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Lettere autografe edite ed inedite di Cristoforo Colombo/Altre lettere autografe di Cristoforo Colombo/Al Re e alla Regina di Spagna

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Serenissimi e molto potenti Principi

Re e Regina nostri Signori.


Da Calese1 passai nelle isole dette Canarie in quattro giorni, e da lì passai alle isole chiamate Indie in giorni sedici; dove scrissi a Vostre Maestà che mia intenzione era di darmi pressa nel mio cammino, per rispetto che io aveva li navigli novi ben forniti di vittualie e di gente, e che mia volontà era tendere nella isola chiamata [p. 116 modifica]Ianaica2. Nella isola chiamata Dominica scrissi questo fin donde sempre avei il tempo a domandare a bocca. Questa medesima notte che quivi intrai fu con grande fortuna e tormento, che sempre da poi mi perseguitò. Quando arrivai sopra la isola Spagnola così nominata, mandai un mazzo di lettere a Vostra Maestà, nelle quali gli domandava di grazia un naviglio con miei danari: perchè un altro, che io ne aveva, era già fatto innavicabile, e già non soffria le vele: le quali lettere Vostra Maestà saperanno se le hanno ricevute. La risposta che Vostre Maestà me mandarono fu questa, che io non volessi andare, nè stare in terra: per la qual cosa cascò lo animo alla gente che con me erano, per paura che io li voleva menar da lungi, dicendo che se alcun caso o pericolo gli accadesse, che non sariano remediati; anzi saria di loro fatto poco estima, e a cui parve disseno che le terre che io guadagnassi, Vostre Maestà le farian provedere di altra persona che di me. La fortuna era grande, e in quella notte mi smembrò li navigli, e ognuno menò in sua parte, senza alcuna speranza, altro che di morte: ognuno teneva per certo che li altri fusseno persi. Chi nascette, senza quietare3 Iob, che non fusse morto disperato, che in tal tempo, per mia salvazione e di un mio piccolo figliolo e fratello e amici, mi fusse difesa la [p. 117 modifica]terra e li porti, quali per divina volontà guadagnati aveva a Spagna, sudando sangue?

Torno alli navigli che la fortuna grande levati mi aveva, quali quando a Dio piacque me li restituitte. Il naviglio innavicabile avealo posto in mare, per scampare fin alla isola Galliega chiamata; il qual perse la barca e ancora gran parte delle vittualie. Quello nel quale io andava era travagliato a gran maraviglia: Iddio, per sua pietà, che non avei alcun danno, lo fece salvo. In quello sospettoso era mio fratello, il quale, dopo di Dio, fu suo remedio. Con questa fortuna così in gallone mi andai appresso Ianaica, e quivi si mutò di alto mare in calma e gran corrente, e mi menò fino al Giardin della Regina, senza mai vedere terra: e di qui quando puotti navicai alla terra ferma, dove mi si incontrò corrente terribile e vento all’opposito, con quali combattetti con loro giorni 60: in fine non puotti guadagnarli altro, che leghe 70, che sono miglia 350; perchè una lega per acqua è miglia cinque, è per terra quattro; dunque ogni fiata, lettore, che trovarai leghe, cavarai per discrezione quanti miglia saranno.

In tutto questo tempo non puotti intrare in porto, nè mai mi lassò fortuna del mare, nè acqua dal cielo, e troni, e folgori continuamente, che pareva essere il fine del mondo. Andai al fine, e ringraziai Iddio, il quale di qui mi dette prospero vento, e corrente, questo fu a’ 12 dì di settembre. Erano passati ottantaotto dì, che non mi avea la terribile fortuna mai abbandonato, talmente che nè sole, nè stelle, nè altro pianeta in tutto quello tempo conobbero gli occhi miei: li navigli mi aveva aperti, le vele rotte, e perse ancore e sarte, e barche, e ogni fornimento; la gente molto inferma, e tutta contrita, e molti con voti di santa religione, e non nissuno senza altro [p. 118 modifica]voto, peregrinaggio: molte fiate l’uno e l’altro si erano confessati, dubitando e di ora in ora espettando la morte. Molte altre fortune si hanno viste, ma non durare tanto, nè con tanto tormento; molti di nostri, quali avevamo per più forti marinari, si perdevano di animo. E quello che più mi dava passione, era il dolore del figlio4, che io aveva con meco; e tanto più, quanto era per essere di età di anni 13; e vederlo durare tanta fatica, e passare tanta passione, e durare ancora più che nissuno di noi altri: Dio, non altri, gli dette tal fortezza di animo: lui alli altri faceva core e animo nelle opere sue: era tale, come se avesse navicato ottanta anni, mirabile cosa da credere; onde io mi rallegrava alquanto. Io era stato infermo, e molte fiate al segno di morte era aggionto: da una camera piccola, che feci fare in cima coperta della nave, comandava il viaggio. E, come ho ditto, mio fratello era nel più tristo naviglio e più pericoloso: grande dolore era il mio, e molto maggiore, per averlo menato centra sua volontà; perchè per mia disventura poco mi ha giovato vinti anni di servizio, quali io ho servito con tanta fatica e pericolo, che oggidì non abbia in Castillia una tezza, e se voglio disnare o cenare dormire, non ho, salvo la ostaria, ultimo refugio; e il più delle volte mi manca per pagar il scotto. Altra cosa ancora mi dava grande dolore, che era Don Diego mio figlio, che io lassai in Spagna tanto orfano e privo di onore e facoltà; benchè teneva per certo che Vostre [p. 119 modifica]Maestà, come giusti e non ingrati Principi, gli restituisse con accrescimento.

Arrivai ad una terra, Cariai nominata, dove qua mi restai a rimediare le navi, e ogni preparamento necessario, e dare riposo alla affannata gente, qual per la longa fatica era già venuta manco: e io insieme con loro si riposammo quivi. In questa terra intesi nuove delle minere di oro della provincia di Ciamba così ditta, la qual io andava cercando. Quivi tolsi due uomini della loro nazione, quali mi menarono ad un’altra terra, chiamata Carambarù; dove le genti vanno nude, e portano al collo un specchio di oro, il quale per nissun modo vogliono vendere, nè barattare. E in questo luogo mi nominarono in loro lingua molti altri luoghi alla costa del mare, dove mi diceano essere grande oro e minere, lo ultimo luogo era Beragna ditto, lungi da lì 25 leghe. Per la qual cosa mi partitti di qui con animo di cercarli tutti; e quasi che era aggionto al mezzo, intesi come a due giornate di cammino vi era minere di oro, e deliberai mandarle a vedere. Il vespero di Santi Simon e Giuda, che avevamo da partire, in questa notte si levò tanto mare e vento, che fu necessario di correre dove lui volse: e quelli due uomini sempre venneno con me per mostrarmi le minere.

In tutti questi luoghi, dove io era stato, trovai essere verità tutto quello aveva inteso: e questo mi certificò che fusse la verità della provincia Ciguare ditta, quale secondo loro è distrutta, ed è nove giornate di cammino per terra verso Ponente. Lì affermano che sia infinito oro, e mi dicono che portano corone di oro in testa, anelli alli bracci e alli piedi ben grossi di oro; e che di oro le careghe, casse, tavole forniscono e fodrano, come noi altri facciamo di ferro. Ancora mi disseno che le femmine di [p. 120 modifica]lì portavano collari appiccati, dalla testa fino alle spalle pendenti di oro. In questo luogo, che io dico, tutta la gente di questi luoghi concordano essere così la verità, e dicono esservi tanta ricchezza, che io ne saria contento della decima parte. Quivi portavamo con noi pevero: tutta questa gente lo conobbero. In Ciguare fanno mercanzie e fiere, come noi: tutti costoro così me lo hanno affermato, e m’insegnavano il modo e la forma che teneno nel loro vendere e barattare. Ancora dicono che navicano come noi, e che le navi loro portano bombarde, archi, frezze, spade, corazze; e vanno vestiti come noi, e hanno cavalli, e usano guerreggiare, portano ricche vestiture, e hanno bone case. Dicono ancora che il mare bolle nella ditta provincia di Ciguare, e che di lì a giorni dieci vi è il fiume Ganges appellato. Pare che queste terre stiano con Beragna come sta Tortosa con Fonterabia, o Pisa con Venezia. Quando io mi partii da Carambarù, e aggionsi a questi luoghi che ho ditto, trovai la gente a quello medesimo uso, salvo che gli specchi di oro, che avevano, gli davano per 3 sonagli di sparaviero per uno, ancora che pesassino dieci o quindici ducali l’uno. In tutti suoi usi sono come quelli della Spagnola isola. Lo oro ricoglieno con altra arte, benchè e l’una e l’altra non abbia a fare con la arte nostra. Questo che io ho ditto è quello che ho udito da queste gente dire. Quello che io ho visto e so, adesso vi contarò.

Lo anno de nonanta quattro navicai in 24 gradi verso ponente in termino di nove ore; che non gli fu fallo, perchè in quella ora fu eclipsi, il Sole era in Libra e la Luna in Ariete. Tutto questo che io per parole intesi da questa gente già lo aveva io saputo longamente per scritto. Tolomeo credette lui avere ben satisfatto a Marino, e adesso si trova sua scrittura ben propinqua al [p. 121 modifica]vero. Tolomeo mette Catigara a 12 linee lungi dal suo occidente, qual affermo essere sopra capo Santo Vincenzo in Portogallo due gradi e un terzo. Marino in 15 linee costituitte la terra. Questo medesimo Marino in Etiopia scrive sopra la linea equinoziale più di 24 gradi; e adesso che li Portogallesi lì navicano, lo trovano essere vero. Tolomeo disse che la terra più australe è il primo termino, e che non abbassa più di 15 gradi e un terzo. Il mondo è poco: quello che è sutto, cioè la terra, è sei parti: la settima solamente è coperta di acqua: la esperienza già è stata vista, e a Vostre Maestà la scrissi per altre mie, con adornamento della Sacra Scrittura, ancora con il sito del Paradiso terrestre, quale Chiesa Santa prova. Dico che il mondo non è tanto grande, come il volgo dice, e che un grado della linea equinoziale è miglia 56 e due terzi: presto si toccherà con mano5. Di questo non è mio [p. 122 modifica]proposito in tal materia parlarne, salvo di darvi conto del mio duro e affaticoso viaggio, ancora che sia il più nobile e utilissimo.

Dico che il vespero di Santi Simon e Giuda scorsi dove il vento mi levava, senza poterli fare resistenza in un porto, nel quale schivai dieci giorni di gran fortuna di mare e dal cielo. Quivi deliberai di non ritornare a dietro alle minere, e lassaile stare come cosa guadagnata: partii per seguire mio viaggio piovendo. Come Dio volse, arrivai ad un porto dimandato Bastimentos, dove intrai non di bona volontà. La fortuna e gran corrente mi serrò in ditto porto per spazio di giorni quattordici: da poi, ancora che non con bon tempo, di quivi mi partitti. Quando mi trovai aver fatto circa 15 leghe, sforzatamente mi ritornò in dietro il vento e corrente furioso. Ritornando io al porto di dove era salito, trovai in cammino un altro porto nominato Retrete, dove mi ritrassi con assai pericolo e disturbo, e ben faticato io, la gente e li navigli. In questo porto mi stetti molti dì, che così volse il crudel tempo; e quando mi credetti [p. 123 modifica]avere finito, allora mi trovai cominciare. Ivi mutai proposito di voler ritornare alle minere, e far alcuna cosa, fin che venisse tempo per ritornare al mio viaggio; dove che appresso il porto a quattro leghe ritornò grandissima fortuna, e mi faticò tanto e tanto, che io medesimo non sapeva di me. Quivi si mi rinfrescò del male la piaga: nove giorni andai perso senza alcuna speranza di vita: occhi mai vedettero mare tanto alto, nè così brutto, come allora era; buttava spuma assai: il vento non era per andare innanzi, nè ancora mi dava luogo per andare verso alcuna parte, salvo che mi deteneva in questo mare fatto come sangue: bolleva come caldera per gran fuoco. Il cielo giammai fu visto così spaventoso: un dì e una notte ardette come forno, e buttava nè più nè manco la fiamma con li folgori, che ogni fiata stava guatando se mi avesse arso li mastelli con le vele: venivano questi folgori con tanta furia e spaventevoli, che tutti si esistimavano dovessino affondare li navigli; in tutto questo mai cessò acqua dal cielo, non per dire che piovesse, se non che rassomigliava un altro diluvio: la gente già era tanto faticata e penosa, che ognuno per se desioso era di morte, per uscire di tanto martiro: li navigli due fiate già avevano perso le barche, le ancore, le corde, senza vele, erano ancora aperti.

Quando piacque a Dio, ritornai ad un porto dimandato Porto Grosso, dove meglio che puotti mi preparai di ogni cosa mi era necessario, e tornai un’altra fiata verso di Beragna per il mio cammino: ancora che io era in ordine per navicare, tuttavolta mi erano il vento e corrente contrari. Aggiunsi quasi dove prima era aggionto, e un’altra fiata mi venne vento e corrente all’incontro, e tornai un’altra fiata al porto; che non avei ardimento aspettare la opposizion di Saturno con Marte, [p. 124 modifica]tanto disbarattato in costa brava, perchè lo più delle volte mena tempesta, o forte tempo. Questo fu di Natività a ora di Messa. Tornai un’altra volta dove che era uscito con molta fatica: e passato l’anno novo tornai a tentare e perfidiare per andare a mio cammino; che ancora mi fusse fatto bon tempo, già aveva li navigli innavicabili e la gente inferma e morta. Il dì della Epifania senza alcuna forza aggionsi a Beragna: qui Iddio mi preparò un fiume sicuro porto: benchè nella intrata non avesse più, che dieci palmi di fondo, con fatica intrai nel ditto fiume. Il dì seguente un’altra volta ritornò la fortuna, qual se mi avesse trovato fuora, non avria possuto intrarvi. Piovette senza mai cessare fino a 14 di Febbraro, che mai avei loco di intrare in la terra, nè pigliare remedio in alcuna cosa. Essendo già sicuro a 24 di Gennaro venne il fiume all’improvviso molto grande e forte, ruppemi le gomene e prese, e poco mancò che non levasse li navigli; e certo io li vedetti in più pericolo che mai. Iddio mi remediò, come sempre fece. Non so sel sia stato alcuno con più martiro, nè più pena della mia. A sei di Febbraro, sempre piovendo, mandai settanta uomini addentro della terra cinque leghe, e trovarono molte minere di oro. Li Indii, cioè quelli due uomini che andavano con loro, gli menarono ad un monte molto alto, e di quivi gli mostrarono in tutte le parti quanto gli occhi potevano vedere, dicendo che in ogni parte vi era oro assai, e che fino al Ponente aggiongevano le minere vinti giornate; e nominavano le terre ville e luoghi, dove più e manco si trovava oro. Da poi intesi io che il Quibian (che così dimandano il Signore della terra) il qual mi aveva dati questi due Indii, gli aveva comandato che mi mostrassero le minere che erano più lontane, e di un altro Signore suo contrario; e che di dentro del suo [p. 125 modifica]popolo ricoglievano ogni dì quando lui voleva oro; e che un uomo solo in giorni dieci ricoglieva una mazzata di oro. Gli Indii suoi famigli testimoni di questo menai con mi dentro di questo popolo, dove le barche aggiongono. Tornò mio fratello con questa gente, e tutti con oro, che avevano ricolto in spazio di ore quattro; che non tardarono più. La quantità è grande, avuto rispetto che nissuno di costoro mai aveva viste minere, e il più di loro per avventura mai vedette oro, perchè la più parte di loro era gente di mare, e quasi tutti grimetti. Io aveva grande apparecchio e ordine per edificare, e molte vittualie: feci mio assento, e con mia gente, e edificai certe case di legnami, e presentai di molte cose il Quibian, cioè il Signore. Io ben vedeva e giudicava che non era nostra concordia per durar molto: loro erano molto rustici, nostra gente molto importuna, e ancora mi me appossessionava in suo termino. Da poi che vedette le case fatte e il traffico così abbondante e generale deliberò di abbrucciarle tutte e ammazzarne noi altri quanti fussemo. Molto in contrario li venne suo proposito; perchè, come piacque a Dio, restò preso lui, moglie, figlioli e famiglia; benchè la disgrazia volse che restasse poco tempo preso. Il Quibian si fugitte ad un certo uomo degno, al qual lui se gli aveva offerto con guardia di uomini. Gli figliuoli si fuggirono ad un maestro di naviglio, il quale li menò a luogo sicuro.

Nel mese di Gennaro si era serrata la bocca di questo fiume. Nel mese di Aprile li navigli erano tutti mangiati da pruina e bruma, e non poteva sostenerli sopra l’acqua. In questo tempo il detto fiume fece un canale, per quale cavai tre di loro con grande pena svoti: le barche tornarono dentro per sale e acqua e altre cose: il mare venne molto grande e brutto, e non le lassò [p. 126 modifica]cavarle fuora. Li Indii erano molti, e gionti insieme combatterono le ditte barche: in fine furono tutti morti. Mio fratello e l’altra gente tutta era in una nave che era restata nel fiume; e io solo di fuora in tanto brava costa, con forte febbre, e tanta fatica, che la speranza di scampare era già morta. Pur come meglio puotti, montai suso lo più alto della nave, chiamando con voce timorosa, e piangendo molto a pressa, li maestri della guerra di Vostra Maestà; e ancora chiamando tutti quattro li venti per soccorso: ma mai mi risposeno. Stracco mi addormentai. Gemendo, una voce molto pietosa sentii, che diceva queste parole: O stolto e tardo a credere e a servire il tuo Iddio e Iddio di tutti! Che fece egli più per Moisè e per David suo servo? Da poi che nascesti, lui avè di te sempre gran cura: quando ti vedette in età della qual fu contento, maravigliosamente fece sonare tuo nome nella terra. Le Indie, che sono parte del mondo così ricca, te le ha date per tue: tu le hai ripartite dove ti è piaciuto, e ti dette potenzia per farlo. Delli ligamenti del mare Oceano; che erano serrati con catene così forte, ti donò le chiave; e fusti ubbedito in tante terre, e dalli Cristiani ricuperasti così bona fama e onorevole. Qual cosa fece più al popolo di Israele, quando lo cavò di Egitto? nè ancora per David, che di pastore lo fece Re di Giudea? Torna a lui e cognosci lo error tuo; che sua misericordia è infinita. Tua vecchiezza non impedirà a tutte cose grande: molte eredità grandissimo sono a suo potere. Abraam passava anni cento, quando ingenerò Isaac, nè anche Sara era giovene. Tu chiami per soccorso incerto. Respondimi, chi ti ha afflitto tanto e tante volte, Dio, o il mondo? Li privilegi e promissioni che Dio dà, non gli rompe mai ad alcuno, nè mai dice dopo di aver ricevuto il servizio, che sua intenzione non [p. 127 modifica]era questa, e che si intenda di altra forma, nè da martiro per dare colore alla forza. Lui va in capo del testo: tutto ciò che promette attende con accrescimento; questa è sua usanza. Io ti ho detto quanto il Creatore abbia fatto per te, e fa con tutti. Adesso mi mostrò il guidardone e pagamento de’ tuoi affanni e pericoli, che hai passati ad altri servendo. E io così mezzo morto sentiva ogni cosa; ma mai non puotti riavere resposta, per respondere a parole così certe, salvo piangere per li miei errori. Costui fornitte di parlare, chi voglia che si fosse, dicendo: Confidati e non temere, che tribulazioni stanno scritte in pietra di marmore, non senza cagione.

Levaimi quando puotti, e al fine di nove giorni fece bonaccia, ma non per cavare li navigli del fiume. Feci ricolta della gente che era in terra, e di tutto il resto che mi fu possibile, perchè non erano bastanti per restare, nè per navicare li navigli. Io mi sarei restato a sostenere il popolo con tutta mia gente, se Vostre Maestà avessino questo saputo. La paura che mai quivi veniriano navigli alcuni mi determinò a dovermi di qui partire: e ancora il conto è questo, che quando si abbia a provedere di soccorso, si provede di tutto quanto fa bisogno. Partimmi in nome della Santa Trinità la notte di Pasqua con li navigli marci e muffolenti tutti fatti pieni di buchi. Lassai uno il più tristo lì in Beleem, con assai cose: in Bel Porto feci il simile. Non mi rimaseno salvo che due in stato delli altri, e senza barche, nè provisione alcuna, per avere da passare sette mille miglia di mare e acqua; o morire in cammino io con il povero figlio, e fratello, e tanta gente. Respondano adesso questi tali, che soleno opponere e riprendere dicendo: Perchè non facevi tu così? perchè non colà? perchè non ti governavi costì? Io li averia voluti avere là in questa [p. 128 modifica]giornata. Io ben credo che un’altra di altro sapere li aspetti: ovvero nostra Fede è nulla.

A’ tredici di Maggio aggionsi nella provincia di Mago, la qual parte con quella del Cataio; e di quivi mi partii per la Spagnola. Navicai due dì con tempo bono, il qual di subito mi si voltò contrario. Il cammino che io faceva era per disimbrattarmi di tanto numero di isole, e non imbarazzarmi nelli loro bassi. Il mar bravo mi fece forza, dove mi fu forza ritornare addietro senza vele. Sorgetti in una isola, dove tre ancore in una fiata persi, e alla mezza notte, che pareva che il mondo facesse fine, si ruppeno le gomene all’altro naviglio: e fa maraviglia come non si facessino in pezzi tutti due, perchè l’uno venne addosso all’altro con grande impeto: Dio ne aiutò. Una àncora sola fu quella che mi sostenne, da poi del Divino ausilio. In capo di giorni 6, che era già fatto bonaccia nel mare, tornammo al nostro viaggio così con li navigli, tali quali erano, da vermi mangiati, e tutti foracchiati però più, che uno panaro di ave che fanno il mele; e la gente fatta di così poco animo, che quasi erano persi. Passai non molto innanzi di quello avea fatto prima, dove la fortuna mi ritornò a dietro: ritornai nella medesima isola in porto più sicuro: in capo di otto giorni tornai alla via medesima. In fine di Giugno aggionsi a Ianaica, sempre con venti traversevoli, e li navigli in peggior stato: con tre bombe tine e caldere, con tutta la gente, non poteva revincere l’acqua che nella nave intrava, nè vi era altra cura o remedio di questo. Messimi nel cammino per venire tutta fiata, approssimando alla Spagnola, che sono 28 leghe; e non vorria avere cominciato. L’altro naviglio scorse a trovar porto, quasi annegato. Io volsi contrastare la volta del mare; il naviglio sì mi annegò, che miracolosamente Iddio mi [p. 129 modifica]mandò a terra. Chi crederà quello che io scrivo? Dico che delle cento parte non ho la una scritta in questa presente lettera; della qual cosa quelli che furono in mia compagnia lo testificaranno. Se a Vostre Maestà piace di farmi grazia di soccorso un naviglio che passi di lxiiii tonelle, che sono botte con 200 quintali di biscotto, e alcuna altra provisione, basterà per portarmi me e questa povera gente a Spagna. Dalla Spagnola in Ianaica già dissi che non vi sono che 28 leghe. Io non saria però andato alla Spagnola, benchè li navigli fusseno stati boni, perchè già dissi come mi fu comandato da Vostre Maestà che non andassi in terra: se questo comandamento abbia giovato, Dio il sa. Questa lettera mando per via e mano dei Indii: grande maraviglia sarà, se la aggionge.

Del mio viaggio dico che con me e in mia compagnia veniva cento e cinquanta uomini, fra quali vi erano persone assai sufficienti per piloti e grandi marinari: non però alcuno può dare ragione certa per dove fummo, nè per donde ritornammo. La ragione è presta. Io mi partii disopra il porto del Brasil nominato nella Spagnola: non mi lassò la fortuna andare al cammino che io voleva, anzi mi fu forza correre dove il vento volse. In questo dì cascai io molto infermo. Nessuno avea navicato verso quella parte. Cessò il vento e il mare di lì a certi giorni, e mutossi la fortuna in calma e grande corrente. Fui a battere in una isola, quale si dice De las Pozzas, e di lì a terra ferma. Nissuno può dare conto vero di questo, perchè non vi è ragione che basti, perchè sempre andammo con correnti, senza mai vedere terra, tanto numero di giorni. Seguitai la costa della terra ferma: questa si assentò e misurò con compasso e arte: nissuno vi è che dica di basso qual parte del cielo sia. [p. 130 modifica] Quando io mi partii da quivi per venire alla Spagnola, li piloti pensavano venire a mettere capo nella isola di San Giovanni; e ci trovammo in terra di Mago, che vi sono 400 leghe di più di quello loro giudicavano verso il Ponente. Respondano, se sanno dove sia il sito di Beragna? Dico che non ponno dare altra ragione nè conto, salvo che furono a certe terre dove vi era molto oro, e certificaronlo: ma per ritornarvi saria bisogno tornar a discoprirle come di prima; che il cammino è ignoto. Un conto e ragione di astrologia vi è, quale è certissima, e non si può errare. Chi la intende questo gli basti: a visione profetica si rassomiglia questo. Le navi delle Indie se non navicano salvo che a poppa, non è per la loro malfattezza, come alcuni vogliono, nè eziandio per essere molto grande. Li correnti terribili, insieme con il vento che ivi occorre, fanno che nissuno navichino di altra sorte, perchè in un giorno perderiano quello che avessino guadagnato: nè anco eccettuo caravelle, ancora che siano Latine e Portogallese, che per mali tempi si detengono alcuna volta sei e otto mesi in porto: nè è maraviglia, poichè in Spagna molte volte altrettanto accade.

La gente di che scrive Papa Pio Secondo6, il sito e segnali di esse, si è parlato, ma non delti cavalli, pettorali, freni di oro: nè è maraviglia alcuna, perchè ivi le terre della costa del mare non vi richiede cavalli, ma più presto pescatori; nè io vuolsi restarmi a cercare tali cose, perchè andava molto in fretta. In Cariai e in quelle terre di sua giurisdizione sono grandi incantatori e molto spaurosi: averianmi dato quanto avessi saputo addimandare, perchè non vi fussi restato un’ora. Quando [p. 131 modifica]aggionsi, incontinente mi mandarono due fanciulle ornate di ricchi vestimenti: la più di tempo non saria di età di anni undici, l’altra di sette; tutte due con tanta pratica, con tanti atti, e tanto vedere, che saria bastato, se fossero state puttane pubbliche vinti anni: portavano con esse loro polvere di incantamenti, e altre cose della loro arte. Come furono aggionte, comandai che fusseno adornate di nostre cose, e le mandai subito alla terra. Ivi vedetti una sepoltura dentro nel monte grande come una casa, e lavorata suttilmente con grande artificio, e un corpo vi stava sopra discoperto, quale guardando dentro pareva che stesse; di altre arte mi disseno quivi essere di più eccellenza. Animali grandi e piccoli vi sono assai, e molto diversi dalli nostri; fra li quali io vi vedetti porci di forma spaventevole, che un cane di quelli di Irlanda non ardiva aspettarli. Con una balestra aveva ferito un animale, che proprio si rassomiglia a gatto-maimone, salvo che è molto più grande, e ha la faccia come volto di uomo: avevalo passato da parte oltre con una saetta, cominciando dal petto fino la coda; e perchè era ferocissimo, gli tagliai un piè dinanzi, che più presto parevano mani, e uno di dietro. Li porci vedendo questo cominciarono ad incresparsi, e fuggirono tutti con gran paura, vedendo il sangue di quell’altro animale. Io quando vedetti questo, fecili buttare le vegare, certi animali che così le chiamano, dove ello stava; e approssimandomi a lui così stando alla morte, e la saetta sempre nel corpo, gli butto la coda per li labbri della bocca, e gli amarro7 molto forte, e con l’altra mano vi era restata lo piglio dietro la coppa, come a nemico. Lo atto così grande e [p. 132 modifica]novo, e bella campagna, e monteria8 mi fece scrivere questo a Vostre Maestà. Di molte forme di animali vi erano, ma tutti morono di diverse malattie: vedetti animali di più sorte assai, leoni, cervi, e altri animali scorsi quasi rassomiglianti, e così augelli volatili: vedetti galline molto grandi, che le piume loro erano come lana, nè più nè manco. Quando io andava per quello mare in pena e affanno, in alcuni intrò certa fantasia nella testa che fussimo da costoro stati incantati; e oggidì stanno in tal proposito. Trovai ancora altra gente che mangiavano uomini come noi altri mangiamo altri animali; e questo è certo: la deformità delli loro visi e fattezze lo conferma9. Ivi dicono che vi sono grande minere di rame e torce di rame e altre cose lavorate saldate e gittate avei da loro: e vi è ancora tutto suo apparecchio come di orefici. Ivi vanno vestiti; e in quella provincia [p. 133 modifica]vedetti lenzuoli grandi di bombaso lavorati di suttilissimi lavori: e altri ne vedetti dipinti molto suttilmente con colori e pennelli. Dicono che nella terra a dentro verso il Cataio li lenzuoli loro sono tessuti di oro Di tutte queste terre e delle cose diverse che in elle vi sono, per mancamento di lingua, non si può sapere così presto. Li popoli benchè siano spessi, tutti hanno differenziata lingua, e tanto dico differenziata, che l’uno l’altro non intende più, che noi ci intendiamo con quelli di Arabia: e a mio giudicio credo che questo sia nella gente che sta dietro alla costa del mare, che è quasi come silvestre, ma non nella terra a dentro.

Quando discopersi le Indie, dissi a Vostre Maestà che erano della più ricca signoria che nel mondo fusse: io dissi dell’oro, perle, pietre preziose, spezierie, e di tratti fiere mercanzie e altre cose; e perchè tutte queste cose così in un tratto non venneno a luce, fui scandalizzato: onde per questo castigo e ammonizione, adesso mi fa che non dica, nè scriva, salvo quello che io uditti dalli naturali della terra. Di una ardisco dovere scrivere, perchè molti mi sono testimonio, che io vedetti in queste terre di Beragna maggior segnal di oro in due giorni primi, che non abbia visto nella Spagnola in quattro anni: e ancora le terre di sua giurisdizione non porriano essere più belle, nè più lavorate di quello che sono, nè le genti più codarde e di poco animo di quello che sono, nè il porto poria essere megliore di quello che è, e il fiume bellissimo, e più del mondo difensibile. Tutto questo è sicurtà e certezza di signoreggiare a’ Cristiani, con grande speranza di onore, e accrescimento della sacra Religione Cristiana. E sappiano Vostre Maestà che il cammino per andarvi sarà così breve, come andar alla Spagnola, perchè questo ha da essere navicato con vento di altra forma. Tanto Vostre Maestà sono certi di essere signori [p. 134 modifica]e patroni di queste terre, come di Spagna e Granata. Sue navi che vi andaranno, poranno dire che vadino a casa sua; e di lì cavaranno oro assai. Nelle altre terre, per avere oro, è forza fidarsi di uno di quelli salvatichi; o per avere di quelle cose che vi sono, conviene averle per forza, e non senza grandissimo pericolo della vita loro.

Le altre cose che io lasso di dire, già dissi la causa. Non dico così; nè mi affermo con il tridoppio di tutto quello che mai abbia ditto nè scritto; e dico questa è la fonte, dove io sono. Veneziani, Genovesi e tutte genti, che abbiano perle, pietre preziose e altre cose di valore, tutti li portano fino in capo del mondo per barattarle e venderle, e finalmente convertirle in oro. Lo oro è metallo sopra gli altri eccellentissimo, e dell’oro si fanno li tesori, e chi lo tiene fa e opera quanto vuole nel mondo, e finalmente aggionge a mandare le anime al Paradiso. Li signori di quelle terre del territorio di Beragna quando muoiono sotterrano li corpi loro con quanto oro che abbiano; e così è sua usanza. A Salomone portarono in una volta seicento e cinquantasei quintali di oro, senza quello che portarono li marinari e mercatanti, e senza quello che pagarono in Arabia. Un quintale pesa 150 lire. Di questo oro Salomone fece fare 200 lancie e trecento scuti, e fecesi fare un tavolato di oro, che gli aveva da stare in cima loro, tutto di oro, adornato di molte pietre preziose; e ancora fecesi fare di questo oro molte altre cose, vasi grandi molti adornati similmente di pietre preziose, ricchissima cosa. Gioseffo de Antiquitatibus Iudaeorum lo scrive; e ancora nel Paralipomenon, e nel Libro dei Re si scrive questo. Gioseffo vole che questo oro si avesse nella isola Aurea appellata10: la qual cosa se così fosse, [p. 135 modifica]dico che quelle minere della Aurea sono le medesime che si contengono con queste di Beragna; perchè, come vi dissi, si allonga al Ponente xx giornate, e sono in una distanza lungi dal polo, e anche dalla linea. Salomone comprò tutto quello oro, pietre preziose e argento da mercatanti. Vostre Maestà lo ponno ad ogni sua requisizione far ricogliere, se gli piace, senza alcuno pericolo. David nel suo testamento lassò tre mille quintali di oro delle Indie isole a Salomone, per aiutar ad edificare il Tempio; e, secondo scrive Gioseffo, David era di queste medesime terre, e così si legge. Gerusalemme e il Monte Sion, come si scrive, ha da essere reedificato per mano di Cristiano. Chi ha da essere questo? Dio per bocca del Profeta nel decimoquarto Salmo così lo dice. Lo Abate Ioachim disse che questa persona aveva da essere di Spagna. Santo Geronimo a quella santa donna gli mostrò il cammino per doverlo fare. Lo imperatore del Cataio già molti giorni domandò e fece gran cosa per avere uomini intelligenti, che gli insegnassino nella Fede di Cristo? Chi sarà colui che se li offerisca a farceli avere? Se Iddio mi porta con bene a Spagna, io prometto a Vostre Maestà, e mi obbligo condurceli io, con l’aiuto di Dio, sani e salvi: e così lo metterò in opera, come lo dico.

Questa gente quale è venuta con me, quella che è [p. 136 modifica]ritornata ha passato grandissimi stenti e pericoli della loro vita: domando di grazia a Vostra Maestà che si facciano pagare incontinente, a causa che sono poveri, e che secondo la loro condizione Vostre Maestà gli facciano qualche grazia, acciò un’altra volta abbiano a servire Vostre Maestà di bon core; che a mio giudicio a quanto credo, gli portano le megliori novelle che mai portasse uomo in Spagna. Lo oro che aveva il Signore di Beragna, benché secondo informazione fusse molto, e ancora delli suoi sudditi e terre circonvicine, non mi parve doverglielo torre per via di latrocinio; né ancora non era servizio di Vostre Maestà di pigliarlo per via di robamento. Il bon ordine eviterà scandalo e mala fama di Vostre Maestà; e con bon modo affatto il cavaremo, e lo faremo ritornare al tesoro di Vostre Maestà, che non vi mancherà grano, per quanto che ’l sia grande quantità. Con un mese di bon tempo io avria finito tutto il mio viaggio, e per mancamento di navigli non volsi stare ad aspettare per tornarvi: ma per ogni cosa, che in servizio sia di Vostre Maestà, mi offero, e spero in quello onnipotente Iddio, che mi fece, dandomi sanità, trovare cose e vie ascondite, delle quali Vostre Maestà con tutta la Cristianità se ne allegraranno e faranno festa meritamente. Io credo che Vostre Maestà si debbano arricordare, che io voleva far fare certi navigli di nova forma; ma la brevità del tempo non mi lassò, perchè io già aveva visto quello gli era bisogno per vi dovere navicare, per rispetto che ivi sono altre sorti di mare e venti. Se a Dio piacerà, lo metteremo in opera, come sia aggionto, piacendo a Vostre Maestà.

Io ho in più estimazione questa faccenda di queste terre e minere con questa scala e signoria, che tutto l’altro che ho fatto nelle Indie isole. Non è figlio questo per dar a nutrire a matrigna. Della Spagnola, della [p. 137 modifica]Paria, e delle altre terre non me ne arricordo mai, che le lacrime non mi cadono dagli occhi11. Credevami io che lo esempio di queste dovesse essere per queste altre. Al contrario loro stanno con la bocca in giuso, benchè non muoiono. La infermità è incurabile, o molto longa. Chi fu causa di questo venga adesso, se può, o se sa, a curarle. A discomporre ognuno è maestro; ma a comporre pochi maestri vi si trova. Le grazie e accrescimenti sempre si sogliono dare a chi ha posto il corpo e la vita al pericolo; nè è ragione che chi è stato tanto contrario in questa negoziazione le godano, nè suoi eredi. Quelli che si fuggirono delle Indie per fuggir fatiche, dicendo male di loro e di me, tornarono con commissioni; e così adesso si ordinava di Beragna: malo esempio, e senza utile di questa impresa. E per rispetto della giustizia del mondo, questa paura con altri casi assai, mi fece e constrinse [p. 138 modifica]domandare di grazia a Vostre Maestà, che anzi che io venissi a discoprire queste isole e terre ferme, me le volessino a me lassare governare in suo nome reale. Pianqueli, e mi fu concesso con privilegio e assento, e con sigillo e giuramento: e mi intitolarono di Vice Re Almirante e Governatore generale del tutto, e mi assegnarono il termino sopra la isola delli Astori cento leghe, e quelle del Capo Verde, che passano di polo a polo per linea: e di questo e di tutto quello che ogni dì si discoprisse: e mi diedeno ancora potere ampio, come la scrittura parla.

Altro negozio famosissimo sta con li bracci aperti chiamando: Forestiero è stato fin adesso. Sette anni stetti io in corte di Vostre Maestà, che a quanti di questa impresa si parlava, tutti ad una voce diceano che eran ciance e pataraggie12: al presente fino li sartori e calzolari domandano di grazia a Vostre Maestà per discoprire terre. È da credere che vanno assaltando: e se Vostre Maestà gli concedono che, con molto pregiudicio della impresa e del mio onore, ricuperino cosa alcuna; bona cosa è dare a Dio il suo, e a Cesare quello gli appartiene; e questa è giusta sentenza, e di giusto Principe. Le terre che obediscono e cognoscono Vostre Maestà per suoi superiori di queste isole sono più, che tutte le altre de’ Cristiani, ricchissime, da poi che io per Divina volontà più presto, che per sapere, le ho poste sotto la sua reale e alta signoria; e poste dico in termino per [p. 139 modifica] avere Vostre Maestà di esse grandissime intrate. Alla improvisa aspettando io la nave per me domandata a Vostre Maestà per venire al suo alto conspetto, con vittorie e grande nuove di oro e di diverse ricchezze, molto allegro e sicuro tenendomi essere; fui preso e messo in un naviglio con due fratelli, caricato di ferri, nudo in corpo, con molto male trattamento, senza essere chiamato, nè ancora vinto per giustizia. Chi vorrà credere che un povero forestiero si avesse voluto alzarsi in tal luogo contro Vostre Maestà, senza causa, e senza braccio alcuno di altro Principe? Massimamente essendo io solo in mezzo tutti questi, che con mi erano, suoi vassalli e naturali di regni di Vostre Maestà: e ancora avuto rispetto che io teneva tutti li figliuoli miei in sua real corte. Io venni a servire Vostre Maestà di tempo di anni 28, e adesso non ho capello che non sia canuto, il corpo debile e infermo e tutto dannato. Quanto io aveva portato con me, da costoro mi fu tolto ogni cosa a me e miei fratelli, fino il saio; senza essere nè udito nè visto, con grande mio disonore. È da credere che questo non si facesse per suo reale mandamento: e se così è, come dico, la restituzione del mio onore e de’ miei danni, e castigamento a chi lo ha fatto, faranno Vostre Maestà sonare per tutto il mondo; e altrettanto di coloro che mi hanno rubato le ricchezze, e mi hanno fatto danno nel mio Almirantado. Grandissima fama e virtù con esempio sarà a Vostre Maestà, se questo fanno, e resterà in Spagna e in ogni altro luogo gloriosa memoria di loro, come aggradevo e giusti Principi. La intenzione bona e sana, quale sempre ebbi al servire di Vostre Maestà, e il disonore e remerito tanto diseguale, non dà luogo all’anima che taccia, benchè io voglia: della qual cosa domando a Vostre Maestà perdono.

[p. 140 modifica]Io sono restato così perso e disfatto. Io ho pianto fin qui per altri, che Vostre Maestà gli abbiano misericordia13. Pianga adesso il cielo, e pianga per me la terra nel temporale, che non ho sola una quattrina, per far offerta in spirituale. Io sono restato qua nelle Indie isole della forma che ho sopra ditta, isolato, in gran pena e infermo, aspettando ogni dì la morte, e circondato da innumerabili selvaggi pieni di crudeltà e nemici nostri; e così lungi da Sacramenti della Santa Madre Chiesa, che credo si smenticherà questa anima, se del corpo esce fuora. Pianga per me chi ha carità, verità, o giustizia. Io non venni a questo viaggio a navigare per guadagnare onore nè roba: questo è certo, perchè la speranza era del tutto già persa; ma vi venni per servire a Vostre Maestà con sana intenzione e bon zelo di carità: e non mento. Supplico a Vostre Maestà che, se Dio vuole che possa di qua salirmi, che mi vogliano concedere, e abbiano per bene che io vada a Roma e altre peregrinazioni. Cui e vite e alto stato la Santa Trinità conservi e accresca. Data nelle Indie nella isola di Ianaica a 7 di Iulio del 1503.



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Note

  1. Partì Colombo da Cadice per questo suo quarto dei viaggi fatti d’ordine dei Re di Spagna addì 9 maggio dell’anno 1502, secondo che scrivono il figlio Fernando nella Vita di lui, cap. 88, e l’Herrera nell’Istoria dei viaggi e delle conquiste degli Spagnuoli nell’Indie Occidentali, deca I, lib. 5, cap. 2.
    Per Calese è già da intendersi Cadice, nominato Caliz, da Fernando suddetto nel capo 88, e Calis da Amerigo Vespucci nelle lettere de’ suoi viaggi (p. 6, 32, 35, 45, 71, ed. fior., 1745), all’Oviedo nell’Istoria dell’Indie cap. I, e da altri. Ne’ bassi tempi volgarmente si soleva dire Cades; siccome ne’ vecchi Portolani trovasi scritto, e ancora in due mie carte nautiche lavorate da Veneziani; l’una che porta l’anno 1368, nel secolo seguente posseduta dalli Certosini di Fiorenza per testamento di Niccolò Corbizzi; l’altra con le parole Jachobus de Ziroldis de Venetiis me fecit anno Dui M,CCCC,XXVI, referita dal conte Gianrinaldo Carli nella Lettera all’Ab. Testa intorno alla scoperta dell’America. Nè altrimenti Cadice si nomina in un trattato generale di navigazione, composto l’anno 1444 da Pietro di Versi veneziano, che io parimente in un codice di quel tempo posseggo.
  2. È assolutamente da credere che non Iamaica, ma Ianaica, si trovi nell’originale spagnuolo; benchè strana sembri questa denominazione. Di fatto che Colombo zonse a una isola chiamata da paesani Iamaica, ma come lui dice, dalli cosmografi ditta Ianna mazor, leggesi nel capo quindicesimo del Libretto di tutta la navigazione dei Re di Spagna delle isole e terreni nuovamente trovati, stampato in Venezia per Alberto Vercellese da Lisona nel 1504 in 4.
  3. Quietare dallo spagnuolo quitar, come dal francese quitter, è qui usato per tralasciare.
  4. Fernando, scrittore dell’Istoria di suo padre, racconta di essersi seco lui trovato in questo viaggio, insieme con Bartolommeo fratello di Cristoforo, nel capo 88: di lui si trovano buone notizie nel Libro della patria di Colombo a carte 106, 287, ecc.; nè di Bartolommeo mancano memorie, che ce lo facciano bene conoscere.
  5. Del sapere di Colombo in fatto di cosmografia, di nautica, e di altre discipline a quelle appartenenti, il figlio Fernando, nel capo terzo della Vita, scrive così: «Nella sua picciola età imparò lettere, e studiò in Pavia tanto, che gli bastava per intendere i cosmografi, alla cui lezione fu molto affezionato: per lo qual rispetto ancora si diede all’astrologia e alla geometria: perciocchè queste scienzie sono in tal maniera concatenate, che l’una non può stare senza l’altra: e ancora perchè Tolomeo nel principio della sua Cosmografia dice che niuno può esser cosmografo se ancora non sarà pittore, partecipò ancora del disegno, per piantar le terre e formar i corpi cosmografici in piano e in tondo.» Anzi lo stesso Colombo, se prestiamo fede ad una lettera come di lui riportata da Fernando nel capo quarto, l’anno 1501 alli Re di Spagna scriveva: «Di età molto tenera io entrai in mare navigando, e vi ho continuato fin oggi: e l’istessa arie inclina a chi la segue a desiderar di sapere i secreti di questo mondo: e oggimai passano quaranta anni, che io uso per tutte quelle parti che fin oggi si navigano: e i miei traffichi e conversazioni sono stati con gente savia, così ecclesiastici, come secolari, e Latini, e Greci, Indiani, e Mori, e con molti altri di altre sette. E a questo mio desiderio trovai il nostro Signore molto propizio; e perciò ebbi da lui spirito d’intelligenza. Della navigatoria mi fece molto intendente, d’astrologia mi diede quel che bastava, e così di geometria e di aritmetica. L’animo mi donò ingegnoso, e le mani atte a disegnar questa Sfera, e in essa le città, i monti, e i fiumi, le isole, e i porti tutti nel loro convenevole sito. In questo tempo io ho veduto e messo studio in vedere tutti i libri di cosmografia, d’istoria, e di filosofia, e d’altre scienzie; di modo che il nostro Signore aprì l’intelletto con mano palpabile a me, acciò ch’io navighi di qua alle Indie: e mi fece volonterosissimo di mandar ciò ad esecuzione.»
  6. Cosmographia, seu Historia rerum ubique gestarum locorumque Descriptio, cap. X.
  7. Amarrar in Spagnuolo, amarrer in Francese, termine marineresco, che significa legare.
  8. Monteria, voce spagnuola, che dinota Caccia di bestie selvaggie.
  9. Curiosamente intorno ad antropofagi scrive Francesco Caldiera padovano in una Narrazione dell’acquisto di Malacca, nell’anno 1513 fatto da Alfonso di Albuquerque per il Re di Portogallo, o di altri fatti successivamente nell’Indie Orientali avvenuti: Vidi etiam ibi Ulixboncæ magnam moltitudinem maximorum dentium elephantium, qui ex India et Aethiopia illuc vehuntur: ligna auiem ad tingendum apta vocantur lingua nostra Verzin: portantur Ulixbonam, sicut reliqua ligna ex nemoribus nostris ad urbes. Ubi talia oriuntur ligna, sunt homines barbarissimi, non penitus nigri, ma berettini, sicuti nostro dicimus sermone, se ad invicem comedentes, cum se iti præliis capiunt. Detinent enim captivos certis diebus in carceribus bene pastos per tale tempus, et inde eos extrahunt, ac magna solemnitate, inter tripudia et barbaricas cantilenas, interficiunt palo ligneo circa caput: et interemptos torrent et comedunt: ex ossibusque tibiarum faciunt fistulas: nos eas vocamus Sigolotti: et con tali Sigolotti io ho sonado.
  10. Risguarda questa citazione il passo di Gioseffo nelle Antichità Giudaiche, lib. VIII, cap. VI, § 4, il quale s’adduce per provare, che un’isola Aurea nell’India fosse la Ophir di Salomone, sulla quale tanto gli eruditi quistionano: ma anche dopo nuove osservazioni sulla testimonianza di questo scrittore fatte da Tommaso Cristiano Tychsen (Comment. Hist. Philol. Societ. Gotting. vol. XVI, p. 170) nulla di autorevole se ne trae. Il Colombo però, che della Ophir ardentemente andava in cerca, in Veragua credeva di averla trovata; siccome il Paradiso terrestre ora qua, ora là gli pareva di vedere, facilmente indotto a crederlo di buona fede dalle prodigiose e continuate scoperte che andava facendo, e che ben potevano abbagliarlo.
  11. Delle isole e terre scoperte dal Colombo li nomi non sono sempre li medesimi nelle Carte nautiche vecchie, e ne’ Portolani disusati. Pietro Coppo da Isola, terra dell’Istria, in un suo Portolano stampato in Venezia nel 1528 per Agostino di Dindoni in 24.° questa indicazione, non però abbastanza esatta, ne mette: Christopholo Columbo zenovese nel anno 1492 trovò navegando verso Ponente molte isole et cose nove, ma prima se trova le isole Gorgone Hesperide Iunonia la Pioviosia la Cavrera la Planaria la Nevosa Canaria al incontro de la Barbaria, da poi largo in mar sono isole Ventura Columbo Brasil Cavrera Ovo Porto Santo Medera et certe isole dite deserte et altre dite Selvadege Lanciloto Columbo, da poi oltra assai per Ponente el dito Christopholo trovò l’isola Spagnola Iamaiqua Cuba le isole dei Canibali la terra Paria over Mondo Novo et molte altre isole: la Spagnuola è de longeza de m. 800 larga m. 330. la Cuba dista da la Spagnuola mia 70. nel provar che fece el Columbo in veder se Cuba era isola over terra ferma el vete pur assai isole, et pose nome navigando a la riviera de Cuba sempre 1300 m.
  12. Pataraggie, dalla voce spagnuola Patrañas, che significa Ciance. Chiacchere; nel qual senso usò quella voce anche Americo Vespucci scrivendo a Pietro Soderini nel primo de’ suoi Viaggi: E ancora che queste mie patragne non siano convenienti alle virtù vostre ecc. (p. 4, ed. fior. 1745).
  13. L’Herrera, riportando questo passo, scrive così: «Invocava oltre a ciò il Cielo e la Terra perchè piangessero sopra di lui, dicendo: Io ho pianto fin qui: abbia misericordia il Cielo, e pianga per me la Terra, pianga per me chi sente carità, verità e giustizia.» Non per questo io m’induco a credere che il traduttore italiano le parole del Colombo alterasse, le quali colle precedenti e seguente stanno bene abbastanza: anzi l’Herrera scrivendo che Colombo invocava anche il Cielo a piangere sopra di sè, autorizza la traduzione italiana; siccome dà a vedere che espressioni discontinuate ha egli insieme congiunte.