Notizia bibliografica intorno alle Ultime lettere di Iacopo Ortis/VII. Effetti morali del libro

VII. Effetti morali del libro

../VI. Werther e Ortis IncludiIntestazione 3 settembre 2020 75% Da definire

VI. Werther e Ortis
[p. 158 modifica]

VII. Effetti morali del libro

Per lo piú i romanzi della specie dell’Ortis sono nocivi, perché assegnano a’ protagonisti virtú e passioni, le quali o non sono riunite, o non sono sí assolute e sí forti negl’individui viventi: quindi la troppa perfezione ideale e il troppo bollore degli affetti ne’ libri. Quindi derivano due danni. L’uno che, quantunque alcuni lettori di migliore ingegno si disingannino prestissimo della perfezione impossibile, non perciò possono disingannarsi delle passioni, che sono generalmente piú attive appunto dove le facoltá intellettuali sono piú pronte; cosí che acquistano ne’ romanzi bisogno di attivitá di cuore piú agitata e continua. L’altro danno si è che il maggior numero de’ lettori, non avendo sortito né tanto vigore d’animo da sostenere la tempesta di perpetue passioni, né tanta mente da vedere quanto sia pericoloso il voler operare con tentativi di perfezione superiore all’umana natura, s’educano a ogni modo a ostentare di sentire piú che non sentono, onde far ammirare in sé le passioni che hanno ammirato [p. 159 modifica] nel libro; e v’aggiungono a principio la buona fede, e poco dopo l’ipocrisia della pura virtú. E queste così fatte sono le teste ridicole, che hanno titolo di «romanzesche»: copie femminine viventi del modello de’ Saint Preux e di altri raffinatori di purissima corruttela. E bastasse! Ma, oltre all’essere ridicoli, sono nel sesso donnesco gl’individui piú funesti alla societá. Illudono se medesime e i loro amanti con le apparenze di virtú e d’ingegno accattato; destano negli altrui petti un calore che esse non provano e un amore a cui non possono se non lepidamente rispondere; i guai, in cui vanno pericolando e che, se fossero state virtuose, non avrebbero affrontato e, se fossero passionate davvero, non curerebbero, eccitano in esse de’ terrori improvvisi che le riducono a’ ripieghi del calcolo; e, quand’altri piú arde, allora esse piú circospette ragionano; e finalmente l’entusiasmo, con che le si erano trasfigurate, diventa inopportuno; e la maschera è strappata dalle loro azioni, che mettono la umiliante disperazione del disinganno in tutti i pensieri di chi le amava; e d’allora in poi lo funestano d’un cupo senso di misantropia finch’ei vive. Carlotta gioverá spesso ad addottrinare cosí fatte civette. Sia donna immaginaria o reale, l’autore s’è illuso, lasciando sovr’essa un’amabilitá e un candore apparente, che può funestamente illudere gli altri. Quanto a’ giovani, pare che raramente da questa specie di romanzi ricavino l’arte d’ingannare, bensí di lasciarsi ingannare: e, se Carlotta fosse stata svelata a’ lettori tale qual era naturalmente, Werther farebbe men compassione, ma l’esempio della sua morte sarebbe stato men contagioso; e, quand’anche non sia vero che quel libro abbia sospinto taluni ad uccidersi, l’autore avrebbe a ogni modo scansato la taccia, o si sarebbe piú facilmente scolpato. Non però mancano due altre specie di romanzi, che, corrompendo i giovani assai per tempo, gli agguerriscono di perfidia sfacciata per espugnare la fama delle madri di famiglia e l’innocenza delle fanciulle. Spetta ad una delle due specie il romanzo Les liaisons dangereuses. E l’altra vanta un autore arrivato a sí orribile apice di perfezione in Francia, che noi crederemmo di contaminare gli altri e noi, se ne citassimo il titolo. Chiunque lo ha letto, e per quanto sia d’animo guasto, non ci taccerá d’ipocrisia, se diremo che le tante edizioni di sí atroce libro ci fanno fremere insieme e tremare, pensando all’obbrobrio che anche per questa ragione il secolo nostro otterrá dal genere umano. Desumeranno i posteri da quel libro la prova maggiore contro la perfezione ideale; perché, [p. 160 modifica] mentre tanti filosofi tendono a provare matematicamente la perfettibilitá assoluta dell’uomo, il romanzo è ristampato, e le metafisiche speranze si stanno contente della prima edizione. Non pare che nell’Ortis le donne di misero spirito e di tepido cuore ritroveranno incitamenti a divenire «romanzesche»; né i giovinetti a immolarsi vittime d’amore volgare: anzi potrebbero le fanciulle vedere in Teresa uno specchio dell’amore sacrificato alla castitá e all’obbedienza figliale; e gl’innamorati generosi, benché siano pochissimi, rinvigorire il loro coraggio in quel libro, da posporre la propria vita all’innocenza e alla fama delle loro donne. Né pare che per esso possono traviarsi le menti in sogni di perfezione: perché l’Ortis non solamente vede l’umano genere destinato a guerra perpetua, a insanabile cecitá e a fatale miseria; ma ad ogni pagina ci manifesta d’essere irresistibilmente travolto da quel destino, e, non che vantarsi «intatto da tutti i vizi»1, dice a Dio nella sua ultima confessione2: «Fui corrotto quasi dal mondo, dopo avere sperimentati tutti i suoi vizi»; e quanto piú sente l’orror della morte, tanto piú le passioni, che sono immedesimate alla vita, lo tentano a feroci delitti. Ben può l’Ortis divenire nocivo col produrre il primo de’ danni notati a principio; perché sparge «la luce — com’ei la chiama — funerea del disinganno» negl’intelletti piú atti a vederla, e perché ridesta le fiere passioni ne’ cuori creati a sentirle. I giovani privilegiati di mente svegliata e di anima calda pagano questi doni con la sciagura di dividersi nel loro secreto da tutti gli altri mortali. E tanto piú, quanto piú spremono da’ libri sentimenti e ragioni confacentisi alla loro indole e avversi alla pratica, che fa prosperare per mezzo de’ vizi de’ particolari la societá, quale è ridotta a’ di nostri, e dove ad ogni modo dobbiamo vivere. Noiati dall’altrui freddezza, incapaci di cavar frutto dalla stoltezza dei molti, nauseati della comune venalitá, si concentrano in sé, s’alimentano de’ lor sentimenti, che a poco a poco si convertono in opinioni e finalmente in dimostrazioni innegabili3; quindi la pertinacia nell’esporle. l’incuria [p. 161 modifica] de’ favori della fortuna, la quale si vendica condannandoli a terribili strette; la compiacenza orgogliosa della propria generositá, il disprezzo dell’altrui biasimo; quindi lo sdegno altero, la intolleranza4 e la misantropia, e la guerra tacita e la nessuna speranza di riconciliazione con que’ tanti, che o per interesse o per abitudine non possono operare che secondo le regole ordinarie del mondo; quindi fanno un mondo appartato che, consistendo di pochi, è di necessitá oppresso dai piú. Quando l’Ortis a quel forestiero, che gli si accostò per introdursi alla sua conoscenza, rispose: — «Io? Io, signor mio, non ho mai potuto conoscere me medesimo negli altri mortali: però non credo che gli altri possano mai conoscere se medesimi in me»; — mostrò, con queste parole, che la fonte delle disavventure de’ pochi individui diversi dai molti deriva appunto dal non volere conoscere l’universalitá de’ mortali, e per conseguenza dal non voler secondarla. È vero, l’Ortis desta nobili sensi, e scocca la veritá in guisa che si pianti negli animi giovanili. Pur, chi pesasse l’utile e il danno, vedrebbe per avventura traboccare la bilancia contro l’autore. Non si può negare che ciascuna di quelle lettere non sia riscaldata d’una pietá disinteressata dell’altrui sventure, dettata in noi dalla voce della natura; ma il riassunto riducesi a una specie di sdegno contro la natura, come se la ci avesse creati a patire per le nostre e per l’altrui miserie, e a non poterle scemare. Un uomo strascinato dall’amore a violare l’ospitalitá, a contaminare una vergine e a ravvolgere una famiglia in pericoli, e che lo elude morendo, non somministra, quanto a principio parrebbe, prova del potere del libero arbitrio: da che quest’uomo lascia discernere che tutti gli atti d’onestá sono effetti non tanto della ragione, quanto [p. 162 modifica] di passioni piú forti. Tutto il modo di sentire, di ragionare e di agire pare che sia diretto nell’Ortis da un’opinione, che, vera o assurda, è pur sempre rischiosa ad insinuare ne’ giovani; ed è: «che l’uomo non agisca per volontá illuminata da un principio di veritá e di giustizia; bensí per facoltá prepotenti conferitegli dalla natura, secondo che sono provocate o al bene o al male dai casi della fortuna». I sentimenti delicati d’amore e il velo diffuso sovra i desidèri dell’uomo e le angosce, che, senza evento felice, affliggono l’Ortis e la fanciulla, salvano questo romanzo dalla censura meritata quasi da tutti e anche dalla Clarissa; da che Lovelace attizzerá sempre la brutalitá di molti suoi pari, e un solo de’ suoi artifici può aguzzare l’astuzia di tanti altri, che, quantunque con minore ingegno, professano piú vili scostumatezze. Tuttavia anche contro questo merito dell’Ortis si potrebbe allegare ciò che egli scrisse: «Io voleva in quella sfortunata creatura5 mostrare a Teresa uno specchio della fatale infelicitá dell’amore. Ma credi tu che le sentenze, e i consigli, e gli esempi de’ danni altrui giovino ad altro, fuorché a irritare le nostre passioni?... Però non mi pare di lasciar leggere questi tre o quattro fogli a Teresa: le farei piú male che bene». E però i padri e le madri sviano da questo libro le loro figliuole; ma anche l’irritazione della curiositá lo fa leggere di soppiatto, e accresce il pericolo. Il coraggio con che l’autore affronta gl’invasori d’Italia, e tutte le sètte che la sbranano, e tutti i ceti che la corrompono, quantunque sia in se stesso magnanimo, è nondimeno, quanto agli effetti che può produrre, imprudente: da che l’ardire potrebbe in alcuni giovani trasmutarsi forse in audacia e indurli a imitazioni funeste. Parimenti l’amore di patria, che quel libro spira e si diffonde in tutti gli animi che si compiacciono di sí nobile sentimento, può irritare «vanamente delle passioni disperate»6 e i desidèri d’indipendenza in una nazione, in cui la provvidenza ha da alcuni secoli in [p. 163 modifica] qua riserbato, e riserva forse per lunga etá avvenire, lo stato di servitú, nel quale essa in altri tempi ha costretti molti popoli della terra. La irreligione dell’Ortis e il perpetuo dubitare, ch’ei fa sino all’ultima ora, se Dio si curi della terra e se l’anima sopravviva, meritò molte e giuste censure. Nondimeno, ove si consideri ch’ei parla a cenni, e non ripete argomenti convincenti, che non si dicano da piú secoli, e con metodo eloquente a’ di nostri; e ch’ei sente nel tempo stesso necessitá di ricorrere al cielo e ne teme l’ira; e, quando il raziocinio gli fa proferire bestemmie, il suo cuore le abiura e cerca ristoro nelle speranze di un’altra vita, e il crederle vane gli è disinganno amarissimo: sono tutte apologie della religione, perché provano che è ingenita nel cuore umano, e che anche a quelli, che non temono né sperano l’eternitá, è necessaria la consolazione d’accostarsi, almen co’ pensieri e con le lagrime, a Dio. Ora chi dicesse: — Un trattato di materialismo è men nocivo d’un solo dubbio su l’immortalitá dell’anima insinuato nel cuore giá commosso e aperto de’ giovani, — che si potrebbe egli rispondere? Ma l’accusa senza difesa veruna è il suicidio, rappresentato in guisa da fare che alcuno di que’ tanti, che sono indotti dal dolore o dalla noia o dalle sventure al desiderio di finire volontariamente la vita, trovino esempi e ragioni e vigore in quel libro. Spesso, e per lo piú ne’ frammenti7, l’autore tende a persuadere sé e gli altri che, a vivere da liberi e da forti, bisogna imparare a poter liberamente e fortemente morire. Anzi nel documento piú volte allegato8 si legge ch’ei anche dopo otto o dieci anni teneva lo stesso parere: bensí rincrescevagli di non averlo servato a se solo. Né qui disputiamo se sia piú da forte o da vile l’uccidersi; se sia azione che abbia esempi ne’ libri della religione; se sia dannosa alla societá; se sia contraria alle leggi della natura. Forse, nella disputa, gli argomenti de’ propugnatori del suicidio sarebbero vittoriosi. Trattasi qui di sapere se abbiam noi diritto di persuadere gli altri a un’azione, che è l’unica forse irrevocabile, e che, secondo la natura dell’uomo, quasi tutti, se dopo fatta potessero, vorrebbero forse non averla tentata mai. Trattasi di giudicare se chi crede utile alla sua patria ed a’ tempi d’arrogarsi questo diritto, deggia inoltre abusarne, valendosi dall’eloquenza dell’esempio, tanto piú terribile quanto è piú riscaldata [p. 164 modifica] dalle passioni, e da passioni necessarie a chi scrive, e con ragionamenti e con affetti e con quadri somministrati dalla natura costernata a morte nell’individuo, e quindi fedeli, e perciò piú creduti. Che se l’architettura sola del libro fu fatta ad animo riposato, e quasi tutti i materiali erano giá usciti da un cuore giovenile esasperato dalla patria perduta, dall’amore infelice, e nell’accesso della sua febbre, qual meraviglia che l’opinione del suicidio s’appigli all’altrui fantasia? Ma l’autore tedesco non ebbe l’intento dell’italiano, né scriveva in epoca di violenti commozioni politiche, quando gli uomini, per poter fortemente agire, son necessitati a deliberarsi a morire. «Stimò il suicidio uno degli avvenimenti piú notabili dell’umana natura e degno d’essere trattato in ogni etá dagli autori. Le meditazioni su la morte volontaria gli fecero entrar il capriccio d’uccidersi: onde, per guarirne piacevolmente, andò per due anni studiandosi di esporre il suicidio in un quadro poetico, e non gli veniva mai fatto. Finché un giovine di sua conoscenza, che aveva il carattere esterno, i costumi, gli studi e finanche il modo di vestire di Werther, si ammazzò per una donna maritata. Allora l’autore radunò, come per inspirazione, sopra questo individuo tutto quello ch’ei medesimo aveva sentito in sé, riflettendo al suicidio, e provato nelle proprie passioni d’amore; e il romanzo gli venne scritto in un mese»9. Ma l’elleboro, che giovò a espellere la malattia dal cervello dell’autore, la portò nell’altrui. E i cervelli «erano allora sí caldi in Germania, che — traduciamo la frase del signor Goethe — bastava una scintilla a far scoppiare la mina»10. Or chi legge sí fatti libri, s’accorge che, se l’uno degli autori fu condotto, dal troppo sentire, a precipitarsi nel sepolcro, e se all’altro dal troppo riflettere gliene venne l’intento, ebbero nondimeno tanto vigore di mente da rientrare in sé e da misurare l’abisso e descriverlo. Ma nessuno potrá scusarli del modo. Werther, essendo esplosione d’ingegno che concentrò e scagliò istantaneo il foco raccolto da lungo tempo, infiammerá piú improvviso e riescirá [p. 165 modifica] dannoso a piú numero di giovani. L’Ortis, perché è giornaliera espressione di dolore sentito, esulcererá a gradi ne’ ripostigli le piaghe di quelli che si trovano dotati di tempra non disuguale e in pari tempo e in pari stato di cuore; e li seconderá a riflettere con dolore su la nullitá della vita e a volerla fuggire. I giovani atti a queste riflessioni, benché siano in minor numero, sono i piú utili al mondo. Ne’ primi tempi che l’Ortis fu pubblicato, il celebre Cesarotti scrisse due lettere, di cui abbiamo gli originali sott’occhio11; e ne ricopieremo puntualmente gli squarci che si conformano a quanto s’è detto. «Vado leggendo interrottamente l’Ortis... Ho bisogno di respirar tratto tratto, per non restar oppresso dal cumulo d’idee, di fantasmi e d’affetti, co’ quali m’ha posto assedio al cuore e allo spirito»... «Dell’Ortis non ho voglia di parlare. Non dirò che due parole. Questa è un’opera scritta da un genio in accesso di febbre maligna, d’una sublimitá micidiale e d’un’eccellenza venefica. Veggo pur troppo ch’è l’opera del cuore di chi la scrisse, e ciò appunto mi duol di piú, perché temo ch’ei ci abbia dentro un mal canceroso e incurabile». Or, da che non è oggimai possibile di abolire un romanzo tante volte stampato, e del quale molti vorranno imitare i pregi letterari e i difetti, e perché inoltre è uno de’ rari libri ne’ quali si può osservare l’ingegno d’un autore giovane e insieme il cuore infermo dell’uomo, abbiamo stimato di ristamparlo correttamente, di raccogliere ed ordinare con diligenza i pareri de’ critici, e di accompagnarlo d’un contraveleno a prò della gioventú. [p. 166 modifica]

  1. Vedi in principio il frammento d’una lettera tronca [i, 277].
  2. [Pag. 55 di questo vol. ii].
  3. S’è dianzi veduto [a p. 150 di questo ii vol.] come nell’Ortis i dolori succedenti, che lo sospingevano al suicidio, si sono con l’abitudine rinforzati e ridotti per esso ad argomenti concatenati.
  4. Una dama italiana ha descritto il carattere personale dell’autore a cui sono attribuite le Ultime lettere. Fra gli altri tratti, somigliantissimi a quelli dell’Ortis, vi si leggono i seguenti:«Intollerante piú per riflessione che per natura... Si strapperebbe il cuore dal petto, se non gli sembrassero liberissimi i risalti tutti del suo cuore... Ama la solitudine piú profonda... Pare che la vita non gli sia cara, se non perch’ei ne può disporre a suo talento». La Review of Iranslations, di cui citiamo questi passi, dice: «I ritratti scritti da M. Teotochi Albrizzi sono di grande pregio per la storia letteraria, non solo perché danno notizie positive di alcuni celebri scrittori d’Italia, fra’ quali Melchior Cesarotti e il conte Alfieri; ma altresi perché i loro caratteri sono delineati con quella tal cognizione del cuore degli individui che non è conceduta che all’occhio finissimo delle donne, e con tal grazia da abbellire la veritá senza occultarla». Schulthessius.
  5. Lauretta [vedi a p. 297 del vol. i, e cfr. la var. a p. 72 di questo i vol.].
  6. [Vedi p. 285 del vol. i:] «Farei cosa superflua e crudele, ridestando in voi tutti il furore che vorrei pur sopire dentro di me». [E a p. 88-9 di questo i vol., che è var. di p. 19:] «Abbiate compassione a’ vostri concittadini, e non istigate vanamente le loro passioni politiche»; e nondimeno ei le istiga in quelle medesime Lettere, e grida: «Perseguitate con la veritá i vostri persecutori... Mi sento rinsanguinare nell’anima questo furore di patria». Cosí i suoi consigli non servono fuorché a dare un altro esempio che la prudenza è vinta di necessitá dalla passione.
  7. [Fra gli altri uno a p. 42 di questo ii vol.].
  8. Lettera al signor Bartoldi.
  9. Vedi la Vita, recentemente pubblicata dal signor Goethe, scritta da esso: Aus meinem Leben, Dichlutig und Wahrheit; dritter Theil; Tübingen, in der J. G. Cottaschen Buchhandlung, 1814. Quanto sta qui rinchiuso fra le due virgolette («») l’abbiamo estratto dal lungo ragguaglio che l’autore del Werther ne dá, dalla p. 320 alla 358 del volume terzo.
  10. Pag. 149.
  11. L’una è in data di Padova, 11 dicembre 1802; l’altra, 7 maggio 1803.