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Adrian Comollo

1992 M Saggi letteratura Machiavelli, Guicciardini e lo Stato Pontificio Intestazione 3 marzo 2008 75% Saggi

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A cominciare da San Francesco d'Assisi, Jacopone da Todi e Dante, i circa otto secoli della letteratura italiana sono costellati da scrittori grandi e minori che mostrano un vivo interesse per i valori cristiani e per la chiesa cattolica romana, che ne vuole essere la portainsegne e la promotrice.

Un buon numero di questi scrittori militano tra le file del clero stesso: basti pensare a Petrarca, al Boccaccio dell'età avanzata e poi a Ficino, a Bembo, a Sarpi, a Campanella, a Muratori, a Parini, solo per citare i più illustri. Un buon numero se ne contano tra i devoti laici, come Galileo, Manzoni e Fogazzaro.

Molti di loro, consapevoli dei propri doveri sociali di cristiani e scrittori, non esitano a stigmatizzare, chi con più, chi con meno impeto, la distanza che separa la chiesa del proprio tempo dal modello evangelico, anche a costo di subire le severe sanzioni da parte della potente gerarchia ecclesiastica. Ad esempio, Dante si scaglia spesso e volentieri nella Divina Commedia contro la sete di potere della curia romana e dei papi che da pastori sono diventati lupi rapaci nei confronti del gregge cristiano. Per questo motivo, fino a tempi recenti, il suo poema è stato visto con sospetto dalle autorità ecclesiastiche. Venendo all'oggetto specifico di questa ricerca, ci proponiamo di esaminare l'atteggiamento di Machiavelli e di Guicciardini a riguardo del modo d'amministrare e di comportarsi della curia romana, circa due secoli dopo Dante. Machiavelli non ha il temperamento filosofico dell'Alighieri e quindi non trova interesse a scrivere un trattato su questioni di principio come la Monarchia, ma in vari passi delle sue opere è ben evidenziabile un atteggiamento fortemente critico nei confronti della Roma papale dei suoi tempi, articolabile in tre campi principali, politico, religioso e sociale.

Pur non volendo disquisire troppo sull'origine e la legittimità del potere temporale (argomento spinoso per chi doveva mantenere rapporti diplomatici amichevoli con Roma)1 , lo condanna in ogni caso perchè rappresenta il principale ostacolo al suo sogno politico: una Italia unita in un solo stato, forte come la Francia e la Spagna, capace di resistere alle velleità espansionistiche di quei regni. La principale colpevole del frazionamento politico della Penisola è proprio la chiesa, come chiaramente esprime nel noto passo dei Discorsi: "La chiesa ha tenuto e tiene questa provincia (l'Italia) divisa...E la cagione che la Italia non...abbia anch'ella o una repubblica o uno principe che la governi, è solamente la chiesa...[che] non essendo [tanto] potente da potere occupare la Italia, nè avendo permesso che un altro la occupi, è stata la cagione che non è potuta venire sotto uno capo..."2 . E l'unità di un paese è per Machiavelli il summum bonum, la conditio sine qua non perchè un paese possa prosperare e organizzare una valida difesa. 3 Con amaro umorismo consiglia, chi non è convinto della sua affermazione, di fare un esperimento: di trasferire la corte romana "in terre de' svizzeri", popolo da lui ritenuto integerrimo e disciplinatissimo, "e vedrebbe che in poco tempo farebbero più disordine in quella provincia i rei costumi di quella corte che qualunque accidente che in qualunque tempo potesse surgere" . 4

Machiavelli, in fatto di religione, non è quel freddo e calcolatore opportunista che da varie parti si vorrebbe far credere. Facendo eco a Savonarola, si duole che la religione cristiana sia decaduta a tal punto rispetto ai "fondamenti suoi", che è vicino "sanza dubbio o la rovina o il flagello".5 E non è neanche ben fondato lo stereotipo secondo cui Machiavelli consideri il cristianesimo decisamente inferiore alla religione classica, perchè distingue con cura il cristianesimo originario da quello corrotto dei suoi tempi. Afferma infatti: "[La religione cristiana] se ne' princìpi della repubblica cristiana si fosse mantenuta secondo che dal datore d'essa ne fu ordinato, sarebbero gli stati e le repubbliche cristiane più unite, più felici assai che non lo sono".6 Un accenno indiretto, ma abbastanza chiaro, sull'origine del suo scetticismo religioso ci è dato là dove afferma che "quelli popoli che sono più propinqui alla chiesa romana, capo della religione nostra, hanno meno religione". Poco oltre, per spiegare il motivo di questa religione fiacca e conformista dei compatrioti, aggiunge:"...Per gli esempli rei di quella corte [l'Italia] ha perduto ogni devozione e ogni religione". Dispiacendosene molto, conclude che la pace, bene supremo per ogni stato, viene a mancare se non vi è religione, perchè senza religione nascono "infiniti inconvenienti e infiniti disordini" e invece "dove è religione si presuppone ogni bene".7 Infatti, al tempo dei primi papi, la religione era tenuta in alto onore e l'ordine sociale ne beneficiava grandemente:"...i primi [papi] dopo san Piero, per la santità di vita e per i miracoli, erano dagli uomini riveriti; gli essempli de' quali ampliorono in modo la religione cristiana che i prìncipi furono necessitati, per levare via tanta confusione che era nel mondo, ubbidire a quella". 8

A proposito di questi "infiniti inconvenienti e disordini" di un paese decaduto nell'irreligione, non può non venirci in mente la situazione de La mandragola, dove solo la malizia diabolica di fra Timoteo (che per denaro tradisce la propria "figlia spirituale") induce Lucrezia all'adulterio, a quel peccato che è il simbolo stesso della sovversione nella famiglia e nella società. La bramosia di fra Timoteo, considerato come tipico rappresentante del clero, sta dunque alla base della rovina della società intera. Il cinismo della Mandragola è un'apparenza, in realtà, alla luce delle citazioni soprascritte, è solo maschera di un profondo sconforto: il sorriso del famoso busto di Machiavelli è soprattutto, direi, il sorriso amaro di chi vede le virtù principali calpestate da chi li dovrebbe far osservare.

E' lecito quindi scorgere nella vicenda di Lucrezia un cenno autobiografico a come Machiavelli abbia perduto la sua originaria fiducia nella religione a seguito della ipocrisia delle autorità preposte a questi valori e abbia quindi indirizzato la sua ricerca ai valori civili, ammirando la Roma repubblicana. Non dimentichiamo che il nome Lucrezia per Machiavelli è bifronte in quanto può riferirsi tanto alla virtuosa matrona romana quanto alla corrotta figlia di Alessandro VI: e nel corso della vicenda della Mandragola si verifica di fatto questa metamorfosi.

Persa la fiducia di trovare un solido fondamento nella religione ufficiale, Machiavelli organizza la sua gerarchia di valori su basi strettamente laiche, politiche, terrene, e si concentra tutto sul suo sogno di un forte stato italiano e su questo altare tutto sacrifica. Arriva a consigliare a Lorenzino de' Medici di cercare l'appoggio di papa Leone X, un Medici lui pure, dimenticando quanto aveva scritto a proposito dei deleteri effetti, per l'Italia, del potere politico dei papi.9 Ma in Machiavelli la frenesia di agire era così forte a quel punto, che non lo potevano più trattenere le considerazioni teoriche. Tirando le fila si può notare che la critica di Machiavelli nei confronti della Roma papale si indirizza verso un'unica direzione e ricalca nei suoi elementi di fondo quella dell'Alighieri: denunciare la drammatica distanza della gerarchia del suo tempo da quella delle origini e la conseguente decadenza dei costumi religiosi e sociali tra la popolazione.10


Se Guicciardini era molto meno convinto di Machiavelli sui benefìci derivanti da un potente e unito stato italiano, era certamente d'accordo con lui sulla diagnosi di estrema degradazione della chiesa romana e dei guasti politi e sociali derivanti da questa condizione. E ce lo descrive con ampiezza di particolari in vari passi delle sue opere. Non è un caso quindi che la sua Storia d'Italia sia stata subito inclusa nell'Indice dei libri proibiti, e pubblicata nei paesi cattolici solo dopo completa cancellazione ("emendamento", con termine tecnico-eufemistico) dei passi incriminati. Ovviamente tali brani sono stati con gran cura messi in evidenza e divulgati dalla pubblicistica protestante, così come già era avvenuto con la De Monarchia di Dante. 11

Guicciardini, da perfetto diplomatico e consapevole del danno a cui il suo "particulare" sarebbe stato esposto, ebbe l'accortezza di non pubblicare nulla in vita. I Ricordi, con le sue osservazioni particolarmente pungenti, furono dati a stampa non solo post mortem, ma anche sotto falso nome, perchè i suoi figli non volevano essere additati come irreligiosi in una società dove la rispettabilità dipendeva molto dalle buone relazioni con la chiesa. 12Come molte altre pubblicazioni troppo esplicite di quel tempo, videro la luce nella liberale Venezia. Il più noto tra i capitoli dei Ricordi che criticano duramente la curia romana è il ventottesimo, dove Guicciardini spiega anche, come scusante, il motivo della sua mancata presa di posizione: "Io non so a chi dispiaccia più che a me la ambizione, la avarizia e la mollizie de' preti...Nondimeno el grado che ho avuto con più pontefici m'ha necessitato a amare, per el particulare mio, la grandezza loro: e se non fussi questo rispetto, arei amato Martino Luther quanto me medesimo...per vedere ridurre questa caterva di scelerati a' termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza autorità".13

Ovviamente il Nostro è troppo coinvolto, si potrebbe dire compromesso, con la corte romana per poter andare al di là di uno scatto di ira bona, ma anche solo da questo pensiero è possibile renderci conto della sua nobiltà d'animo e di un certo rigore morale. Deve nascondersi in una forma sotterranea di nicodemismo, ma al tempo stesso non rinuncia a consegnare ai posteri un potente atto d'accusa che potrà smuovere qualcuno a fare giustizia. E' ancora troppo vivo nella sua mente l'esperimento fallito del "profeta inerme", del Savonarola, e quindi, da prudente politico qual'è (e, detto tra parentesi, a differenza del Savonarola e di Lutero ha moglie, e diverse figlie da sistemare), non vuole inoltrarsi in avventure senza possibilità di successo e senza ritorno. Ma al tempo stesso vorrebbe dissociarsi dalla corruzione della corte romana e giustificarsi davanti al tribunale della storia. Alcuni potrebbero forse assimilare il suo atteggiamento a quello di un Pilato, ma io preferirei parlare appunto, a ragion veduta, di nicodemismo, di eccesso di prudenza piuttosto che di mancanza di coraggio.

Se il succitato passo dei Ricordi riassume in sè la drammatica situazione di Guicciardini, costretto a servire chi intimamente disprezzava, alcuni passi della Storia d'Italia e di altre sue opere (tutte pubblicate post mortem) illustrano la nascita e lo sviluppo del potere temporale dei papi, dipingono vividamente alcune scene di questa corte corrotta, e ci spiegano i motivi dell'indignazione del Nostro. Accenniamo qui ai luoghi più importanti. Guicciardini traccia lo sviluppo del potere temporale della Chiesa quasi facendo eco all'"Ahi Constantin!" della Commedia. La confusione tra scettro e pastorale è evidente nel fatto che la chiesa "istituita da principio meramente per la amministrazione spirituale, è pervenuta agli stati e imperi mondani". 14

Come già Dante, Guicciardini contrappone la chiesa precostantiniana a quella successiva, in graduale e sempre più netta antitesi agli insegnamenti evangelici: i sommi pontefici prima di Costantino erano, secondo l'esempio di Pietro "grandi di carità, d'umiltà, di pazienza, di spirito e di miracoli...spogliati di potenza temporale"15 mentre quelli successivi "deposta a poco a poco la memoria della salute dell'anime e de' precetti divini, e voltati tutti i pensieri alla grandezza mondana, nè usando più l'autorità spirituale se non per istrumento e ministerio della temporale, cominciorono a parere più tosto prìncipi secolari che pontefici". Conseguenze di questa completa perversione: "...eserciti...guerre contro a' cristiani...insidie per raccorre da ogni parte danari" e poi simonie, lusso, libidine, nepotismo.16

Nutre seri dubbi sulla autenticità della Donatio Constantini17 e, infatti insinua che la sua autorità deriva principalmente dal fatto i "pontefici hanno in qualche tempo sfozato gli uomini con gli editti e con le censure a crederla".18 Ma se anche così non fosse (da storico consumato si basa solo su fatti incontestabili) la storia mostra come lungo i secoli le relazioni tra papato impero sono andate mutando secondo l'avvicendarsi, il gioco anzi, di puri rapporti di forza e non secondo solidi e immutabili principi giuridici. Infatti per alcuni secoli dopo Costantino "e' pontefici furono non solo obsequenti, ma quasi subditi agli imperadori" e venivano da loro eletti direttamente o comunque non senza il loro beneplacito, secondo la legge e la consuetudine che vigeva nell'ordinamento romano.19 Carlo Magno fu il primo a deviare da questa tradizione e a riconoscere al papa una certa autorità e a fargli anche concessioni territoriali. Ma in realtà l'incoronazione di Carlo da parte del papa non si fondava su nessuna chiara premessa giuridica: "Non potendo Carlo per altra via dare iuridico colore [al suo impero], consentì che gli imperatori fussino incoronati da' pontefici, i quali mi pare che si ingerissino in questa cosa non per auctorità spirituale, ma come capi del popolo romano" e a questo passo le due autorità furono portate "più dalla occasione che dalla ragione" .20 Comunque, anche sotto gli imperatori carolingi, i pontefici "se bene vivevano con loro più presto quasi come compagni e non in quella prima totale subiectione, pure consentivano aspettare la confirmatione loro e essere sottoposti a' loro giudicii". 21 Una svolta si ebbe quando l'impero passò alla nazionalità germanica, perchè gli imperatori, "non essendo potenti" non potevano più farsi ubbidire dai pontefici, i quali "cominciorono a potere stare grandi sanza la protectione dello Imperio" e da questa confusione di poteri nacquero moltissime guerre. 22

Quanto ai pontefici che ha direttamente frequentato e servito, le sue invettive non possono essere più esplicite e abrasive. Accenniamo ad esempio all'elezione e al ritratto morale di Alessandro VI: "Assunto al pontificato per le discordie che erano tra i cardinali...ma molto più perchè...comperò palesemente, parte con danari, parte con promesse...molti voti di cardinali; i quali, disprezzatori dell'evangelico ammaestramento, non si vergognorono...di trafficare...i sacri tesori, nella più eccelsa parte del tempio". Poco oltre: "...In Alessandro VI fu solerzia e sagacità singolare...ma erano queste virtù avanzate di grande intervallo da' vizii: costumi oscenissimi...avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà più che barbara, ardentissima cupidità di esaltare in qualunque modo i figliuoli, i quali erano molti...". 23 A proposito dei suoi "costumi oscenissimi" è noto il passo della sua Storia in cui si accusa Alessandro VI di incesto:"Era medesima fama...che nell'amore di madonna Lucrezia concorressino non solamente i due fratelli ma eziandio, il padre medesimo". Questa trista fama della famiglia Borgia era tanto diffusa che anche il Pontano scrisse contro Lucrezia a modo di epigrafe: "Hoc iacet in tumulo Lucretia nomine, sed re / Thais, Pontificis filia, sponsa, nurus" - "In questa tomba giace colei che di nome fu Lucrezia, ma di fatto fu Taide, del pontefice figlia, sposa e nuora".24 E pare proprio che Guicciardini non esagerasse in questo tipo di osservazioni perchè oltre al Pontano anche Egidio di Viterbo scriveva: "Dal papa , che vi ha del continuo il suo greggie illecito, ogni sera 25 femine e più, da l'avemaria ad una hora (dopo mezzanotte) sono portate in Palazo in groppa di qualche uno, adeo che manifestamente di tutto il Palazo è factosi postribulo d'ogni spurcitie".25


Leone X sarebbe stato un vero pontefice se "quella cura e intenzione che ebbe a esaltare con l'arti della guerra la chiesa nella grandezza temporale avesse avuta a esaltarla con l'arti della pace nelle cose spirituali" ma visse in un periodo in cui si era ormai perso il vero concetto di autorità religiosa e credette quindi che fosse "più officio de' pontefici aggiugnere, con l'armi e col sangue de' cristiani, imperio alla sedia apostolica che l'affaticarsi, con lo esempio buono della vita...per la salute di quelle anime, per la quale si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in terra suoi vicari". 26 Le accuse nei confronti dei papi suoi contemporanei andavano dunque ben al di là delle oscenità private, visto che il Nostro addirittura li incolpava di mettere a ferro e fuoco l'Italia intera: "...Stimolandogli la cupidità di sollevare i congiunti suoi di gradi privati a principati... sono stati da molto tempo in qua spessissime volte lo instrumento di suscitare guerre e incendi nuovi in Italia". 27

Tirando le fila di quanto detto, possiamo affermare che tanto Machiavelli che Guicciardini sono fortemente critici nei confronti del potere temporale dei papi, come questione di principio e molto più come situazione di fatto. Pur essendo legati in molti modi alla corte romana, non si vendono all'adulazione come un qualsiasi cortigiano, ma, da veri magnanimi, trovano la forza di denunciare lo scandalo, sull'esempio di un Savonarola. Che cosa propongono in alternativa? Machiavelli, deluso completamente dal presente, ripropone l'antico modello romano, in cui la religione sia controllata dallo stato e le cariche religiose siano stabilite dal senato. Guicciardini, è anche lui contrario all'ingerenza della chiesa negli affari politici e ripropone, anche se non lo cita direttamente, la soluzione caldeggiata tempo prima da Dante, e cioè il rispetto e l'indipedenza reciproca di stato e chiesa. E' interessante notare come gli autori dei secoli successivi a riguardo dei problemi giurisdizionali tra chiesa e stato si rifacciano essenzialmente alle due soluzioni proposte da Machiavelli e Guicciardini. Così avremo un Sarpi che segue più da vicino lo statalismo machiavelliano e un Cavour che con la sua formula "libera chiesa in libero stato" si ispira alla tesi guicciardiniana.

Considerando l'attuale situazione giuridica della chiesa in Italia, risultato, come ben si sa, di un puro compromesso, i nostri due Autori sarebbero entrambi molto insoddisfatti.

Note

  1. Il clima tollerante della diversità di opinione, ereditato dall'Umanesimo, era ancora ben vivo a Roma all'inizio del Cinquecento: tanto i Discorsi che {Il Principe di Machiavelli vengono pubblicati a Roma con privilegio papale. Ma è evidente che anche in questo clima relativamente liberale non si poteva superare certi limiti: l'esempio del Savonarola e di Pico lo stava eloquentemente a dimostrare. Vedere l'introduzione di C. Vivanti ai Discorsi, Einaudi, 1983, p.XLI.
  2. Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio I, 12, 2
  3. A questo passo si affiancano altri dalle Istorie fiorentine, uno dei quali recita:"...tutte le guerre che dopo questi tempi [Carlo Magno] furono da' barbari fatte in Italia, furono in maggior parte dai pontefici causate...Il qual modo di procedere dura ancora in questi nostri tempi; il che ha tenuto e tiene la Italia disunita e inferma" (Ist. Fior. I, 9)
  4. Questo è il tema ricorrente de Il Principe, ma raggiunge l'acme nel famoso ultimo capitolo (XXVI)
  5. Discorsi I, 12, 2
  6. Discorsi I, 12, 1
  7. Ibidem.
  8. Discorsi I, 12, 2. A questo proposito M. Bonfantini scrive nell'introduzione:"...Il tema profondo dei Discorsi è proprio la intima religiosità d'ogni cittadino, indispensabile ad ogni veramente salda organizzazione del viver sociale...". Ricciardi, 1963, p.XXXI. Ist. fior. I, 9
  9. Ist. fior. I, 9
  10. Principe cap. XXVI. A ben vedere questa posizione ricalca nei suoi elementi di fondo quella di Dante, di cui il Nostro conosceva molto bene la Commedia (Voce "Machiavelli" dell'Encicl. dantesca).
  11. Vedere: V, Luciani, Francesco Guicciardini e la fortuna dell'opera sua, Firenze, Olschki, 1949, pp.208-222
  12. Vedere l'introduzione di E. Pasquini ai Ricordi, Garzanti, 1988, p.XLI
  13. F. Guicciardini, Ricordi, n.28 in Opere, a cura di V. De Caprariis, Ricciardi, Milano-Napoli, 1961, p.103
  14. Storia d'Italia, III, 12 in Opere, p.556
  15. Ibidem.
  16. Ibidem, p.564-565
  17. Testo latino della Donatio
  18. Cose fiorentine in Opere, p.351
  19. Ibidem.
  20. Ibidem, p.352
  21. Ibidem, p.353
  22. Ibidem, p.354
  23. Storia d'Italia, I, 2 in Opere, Ricciardi, p.376
  24. Vedere: V. Luciani, citato, p.436, nota 4.
  25. Citato da M. Firpo in: E. Garin, L'uomo del Rinascimento, Laterza, 1988, p.80.
  26. Storia d'Italia, XI, 8, Ricciardi, pp.808-809
  27. Storia d'Italia, IV, 12, Ricciardi, p.565

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