Letture sopra la Commedia di Dante/Alla Reale Accademia della Crusca/V

Alla Reale Accademia della Crusca V

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V


Intorno al Codice Magliabechiano una ricerca importantissima è quella di sapere se esso sia o no autografo. Il compilatore del catalogo de’ manoscritti della Magliabechiana, registrando questo codice, scrisse: forse autografo. E ne ha i caratteri; perchè vi sono cancellature e correzioni di pugno dello stesso scrittore del codice, e vi sono qua e là pentimenti che mal si potrebbero attribuir ad altri che all’autore delle lezioni, essendo di quelli che spesso accadono a chi compone di proprio, non mai a chi ricopia, o a chi scrive sotto altrui dettatura. Veramente a primo aspetto la scrittura sembra che sia di più mani. Riguardata però più attentamente, non altro vi si palesa se non qualcuna delle accidentali varietà che occorrono in ogni scritto, il quale siasi messo in carta con più o meno lunghi intervalli di tempo, [p. xxiii modifica]e cambiando penna e inchiostro; del rimanente si vede essere sempre una sola e medesima la forza di carattere. E oramai ogni dubbio si può tenere come rimosso: poichè il degnissimo vostro Arciconsolo, pregato in mio nome, ebbe la bontà di confrontare il codice con alcune lettere, certamente autografe del Gelli a Benedetto Varchi, e riconobbe che lo scrittore di questo fu pur lo scrittore di quello, tanto nel testo, quanto nelle sue postille e correzioni. Il male si è, che uno di coloro i quali dopo la morte del Gelli possedettero queste sue lezioni manoscritte, volendo riunirle nel volume che divenne il presente codice Magliabechiano, le ha ordinate o per dir meglio disordinate di tal maniera, che maggior confusioni non credo sia stata nei fogli della Sibilla dispersi dal vento. Vedendo egli che ciascuna leione stava in un proprio quaderno, e che ciascuna portava un numero, le cucì seguitando l’ordine loro numerico, senza badare se il numero fosse dell’una piuttosto che dell’altra Lettura. Onde, a cagion d’esempio, la lezione quarta, che spiega la prima parte del Canto XXIII dell’ Inferno, fu messa al luogo di quella, parimente quarta, che commenta la prima parte del Canto XX. E talvolta fu materialmente alterata anche la pregressione numerica, come si vede a carte 13 e 18, dove stanno una lezione terza e una quarta, poste immediatamente dopo due altre che hanno egualmente il numero terzo e il quarto. Trovata poi fra le altre una lezione senza numero, la relegò per questo solo motivo alla fine del libro, sebbene l’ordine delle materie che vi son trattate ricercasse un altro luogo. A si fatto disordine non era però cosa ardua il rimediare, imperocchè da un lato era evidente, che come aveva fatto nelle precedenti sue Letture, così anche nella ottava e nella nona il Gelli non altrimenti doveva aver interpretato il poema di [p. xxiv modifica]Dante, che seguitandone il testo, canto per canto, terzina per terzina, verso per verso. E dall’altro lato non era meno evidente, che la Lettura nona ebbe il suo principio con quella lezione che certamente fu la prima del 1563, avendovi lo stesso Gelli dichiarato, che con quella egli incominciava le sue lezioni annuali. Io ho dunque riordinate le lezioni del codice, disponendole a norma dello andamento del poema, e distinguendo le due Letture ottava e nona per modo che quest’ultima incominciase dove era espressamente detto che incominciava. Solo rimasi perplesso circa alle tre lezioni che nel codice sono a carte 13, 18 e 113, se cioè avessero a far parte della Lettura ottava, oppure della nona. Ma questo è un punto d’importanza affatto secondaria, come si mostrerà qui appresso; e io dal codice volli scostarmi il meno che fosse possibile.

Se non che, oltre il disordine, occorre nel codice anche una lacuna. Avendo il Gelli, coll’ultima lezione della Lettura VIII, terminato di esporre come Virgilio e Dante fossero passati dalla bolgia de’ barattieri a quella degl’ipocriti, ed essendo così giunto al verso 57 del XXIII Canto dello Inferno, troviamo che la Lettura IX incomincia colla interpretazione del Canto XXIV, mancando affatto la lezione o le lezioni, che certamente il Gelli non omise di fare, sul Canto precedente dal verso 58 al 148, dove si descrivono le pene degl’ipocriti colle loro cappe di piombo, e Caifasso giacente in mezzo alla via, calpestato da quei pesantissimi passeggeri. Le quali lezioni, a voler farne un giusto ragguaglio colle altre, non si può credere che fossero meno di due; e forse furono più, perchè questo argomento degl’ipocriti è vasto, nè scarsa doveva il Gelli avere la lena e la voglia di maneggiarlo.

Dissi che la Lettura IX incomincia col Canto XXIV dello [p. xxv modifica]Inferno; ma vi sta innanzi una lezione, la quale non appartiene nè al Canto XXIV, nè al XXIII, nè al XXII, riepilogandosi in essa ciò che intorno al Canto XXI già era stato detto nelle lezioni 8, 9 e 10 della precedente Lettura VIII. E forse questa lezione preliminare sarebbe stata meglio collocata tra la decima e l’undicesima della Lettura VIII. Ma non essendovene una ragione assoluta, mi attenni al codice, dove essa lezione (che fuor d’ogni dubbio fu la prima dell’anno 1563) porta il numero d’ordine immediatamente successiva all’altra che interpreta i primi cinquantasei versi del Canto XXIII; e in fronte vi si legge: Cap. XXIV (che a pag.389 del secondo volume della presente edizione fu scambiato, per errore tipografico, in XXII). Questa prima lezione dell’anno, nella quale si fa l’accennato riepilogo (e l’autore espressamente dichiara di farlo per cagione di molti, che non furono a l’ultime lezioni nostre), si sarebbe anche potuta tralasciare, se non fosse che vi s’incontrano due argomenti non esaminati prima; e sono, la significazione allegorica delle pene date nell’Inferno Dantesco ai barattieri, e il perchè si chiamo con questo nome di baratteria il peccato di coloro che fanno mercato della giustizia e degli altri ufficii del Governo. Dove la discussione si allarga sino a quella indagine di più alta dottrina, ch’è di sapere se i nomi sieno fattura arbitraria dell’uomo, o non sieno più tosto derivati della natura stessa delle cose; e a tale proposito si riferiscono le opinioni di Platone e di Aristotile, in apparenza opposte, e il modo ingegnoso onde il Leonico le concilia.

E per questo quanto si è della baratteria, devo altresì notare che in questa lezione il Gelli riporta di nuovo la definizione datane da Pietro figlio di Dante nel suo Commedia paterna, come già aveva riportata nella lezione 8 dell’ottava Lettura; ma vi è divario tra l’un riferimento [p. xxvi modifica]e l’altro. Nella lezione 8 la definizione è concepita così:Baratteria est corrupta et asconsa voluntas cujuslibet praemio a justitia RETENTIS, dove nell’altra invece di retentis, abbiamo RECEDENTIS. E io sto per il recedentis, tanto più che questo si accorda pienamente colla versione del Gelli; il quale appunto nell’altra lezione così traduce:la baratteria è una volontà corrotta e celata da qualche premio, onde SI PARTE E SI DISCOSTA dalla iustizia. Non di meno ho voluto nella lezione ottava lasciare il redentis; perchè anche da questo si poteva cavare un senso accettabile, e perchè tra l’uno e l’altro non si poteva con sicurezza decidere, se non avendo sott’occhio il codice da cui il Gelli trasse quella definizione. Il qual codice dev’essere affatto diverso da quelli che Lord Vernon e Vincenzo Nannucci adoperarono per la pubblicazione del commento di Pietro, fattasi da loro nel 1845 (Firenze, Tip. Piatti, in-8); poichè nella stampa fiorentina in vano cercai la definizione che in questi due luoghi il Gelli adduce.

Chi confronti le lezioni di queste due Letture ottava e nona avvertirà facilmente che non sono tutte di eguale finitezza; onde si arguisce che le prime già erano state rivedute dal loro autore e preparate per la stampa; e non così le altre. Giacchè dopo le prime undici lezioni dell’ottava Lettura si riscontrano alcune ripetizioni di cose già dette; cosa segnatamente accade nella lezione tredicesima di questa ottava Lettura, dove si torna sopra argomenti già trattati nella lezione duodecima; e come accade eziandio nella lezione quinta della Lettura nona, rispetto alla quarta lezione. Ma al poco che vi si ripete s’aggiunge il molto ch’è affatto nuovo; oltre di che anche quel poco vi è ripetuto bensì, ma con altra forma, e con isvolgimento diverso. Per il che a parer mio si fa chiaro che se il Gelli anche all’ultima [p. xxvii modifica]parte del suo lavoro avesse potuto dare le seconde cure,il numero delle lezioni non se ne sarebbe alterato, ma solo ne sarebbe stata la disposizione più perfetta.