Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/VI

Alla Reale Accademia della Crusca VI

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Alla Reale Accademia della Crusca - V Alla Reale Accademia della Crusca - VII


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VI


Come io ebbi conosciuto il codice Magliabechiano, che contiene queste due Letture ancora inedite, il mio primo pensiero fu di pubblicare queste soltanto; giacchè le altre già erano state pubblicate sino dal sec. XVI. Ma ho poi considerato che queste altre Letture e le lezionie Gelliane, sebbene di talune si abbiano no nuna sola, ma due e anche tre edizioni, sono divenute si fattamente rare, che pochi le conoscono, e pochissime sono le biblioteche private, e anche le pubbliche, nelle quali se ne conservi la raccolta intera. E il prezzo, non dico di tutta la collezione, presso che impossibile a trovarsi in commercio, ma delle Letture e lezioni separate. è salito tanto alto, che poche borse vi arrivano; e men che le altre, le borse dei letterati, le quali sono quasi sempre assai meschine. Mi parve dunque miglior consiglio il riunirle, ponendo insieme le edite e le inedite, e dandole agli studiosi, e particolarmente ai Dantisti, in volumi di tal costo da non essere di aggravio anche alle fortune più modeste.

Il tempo in cui si fecero le lezioni del Gelli sopra la Divina Commedia si stende per lo spazio di ventitrè anni, essendo la prima del 1541, e l’ultima del 1563. Era però cosa natuale e ovvia, che qui io le disponessi, non secondo l’ordine loro cronologico, ma secondo le Cantiche e i Canti del poema; e così prima quelle che riguardano l’ Inferno, sebbene di tempo sieno posteriori; e quindi le altre che spiegano [p. xxviii modifica]qualche passo del Purgatorio o del Paradiso, ancorchè queste siensi fatte prima. Circa al metodo che seguii per la stampa delle Letture inedite, e per la stampa delle già edite, non altro dirò se non che fu il medesimo al quale già si conformò il prof. Agenore Gelli nel volume che qui sopra ho allegato, e che novamente ricordo per titolo di lode; metodo che fu pure approvato da voi, illustri Accademici, poichè a quel volume accordaste l’onore di registrarlo tra i citati. Ed è in sostanza quello che io già adottai per la mia ristampa della Bibbia volgare, alla quale più recentemente vi compiaceste di decretare lo stesso onore. Devo solo aggiungere, che come già feci per la Bibbia, così anche nella presente edizione, trovando nel codice e nelle antiche stampe alcun luogo dove mi sembrò che una o più parole mancassero, le quali dal senso fossero necessariamente volute, ve le ho messe, ma chiudendola tra segni di parentesi quadre [], acciò si conoscesse quella non essere parole del testo, ma un supplemento mio. E tanto maggiormente spero che la edizione non vi sarà discara, in quanto io la cominciai e la menai a termine coll’aiuto sempre e col consiglio dell’ottimo amico mio e collega vostro Cav. Giovanni Tortoli, così cortese e benevolo, come dotto in molti rami del sapere, e versatissimo nel magistero della lingua e in ogni particolarità della filologia. Nè solamente egli mi aiutò nelle cure della stampa, le quali chi ci ha pratica sa quanto sieno lunghe e fastidiose; ma per le Letture già edite volle cooperar meco nel confrontarne le varie stampe; e per le inedite ebbe continuamente sott’occhio e consultò il codice Magliabechiano, del quale io non possiedo altro che una copia, fatta però con gran diligenza.

A piè di pagina posi alcune postille; e sono di tre specie. La prima è di brevi avvertenze o rettificazioni che mi [p. xxix modifica]parvero opportune; e di queste non ho altro a dire. La seconda è di correzioni che feci in pochi luoghi dove il testo mi sembrò manifestamente guasto. Diedi in quei luoghi il testo corretto, ma volli che il lettore fosse informato del mutamento, e potesse darne giudizio; al qual fine non ho mai tralasciato di mettere in nota il testo delle edizioni precedenti e del manoscritto; come pure ho messe in nota la diversa lezione che talvolta s’incontra nelle diverse stampe. Più importante è la terza specie delle postille. Tutti sanno, molti essere i passi del poema di Dante, i quali sono scritti diversamente nei diversi suoi codici, e nelle diverse sue impressioni. E lo studio di così fatte varianti, e il paragonarlo tra loro, e il farne la scelta con discernimento critico, è uno de’ principali uffizii della letteratura Dantesca; e forse è oggidì il principalissimo. Imperocchè prima di ricercare che cosa Dante abbia voluto intendere, e qual sia il senso letterale o raccontato de’ suoi versi, bisogna sapere con certezza che cosa egli abbia veramente scritto. Ma questa varietà di lezioni non solo è da riscontrarsi nei testi a penni e negli stampati, ma è pure da indagarsi nei commenti, e specialmente nei più antichi; i cui autori hanno avuto o potuto avere presenti uno o più esemplari della Commedia, non conosciuti da noi. Onde Carlo Witte nella dotta prefazione che fece al poema di Dante, da lui ricorretto, e pubblicato nel 1862 coi tipi di Rodolfo Decker a Berlino, raccomandò ai futuri editori lo spoglio e il raffronto de’ commenti antichi; impresa, che a parer suo non sarà di piccolo profitto, e ch’egli immerso in altre cure, lasciò poco o meno che intatta. E tra questi commenti nominò in modo particolare le lezioni del Gelli; delle quali io aggiungerò ch’e’ da farsi tanto maggior caso, in questo caso Gelli nella terza lezione della sua settima Lettura dice che della Divina Commedia [p. xxx modifica]consultò e conobbe, non un solo testo, ma infiniti; nè certamente fu tal uomo da adottare a caso, e senza matura considerazione, una variante più tosto che l’altra in mezzo a questa infinita copia. Laonde ho fatto in modo che per quanto se ne può ricavare dalle Letture Gelliane, i Dantisti avessero di così fatte varianti un completo registro nella presente mia edizione. A ciò mira la terza specie delle postille, dove a una a una rilevai le varianti accettate dal Gelli, pigliando per termine di confronto, e segnando Cr., la edizione fatta dal Le Monnier nel 1837 sotto la direzione di quattro illustri Accademici vostri; edizione approvata poscia, e allegata da voi nel Vocabolario.
Una raccolta, com’è questa, dove si adunano per la prima volta e per intero le maggiori e più erudite scritture del Gelli, non doveva andare senza il ritratto dell’autore. Nelle Vite deì più eccellenti pittori, ristampate ultimamente a Firenze dal Sansoni con nuove annotazioni e commenti dell’illustre Arciconsolo vostro Gaetano Milanesi, narra Giorgio Vasari, che il Bronzino, in una tavola allogatagli da Giovanni Zanchini per farvi dentro un Cristo disceso al Limbo fra i Santi Padri, dipinse molto naturali alcuni ritratti, fra i quali (dice il Vasari) è Giovambatista Gello, assai famoso Accademico Fiorentino. E dice che valore si fossero i ritratti del Bronzino, possiamo saperlo dal medesimo Vasari, il quale ci assicura essere stato proprio di questo maestro il ritrarre dal vero, quanto con più diligenza si può immaginare; onde i suoi ritratti erano di maniera finiti, che parevano vivi veramente, e che non mancassero loro se non lo spirito. Ma la tavola della quale si parla, dopo essere stata per molti anni sopra un altare in Santa Croce, ne fu levata e trasportata nella Galleria degli Uffizi, a cagione di parecchie figure che vi si veggono ignude contro le leggi della [p. xxxi modifica]modestia. Ora, come potremo noi conoscere, tra i volti umani che vi si ammirano con tanta squisitezza d’arte figurati, qual sia il Gelli? Varie stampe Torrentiniane di libri del nostro autore ne portano la immagine al rovescio del frontespizio; così l’hanno le tre stampe da’ Capricci del Bottaio del 1548, del 1549 e del 1551; quella della Circe del 1549; quella della Lezione Dantesca del 1548; quelle delle due lezioni Petrarchesche, entrambe del 1549, e quella della Commedia intitolata Lo errore del 1555. E’ però sempre la immagine stessa, finamente lavorata di tratteggio, e chiusa in una cornicetta quadrilunga, al di sopra della quale si legge in maiscole:IL GELLO, non mancando mai questa leggenda, se non nella Commedia. Bisognava dunque esaminare il quadro del Bronzino colla scorta della sopra detta immagine; e di siffatto confronto ebbe la cortesia d’incaricarsi lo stesso illustre Milanesi, del quale non saprei qual si potesse trovare giudice più capace e competente. La sentenza fu che quella immagine, e il volto di un de’ due vecchi che nella tavola del Bronzino stanno vicini alla spalla destra del Redentore, sono tra loro di perfetta rassomiglianza; onde tanto valeva riprodurre le sembianze del Gelli da quella tavola, quanto il riprodurle dalla immagine che sta nella prima carta delle sopra dette edizioni. E si prese quest’ultimo partito per due ragioni. La prima, che l’immagine è di tal perfezione da non lasciare speranza che una copia, presa di nuovo e direttamente dal quadro, avesse a riuscir migliore. La seconda, che il tempo in cui si stampò il ritratto (ch’è il tempo medesimo che il Bronzino operava); il favore di cui godeva il Gelli presso il Duca Cosimo; il trovarsi anche il Bronzino per cose dell’arte sua alla Corte Medicea; l’essere quella del Torrentio stamperia Ducale; e sopra tutto la identità di effigie e di forma che si ravvisa [p. xxxii modifica]tra la figura dipinta e la stampata, dànno fondamento alla congettura, che pur fosse del Bronzino il disegno che servì per la stampa.