rispetto alla umidità ed a’ suoi movimenti, la luce, l’ acqua, la terra in ciò che riguarda la sua conformazione, la positura, e la natura propria del suolo; e si potrebbe aggiungerne due altre, l’azione reciproca degli esseri organizzati e la estensione della contrada. Le cagioni naturali, sopratutto la temperatura e l’umidità, considerate appresso noi intorno al grado medio, si vede che son tanto favorevoli ad una rigogliosa e svariata vegetazione, che in Europa poche contrade è da mettere a paro con la nostra; niuna forse al di sopra: perocchè gli estremi gradi di temperatura, cui moltissime piante non possono reggere, sono la principale cagione della copiosa o scarsa vegetazione. Ora il massimo freddo che siasi fra noi notato nuoce non pure alle piante de’ luoghi, che non è il nostro, più vicini all’equatore, ma si bene a quelle coltivate che fossero indigene di luoghi caldi posti sulla medesima zona ed alla stessa latitudine di Napoli, ed

    ancora alle piante indigene annuali e perenni di struttura delicata. Il massimo caldo, già innanzi notato, fa perire o intristire le piante dell’Europa settentrionale, delle Alpi, e parecchie che stanno sugli alti gioghi degli Appennini. Ma perciocchè la temperatura giunge di raro a questi termini, noi veggiamo prosperare nel suolo di Napoli, in campo aperto, poco meno come nel luogo nativo, moltissime piante delle principali parti della terra. Le quali piante non si potendo qui tutte da noi noverare, ne porremo alcune come pruova di quello che si è detto, e di differenti luoghi dove si coltiva piante esotiche, e dove le differenze di temperatura sono piuttosto rilevanti, comechè non molto tra loro lontani. Diremo adunque vedersi da per tutto ne’ giardini facilmente coltivate camelie, ortenzie, ed altre piante del Giappone; iridee, gigliacee, cactee , pelargoni, mesembriantemi, pittospori, erba vainiglia, non che tante altre piante del Capo di Buona Speranza, e magnolie liriopendri, ed altre dell’America settentrionale, come osservare si possono al Vomero, a Capodimonte, a Chiaia, all’Orto botanico, ed in altri siti deliziosi della città e de’ dintorni.
       L’azione de’ venti può molto ancora sulla vegetazione in genere massime sopra quella delle piante esotiche. I venti che dominano sono gli australi, siccome notammo, e questi arrecano con essi il caldo e l’umidità ancora, passando sul mare interposto tra la Sicilia e Napoli. Egli può stare che l’aria umida sia la cagion principale per cui tante sorte di acacie eucalipti, metrosideri, melaleuche, ed altre piante della Nuova-Olanda appresso noi fanno rigogliosamente in campo aperto; mentre a Palermo, volendo fare una comparazione, comechè tra questa città e Napoli ci sia pochissima differenza di temperatura, muoiono subitamente in tempo di estate, o vivono pochi anni e languidamente. Perciocchè essendo quelle molto fronzute, sempre verdi, e piuttosto abbondevoli di parti fibrose, e con poche e superficiali radici a petto dell’ampia cima che esse fanno, dove l’aria sia calda e secca perdono di leggieri il poco umido che si hanno ed intristiscono.
       Il suolo di Napoli, da per tutto dr natura vulcanico e discioto, vuol esser distinto in quello antico coltivato e fertilissimo,

    dell’altro che si forma a mano a mano dal disfacimento delle lave poco compatte e dalle scorie del Vesuvio; e questo per gran tratto di quel monte è affatto sterile. La varia conformazione di una contrada e la sua altezza sul pelo delle acque, mutando di tratto in tratto la natura del suolo e la qualità dell’aria, rispetto alla temperatura ed umidità, accresce primieramente la estensione del paese, e porge stanza e dimora a molti e differenti vegetabili trovandovisi allora varie stazioni siccome dicesi nella scienza, ossia luoghi diversi acconci a produrre svariata vegetazione. Or siffatti luoghi presso Napoli sono principalmente; il mare — le spiagge — le acque dolci — gli orti che si dicono volgarmente paludi, posti tra il Vesuvio e Capodichino — le praterie, come che poche e molto ristrette — le macerie— i luoghi colti — i luoghi sabbiosi, e quegli sterili a pie del Vesuvio — i boschi e le selve cedue — le colline, a principiare da Capodichino ai Camaldoli — le montagne — quella di Somma che si eleva sul mare circa 2600 piedi.
       In tanti e siffatti luoghi del distretto di Napoli nascono spontaneamente poco più che novecento piante fanerogame, numero invero assai grande, quando si considera la poca estensione della contrada, l’essere in gran parie coltivata o impedita da selve cedue, e l’avere il Vesuvio incapace di qualunque vegetazione intorno al cono, e sterile per gran tratto delle sue falde.
       I paesi vicini hanno molte spezie di piante comuni, e quelle che sono differenti, spesso convengono nel portamento (habitus) ed in una tal quale ciera di famiglie. E simigliantemenie avviene tra paesi alquanto lontani, posto che il clima sia lo stesso o poco differente, e le vie aperte alla migrazione de’ vegetabili. Perciò la flora de’contorni di Napoli, comechè scarsa per le ragioni testè mentovate, ha moltissima attenenza sia nella spezie, sia nella somiglianza delle forme delle differenti spezie, con le flore de’ paesi posti intorno al mediterraneo e delle isole che si trovano in cotesto mare. Niuna spezie ci ha che non si trovasse altrove; ma alcune spezie, che in altri paesi hanno certa e più littìitata dimora, presso Napoli per contrario si distendono salendo per colli e

    talvolta infino alla maggiore altezza de’ monti. Di che per mettere un esempio, diremo trovarsi la medicago marina presso alla base del cono del Vesuvio ne’ contorni dell’Eremo; nè possiamo passarci di notare che l’alno a foglie cordate: il tiglio europeo: il carpino nero: l’artemisia volgare e variabile: la saponaria officinale: l’acetosella moltifida: il rovo comune: ed il rovo acherontino; e l’acero napolitano, ed altre dalla base del monte Somma salgono in fino alla sommità; ove loro non nuoce nè il freddo, nè il seccore ed il caldo di state, e manco la foga de’ venti che sfrenatamente vi soffiano. Dopo il monte di Somma il luogo più alto è la collina de’ Camaldoli, dove la vegetazione in generale è più copiosa e svariata, avendoci maggior numero di piante erbali che in quella. Ma un fatto degno d’esser notato si è che sulla più alta vetta del Somma nell’arena arsiccia cresce in uno colle piante sopra mentovate la betulla (betulla alba). Questo albero assai comune nella Lapponia, ed in genere nelle parti fredde dell’Europa, si trova su i più elevati gioghi degli Appennini di Abruzzo, dì Basilicata, e di Calabria; viene pure sull’Etna; se ne vede alcuno sulla montagna di Castellammare, e per ultima sua stanza sul monte Somma. Cosicchè per esso la vegetazione delle circostanze della metropoli è come toccasse in un sol punto quella delle Alpi, e de’ più alti gioghi degli Appennini, quando nel rimanente è molto somigliante a quella de’ luoghi più caldi e bassi dell’Europa posti sul mare.
        In quanto agli animali diremo, che attiva e feconda essendo questa terra ridente, per lo simultaneo concorso di propizî elementi alla vita, svariata ne rende la produzione de’ viventi. Se non che l’industre mano dell’uomo, mettendo a piena coltura i campi, gravissimo ostacolo oppone al moltiplicarsi spontaneo di non poca parte nociva di essi. Laonde qua e colà il suolo verdeggia e si copre di fiori, e veggonsi alberi vivacissimi e fruttiferi.
        All’infuori di quegli animali che trasse l’uomo compagni al suo vivere, per custodia e difesa, o per aiutarsene nel lavoro, niun altro ne alberga di quanti minacciar gli possono la vita, o menomargli il ricolto. Le sole minute razze di carnaci, e di rosicchianti

    vi trovano asilo; sicchè i pipistrelli, la talpa, i topi, gli arvicoli, i miossi e qualche raro topo-talpino sono gli abitatori delle nostre terre.
       Dugento e più specie d’uccelli venendo dall’Asia e dall’Africa, o scendendo da’ monti del settentrione, salutano due volte l’anno le nostre regioni. Non vi si arrestano che le razze sole frugivore. L’avoltoio non vi tiene albergo; lo sparviere si tien lontano; raro è il gufo notturno. I rampicanti abbelliscono soltanto le sale de’ ricchi; i trampolini e palmipedi, i quali dimorano ne’ remoti luoghi palustri e ne’ laghi, impinguano i mercati; i ruzzolanti popolano le case della minuta gente e del contadino; e di ogni altro che per bellezza di piume fa vagheggiarsi, si veggono adorne nobili uccelliere.
       Qui non isiriscia alcun velenoso serpente; rara è pure l’innocente natrice, che i più confondono con la vipera vera; vedesi frequente la lucertola delle muraglie; ma il volgo teme un altro piccolo rettile fra le domestiche mura, che certo non è velenoso benchè assai lucido, e di cui ha due generi, hemidactyhlus e ascalabotes, che van pure col nome di lucertole, cui quello aggiunge l’epiteto di vermenare o fracetane. La rana mangereccia vive ne’ prossimi stagni e nel Sebeto; tenendosi fuori della città il rospo o botta volgare, il verde ed il temporario. La greca tartaruga si trova quì condotta da’ luoghi fiuittimi; la lutaria non si ha che al lago di Patria, e la marina caretta non si accosta che di rado alla riva.
       Ci ha trecento e più specie di pesci che fanno ricco prodotto, non essendo quasi che alcuno che non sia buono a mangiare, o accomodato ad uso delle arti. Se per altro quì manca il pregiato storione, che picciolo e ben raro si vede, squisita trovasi la ricciola, la bocca d’oro e non meno buona la cernia, pingue la lunga ’famiglia degli spari, dilicata la triglia barbata volgarmente di morso, il molle merluzzo, le ben sapide e tenere sogliole volgarmente quì delle palaie: e ne’ periodi equinoziali copiosi gli scomberoidei generalmente graditi, i quali più sodisfano al nutrimento del popolo, siccome lo spadone (pesce spada), il tonno, lo sgombero,

    l’alalonga ed altri. La stessa lunga famiglia di agresti selacini in gran parte di pasto all’indigente, non lascia di offrire alcune specie rare, che godono l’onore di essere imbandite nella mensa dell’opulento. Tale è l’angiò, sotto il cui nome ben due altre speciosi comprendono svestite già de’ naturali caratteri; e molti altri si pescano che sveglian solo l’attenzione dell’ittiologo. Da ultimo non lascia il nostro mare di offrire a quando a quando qualche sua nuova dovizia.
       E qui trovandosi il natural confine delle specie più alte, succedono le altre più basse, che dal granchio alle monade compongono il resto della lunghissima scala. E di questi sì che la terra nostra ed il mare si trovano sovrabbondantemente gremiti.
       Il fondo del mare, le scogliere, le arenose spiagge son ricche di granchi, de’quali per altro pochi vanno sui desco, la più parte restando ignota e negletta; e ci ha di quelli di che fa tesoro soltanto lo zoologo.
       Ci è forza preterire quanto dir si potrebbe degli Aracnidi, Miriapodi, Molluschi, Anellidi, Echinodermi, Vermi, Medusari , Polipi ed Infusori, perchè il noverarli sarebbe lungo e noioso; ma ognun che ne sia vago potrà vederli, e nelle opere di penna napolitana e nelle acque che bagnano questa regione.
       Delle acque dolci o potabili della Città parleremo a suo luogo, seguendo il testo.
       Molte sono le acque minerali che sgorgano in quella parte della provincia di Napoli che è presso al mare, ma sopratutto del distretto di Pozzuoli; e numerosissime son quelle, ond’è ricca l’isola d’Ischia, tanto che basta scavare alcun po’ addentro il terreno per vederne sorger dappertutto. Ma noi quì mentoveremo soltanto quelle che sorgono in Napoli, essendochè questa città è il principal nostro obbietto, e sarebbe un non finirla mai più, se volessimo ad una ad una noverar le infinite acque minerali delle circostanze di essa, ed indicarne le proprietà fisiche e mediche, e le analisi fattene da chimici.
       La acque minerali di Napoli docciano a piè del promontorio di Pizzofalcone, e presso al lido del mare, dov’è la strada di S.

    Lucia e la Real Villa del Chiatamone. Son quattro le diverse vene, e poco son distanti fra loro. Due son da lungo tempo conosciute co’ nomi di acqua solfurea e di acqua ferrata; le altre furon vedute nel mese di giugno del 1834, e da’ chimici che le studiarono furon chiamate l’una, nuova acqua solfurea, e l’altra acqua acidula dì S. Lucia.
       Le proprietà fisiche dell’acqua solfurea antica sono: d’esser limpida, schiumosa, di forte odore come di uova guaste, ed è alquanto più leggera dell’acqua distillata. La sua temperatura è di 14° 4. Quanto alle sue proprietà mediche, essa è stomachica, catartrica, diuretica, diaforetica; e s’applica anche esternamente sulle vecchie piaghe.
       L’acqua ferrata è limpida, di odore frizzante, e di sapore acido astringente: segna 16° sul termometro di Reaumur, e pesa poco più dell’acqua comune. E per le sue medicinali virtù si usa come tonica nell’ipostenia del sistema digerente, nella clorosi, nella cachessia, e nelle ostruzioni internamente. Anche nella rachitide riesce utile per bagno.
       L’acqua soìfurea nuova è limpida, di odor forte, e sente come di uova putrefatte. Segna 14°, e pesa 1,0025.
       L’acqua acidula di S. Lucia non ha colore, dà un odore come di uova putrefatte ed ha il sapore piuttosto pizzicante, la temperatura di 14°, e il suo peso specifico di 1,0102.
       Oltre alle dette acque ce ne ha un’altra, che spiccia presso l’imboccatura della Darsena, dov’ è lo scalo delle navi da guerra, la quale è siffattamente saturata di zolfo, che se ne veggono in copia i depositi.
       Tocchiamo per poco la Salute pubblica. Le vicende dell’atmosfera, la natura del suolo, la qualità e la distribuzione delle acque sono le precipue e più larghe cagioni della sanità e de’morbi. E Napoli, per ciò che spetta alle migliori condizioni di questi elementi, ha antico vanto in Europa, perocchè la sua postura declive e in faccia a mezzodì, la dolcezza del clima, e la clemenza

    dell’aere la francano d’ogni cagion locale d’insalubrità; nè alcuna malattia conta che si possa tenere per endemica. Sonovi rarissime le periodiche così perniciose e originali al cader della state e al principiar dell’autunno; nè si osservan molto frequentemente nel verno le gravi infiammazioni, e manco di tutte quelle che prendono i parenchimi degli organi; ma soltanto si mostrano nel lungo dominar de’ venti aquilonari, i quali dopo il volgere di anni rendon talora rigida la stagion brumale.
       Però i morbi non vengon quì prodotti che da cagioni comuni, ed assumono la forma sporadica. Che se vuolsi scrupolosamente andare indagando le cagioni speciali e proprie del nostro clima, o della costruzione della nostra città, non se ne troveranno che due sole: 1° la variabilità della temperatura, ed il rapido alternarsi di alcune meteore, le quali non rendono stabile il clima; 2° la costruzione della parte antica della città, la quale, avendo anguste le strade e le case alte, non consente che l’aria agevolmente vi circoli; onde umida e grave è l’atmosfera, sopratutto nelle abitazioni del basso popolo, poste a pian terreno e sul nudo suolo. Ma la prima cagione, tutta della natura non è poi sì grave da spingere a tale estremo la variabilità del clima, che non se ne possano evitare gli effetti con le cautele di una consigliata igiene. E di vero la osservazione dimostra che ne’ tempi più rotti, soltanto le persone mal preservantisi ne risentono la maligna, virtù, la quale non sempre si manifesta con gravi malattie, assai spesso ingenerando semplici affezioni catarrali, o infiammazioni erisipelatose della mucosa bronchiale e della gastro-enterica. L’altra cagione va per le cure del Comune successivamente scemando, ed è eziandio svigorita dalla dolcezza del clima e dalle abitudini del popolo, che se ne può star lungamente all’aria libera, in tutto il corso del giorno, prescegliendo le piazze e i luoghi meglio esposti, sia per vendere commestibili a minuto, sia per lavori di arti.
       Per la qual cosa le malattie più comuni soglion essere ne’ bambini la difficile dentizione e le convulsioni; ne’ giovanetti la

    scrofola; negli adulti le diverse flemmasie accompagnate da febbri, le congestioni cerebrali e le suppurazioni pulmonari.
       Quanto a’contorni, la regione orientale, che alle falde del Vesuvio e del Somma è salubre e deliziosa, ma anch’essa mal acconcia per le lente infiammazioni e suppurazioni pulmonari e per le organiche malattie del cuore e de’ grossi vasi. Tutti conoscono l’utilità che si ritrae dall’aria di Torre del Greco nelle idropisie non congiunte a infiammazione, e gran numero d’infermi d’ogni natura ha sperimentato l’efficacia del clima di S. Giorgio a Cremano, Portici e Resina fino a Torre Annunziata da una parte, e dall’altra di Pollena, Trocchia, S. Sebastiano e S. Anastasia e delle altre circostanti terre. La Barra, posta in luogo più basso fra primi ed i secondi paesi, giova nelle croniche affezioni toraciche. Più lontano verso scirocco trovasi Castellammare bellissimo soggiorno di state, ricca di acque minerali, e da ultimo Sorrento, che ad un’amenissima dimora del luogo riunisce un’aria dolce e sana, profumata da boschetti di aranci e da verzieri di frutta e di fiori. La parte opposta del golfo rivolta ad occidente, è occupata prima dalla collina di Posilipo, indi dalla regione di Pozzuoli; quella provveduta di aria efficacissima, agitata da venti, ed esposta alia brezza del mare; questa di aria calda, grave e malsana nella state, ma tiepida e dolce si fattamente nel verno, che non saprebbero scegliere miglior dimora in quella stagione le persone, gracili, irritabili, nervose, e quelle che son tormentate dall’artritide e da gotta. Le irritazioni croniche de’ bronchi, l’asma umorale, il catarro senile, e la stessa tisichezza pulmonare, risentono nel verno la benefica virtù d’un aria mite, purificata da vapori solforosi dei prossimi antichi vulcani.

  1. Sulle tracce del nostro archeologo, eccoci a percorrere il vastissimo spazio delle storiche vicende scientifiche e letterarie, delle vicende artistiche, e di quelle industriali e commerciali. E cominciando dalla letteratura e dalle arti, diremo che qual fosse Napoli ne’ tempi suoi più antichi in quanto a ciò, appena dalle condizioni potremo argomentarlo in che la mettevano la vicinanza della Magna Grecia, della Sicilia, di Cuma, di Pozzuoli e di Roma;, e l’essere una greca colonia dedotta ed accresciuta nella più bella parte d’Italia da due forti e splendide nazioni. Le stesse cause che appo queste recarono alla perfezione la poesia, l’eloquenza,