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Capitolo XVI

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CAPITOLO XVI

Seconde scoperte sulla mia famiglia, che atterrarono le mie speranze e la buona volontà che aveva d’essere operoso. Mia determinazione di abbandonarmi a’ miei studi primieri.

La nostra casa di villa, fabbricata all’antica e un tempo assai vasta, comoda e con una quantità di adiacenze, era divenuta uno di que’ castellacci da me dipinti nella cenventesima sesta ottava del duodecimo canto del mio poema faceto intitolato: La Marfisa bizzarra. Gli edifizi erano stati demoliti per due terzi colla vendita de’ materiali, e pochi vestigi sussistenti abitati cantavano: «Qui fu Troia».

Apparecchiato il mio cuore a’ deplorabili addobbi e alla penuria d’agi di quel castellacelo, dalle bocche persuadenti delle mobilie della città, non mi curai nemmeno di esaminarlo.

Una cert’aria gioviale, allegra, di contentezza e spirante sanità, che appariva sul viso a tutti i villeggiatori, fermò il mio sguardo alla mia giunta. Nel mezzo alle voci di giubilo de’ parenti, degli ospiti, de’ servi e de’ villici, non senza abbaiare di molti cani, smontai dal calesse col fratello.

Fui abbracciato da non so chi né da quanti, e non so quale aspetto militare, che aveva acquistato non so come, e che non aveva a far nulla con me intrinsecamente, mi faceva guardare da’ nostri villani come una cometa.

Levando gli occhi, vidi il povero padre mio tremebondo nell’alto del castellacelo, che appoggiato ad un bastone s’ingegnava di strascinarsi ad una finestra per vedermi. Quella scoperta pose in rivoluzione tutto il sangue nelle mie vene. Corsi alle scale e, salitele velocemente, entrai dove egli era, gli presi una mano, baciandogliela con v’erace trasporto filiale. Egli mi cadde sopra una spalla anche piú paralitico che non era, e non potendomi favellare per la lingua perduta, proruppe in un pianto [p. 107 modifica]commiserevole. La violenza ch’io feci a trattenere a forza le mie lagrime per non rattristarlo maggiormente, fu per spezzarmi il polmone.

Egli seguí vacillante i miei passi a me appoggiato, e poco a poco giugnemmo ad un’altra stanza.

La stagione era verso al novembre e assai fredda, massime nel clima friulano. Ardeva in quella stanza un buon fuoco, presso il quale v’era una sedia da poltrire, perpetuo giornaliero riposo alle membra inferme del padre mio, che per il corso di sette anni, con vergogna degli infiniti suggerimenti della medica scienza, or concorde or discorde e sempre inutile, e non ancora giunto a cinquantacinqu’anni dell’età sua gemeva in quella miseria.

Era in quella medesima stanza mia madre, la quale mi espresse flemmaticamente de’ sentimenti non lontani dal carattere materno, ma che tenevano della sostenutezza.

Questa madre, che amai e rispettai sempre per dovere e per genio, protestava spesso, anche senza necessità di proteste, che amava con un riparto eguale di affetti tutti i suoi nove figli.

Diceva con serietà e inarcando le ciglia, frequentemente: — Tagliatemi un dito, mi duole; tagliatemi un altro dito, mi duole; — e passava sino a nove delle sue dita tagliate in parole col dolore medesimo.

Nondimeno il dolore forse d’otto dita tagliate unito, non averebbe eguagliato il dolore del taglio del dito primogenito, che era il fratello Gasparo.

Egli vive, è uomo d’onore e filosofo per quanto si può essere filosofo, e sono certo che, chiamato alla conferma di questa verità, la confesserebbe.

Nel diligente studio ch’io feci sul genere umano ho trovato tante madri colla debolezza della mia, che non mi sono mai sognato di condannarla. Considerai sempre che mio fratello, per le sue doti e per le sue ottime qualità, meritasse il di lei affetto piú che gli altri otto tra figliuoli e figliuole. Siccome però le madri affettuose ad un figlio per lo piú non hanno altra brama che quella d’appagarlo e impiegano la loro predilezione tanto ad esaltare le di lui buone qualità quanto a proteggere le di lui [p. 108 modifica]umane fralezze, mia madre aveva tenuto mano al matrimonio di mio fratello per fare d’un figlio amato un vero martire, e solo mi increbbe di vedere che la di lei predilezione, conservata per tutto il tempo della sua lunga vita non solo, ma sino al punto della sua morte col suo testamento, non abbia mai che accresciute le infelicità d’un uomo, che amai sempre, che amo ancora, e che amerò sino al finire de’ giorni miei come fratello e come amico.

Non averei fatta questa piccola disgressione se non l’avessi veduta necessaria al séguito delle mie Memorie.

La stanza dov’eravamo s’era empiuta di parenti e di famigliari curiosi sulla persona mia. Mio padre si sforzava di farmi delle ricerche; ma la ferita sua lingua non permettendogli l’articolazione, s’impazientava e ricadeva nel pianto.

Il cuor mio contaminato non m’impedí di por mano ad una lunga catena di racconti degli accidenti piú faceti ch’io aveva passati nella Dalmazia e ne’ miei viaggi, e lo feci ridere coll’assemblea tutto il resto di quella giornata.

L’aria perfetta di que’ villaggi; una mensa non molto decente, ma fatta abbondante dal prezzo amabile de’ commestibili di que’ paesi; la giovialità, i sali e le lepidezze delle quali la nostra fratellanza fece sempre professione, non mi lasciavano dar retta alle mancanze dell’albergo.

Il secondo giorno della mia villeggiatura scopersi che il vero male non istava nell’abitazione, ma stava negli animi.

Non saprei dire il perché, parve ch’io fossi considerato da tutti persona di conseguenza.

Le tre sorelle rimaste in casa mi prendevano da una parte con secretezza, e mi narravano che la moglie di mio fratello Gasparo, in alleanza stretta con la signora nostra madre, che l’amava ciecamente per esser ella sposa del primogenito, dominava e reggeva interamente gli affari della famiglia, i quali andavano sempre di male in peggio; che la padronanza del nostro padre infermo non era che una covertella sedotta e adoperata dalla volontà della nostra madre, e sempre in favore de’ suggerimenti della direttrice; e che se io non metteva qualche argine, la famiglia terminava di cadere nell’ultimo precipizio. [p. 109 modifica]

Una di queste mie sorelle, nominata Girolama, che leggeva molti libri, scriveva molti fogli, componeva molti sonetti, traduceva delle opere francesi in versi italiani, perch’era attaccata dalla epidemia famigliare, mi favellò con una gravità ed una eloquenza da sibilla.

La moglie di mio fratello non lasciava di proccurarsi de’ colloqui secreti con me. Ella mi diceva che suo marito era pigro, indolente, quasi sempre perduto sugli studi infruttuosi, spesso in una certa conversazione geniale, e lontanissimo dal voler pensieri e pesi domestici; ch’ella aveva fatto il possibile (Dio lo sapeva) e che averebbe seguitato a fare il possibile (Dio l’avrebbe veduto). Mi narrava le imprese che aveva fatte, quelle che intendeva di fare, che, per dire il vero, non erano che poetiche bestialità. Mi giurava ch’ella non era padrona di nulla; non posseditrice, non amministratrice di tutte le rendite, ma ch’era semplice consigliera, inframmettitrice, riparatrice, provveditrice a’ bisogni per buon cuore. Mi stimolava a far de’ seri discorsi a suo marito, che lo inducessero ad abbandonare le sue inutili applicazioni e specialmente le sue visite geniali di pregiudizio sommo, e lo costringessero a soccorrere le di lei immense fatiche ed a pensare a’ suoi figliuoli ch’erano cinque.

Nel misto delle verità, delle menzogne e delle fantasie che uscivano dal cervello ognora infiammato di quella povera donna, in vero affaticatissima e sempre imbrogliata, rilevava ch’ella era mossa sostanzialmente dal timore d’essere incolpata de’ disordini avvenuti, dallo spirito dell’ambizione che aveva di prima ministra d’uno stato immaginario, e dal diavolino di qualche donnesca gelosia del marito, il quale, scordando un lungo canzoniere petrarchesco che aveva composto per lei ne’ tempi andati, da lei retribuito con cinque figliuoli, la trascurava, e non facendole piú nemmeno un sonettino, rivolgeva i suoi carmi ad un altro idoletto.

L’omaggio di tutti quelli della famiglia, che presentavano a lei i lor memoriali supplichevoli per ottenere un ducato o un paio di scarpe o consimili grazie col suo mezzo (non si sapeva da qual padrone), era per lei un fasto ed una vittoria che [p. 110 modifica]compensavano tutte le sue immense fatiche nella sua reale, ma negata e soprattutto pindarica amministrazione.

Almorò mio fratello minore era pure alla villa per le vacanze di quella scuola che non aveva. Appariva ch’egli avesse avuta pochissima educazione scolastica e che avesse minor decenza ne’ suoi vestiti. Ragazzo di buone viscere, allegro e innocente, perduto nel diletto di tessere inganni agli augelletti, non aveva né l’età né il tempo di riflettere alle sciagure, né mi parlava che del numero e della specie degli augelli che aveva presi e degli accidenti, per lui gravissimi, avvenutigli nelle sue uccellature.

Mio padre non mi parlava perché non poteva, mia madre perché non voleva, i cinque figliuoli di mio fratello co’ loro fanciulleschi sussurri e le loro strida disturbavano l’unico mio diletto in cui era ricaduto, di leggere, di scrivere delle prose e di comporre de’ versi.

A tutte le lamentazioni ed a tutti i stimoli accennati che mi si replicavano, io non rispondeva, che con un: — Vederemo e penseremo.

Nel quadro di burrasca che mi si era presentato della mia famiglia, scorgeva che qualunque passo di novità che avessi tentato in quel numeroso vespaio di parenti, opposto alla corrente amministrazione, la quale mi dispiaceva, ma la quale sotto l’ombra di mio padre era posseduta dalle femmine, sarebbe stato mal dipinto appresso al mio padre medesimo, pregiudicato dalla educazione, suscettibile e caldo per temperamento, debile per infermità, ma sempre padrone, e padre da me rispettato ed amato.

Dubitava che qualche mio movimento, non solo si rendesse infruttuoso, ma fosse per esser dannoso. Temeva di divenire l’odio di tutti, perché vedeva che il movente di tutti era piú amor proprio che saggio riflesso e apparecchio alla moderazione, e temeva di cagionare delle scosse tali nella macchina già cadente dell’amato mio padre, che troncassero que’ pochi giorni di vita che gli restavano. Si vedrà fra poco che il mio pensare non era da cattivo astrologo.

Mi determinai, con una ferma costanza, alla rattenutezza, a sorpassare ogni cosa, vivente il padre, di abbandonarmi a’ miei [p. 111 modifica]soliti studi di belle lettere ed alle solite mie osservazioni sul mondo e sulla umanità.

Seppi che mio zio materno Almoró Cesare Tiepolo, vecchio senatore venerando, villeggiava tre miglia lontano da noi ne’ beni di sua ragione.

Fui a baciargli la mano. Mi chiese com’era stato trattato in Dalmazia da S. E. Quirini. Risposi che ottimamente, ma che non aveva potuto darmi alcun solido uffizio, perché le milizie erano passate alle guarnigioni nell’Italia. Mi esibí d’inviarmi e di raccomandarmi a S. E. Provveditor generale a Verona. Risposi che lo ringraziava, ma che Marte non voleva ispirarmi la vocazione militare; ch’io prevedeva di dovermi impiegare per la mia famiglia, la quale con voci altissime chiamava soccorso.

Egli mi disse, crollando il capo e stringendo le labbra, ch’io aveva ragione.