Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Nicola e Giovanni Pisani

Nicola e Giovanni Pisani

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Arnolfo di Lapo Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea Tafi IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Arnolfo di Lapo Andrea Tafi

VITA DI NICOLA E GIOVANNI PISANI SCULTORI ET ARCHITETTI

Avendo noi ragionato del disegno e della pittura nella vita di Cimabue, e dell’architettura in quella d’Arnolfo Lapi, si tratterà in questa di Nicola e Giovanni Pisani della scultura, e delle fabriche ancora, che essi fecero di grandissima importanza; perché certo non solo come grandi e magnifiche, ma ancora come assai bene intese meritano l’opere di scoltura et architettura di costoro d’esser celebrate, avendo essi in gran parte levata via nel lavorare i marmi e nel fabricar quella vecchia maniera greca goffa e sproporzionata, et avendo avuto ancora migliore invenzione nelle storie, e dato alle figure migliore attitudine. Trovandosi dunque Nicola Pisano sotto alcuni scultori greci che lavorarono le figure e gl’altri ornamenti d’intaglio del Duomo di Pisa e del tempio di S. Giovanni, e essendo fra molte spoglie di marmi, stati condotti dall’armata de’ Pisani, alcuni pili antichi che sono oggi nel Camposanto di quella città, uno ve n’avea fra gl’altri bellissimo, nel quale era sculpita la caccia di Meleacro e del porco Calidonio con bellissima maniera; perché così gl’ignudi come i vestiti erano lavorati con molta pratica e con perfettissimo disegno. Questo pilo, essendo per la sua bellezza stato posto dai Pisani nella facciata del Duomo, dirimpetto a S. Rocco allato alla porta del fianco principale, servì per lo corpo della madre della contessa Matelda, se però sono vere queste parole che intagliate nel marmo si leggono: Anno Domini M.CXVI. IXa Kalendas Augusti obiit Domina Matthilda felicis memoriae comitissa, quae pro anima genitricis suae Dominae Beatricis comitissae venerabilis in hac tumba honorabili quiescentis in multis partibus [mirifice] hanc dotavit ecclesiam. Quarum animae requiescant in pace. E poi: Anno Domini MCCCIII. sub dignissimo Operario D. Burgundio Tadi occasione graduum fiendorum per ipsum circa ecclesiam supradictam tumba superius notata bis translata fuit, nunc de sedibus primis in ecclesiam, nunc de ecclesia in hunc locum, ut cernitis, [excellentem]. Nicola, considerando la bontà di quest’opera e piacendogli fortemente, mise tanto studio e diligenza per imitare quella maniera, et alcune altre buone sculture che erano in quegl’altri pili antichi, che fu giudicato, non passò molto, il miglior scultore de’ tempi suoi, non essendo stato in Toscana in que’ tempi dopo Arnolfo in pregio niuno altro scultore, che Fuccio architetto e scultore fiorentino, il quale fece S. Maria sopra Arno in Firenze l’anno 1229 mettendovi sopra una porta il nome suo; e nella chiesa di S. Francesco d’Ascesi di marmo la sepoltura della regina di Cipri con molte figure, et il ritratto di lei particolarmente a sedere sopra un leone, per dimostrare la fortezza dell’animo di lei, la quale dopo la morte sua lasciò gran numero di danari, perché si desse a quella fabrica fine. Nicola, dunque, essendosi fatto conoscere per molto miglior maestro che Fuccio non era, fu chiamato a Bologna l’anno 1225, essendo morto S. Domenico Calagora primo istitutore dell’ordine de’ frati Predicatori, per fare di marmo la sepoltura del detto Santo; onde convenuto con chi aveva di ciò la cura, le fece piena di figure in quel modo ch’ella ancor oggi si vede, e la diede finita l’anno 1231 con molta sua lode, essendo tenuta cosa singulare, e la migliore di quante opere infino allora fussero di scultura state lavorate. Fece similmente il modello di quella chiesa e d’una gran parte del convento. Dopo, ritornato Nicola in Toscana, trovò che Fuccio s’era partito di Firenze, e andato in que’ giorni, che da Onorio fu coronato Federigo imperadore, a Roma, e di Roma con Federigo a Napoli, dove finì il castello di Capoana, oggi detta la Vicherìa, dove sono tutti i tribunali di quel regno, e così Castel dell’Uovo, e dove fondò similmente le torri, fece le porte sopra il fiume del Volturno alla città di Capua, un barco cinto di mura per l’uccellagioni presso a Gravina, et a Melfi un altro per le cacce di verno, oltre a molte altre cose che per brevità non si raccontano. Nicola, intanto, trattenendosi in Firenze, andava non solo esercitandosi nella scultura, ma nell’architettura ancora, mediante le fabriche che s’andavano con un poco di buon disegno facendo per tutta Italia, e particolarmente in Toscana. Onde si adoperò non poco nella fabrica della Badia di Settimo, non stata finita dagli esecutori del conte Ugo di Andeborgo, come l’altre sei, secondo che si disse di sopra. E sebbene si legge nel campanile di detta Badia in un epitaffio di marmo: Gugliel. me fecit, si conosce nondimeno alla maniera, che si governava col consiglio di Nicola; il quale in que’ medesimi tempi fece in Pisa il Palazzo degli Anziani vecchio, oggi stato disfatto dal duca Cosimo per fare nel medesimo luogo, servendosi d’una parte del vecchio, il magnifico palazzo e convento della nuova religione de’ Cavaglieri di S. Stefano, col disegno e modello di Giorgio Vasari aretino pittore et architettore, il quale si è accomodato come ha potuto il meglio, sopra quella muraglia vecchia, riducendola alla moderna. Fece similmente Nicola in Pisa molti altri palazzi e chiese, e fu il primo, essendosi smarrito il buon modo di fabricar, che mise in uso fondar gli edifizii a Pisa in sui pilastri, e sopra quelli voltare archi, avendo prima palificato sotto i detti pilastri; perché facendosi altrimenti, rotto il primo piano sodo del fondamento, le muraglie calavano sempre; dove il palificare rende sicurissimo l’edifizio, sì come la sperienza ne dimostra. Col suo disegno fu fatta ancora la chiesa di S. Michele in borgo de’ monaci di Camaldoli. Ma la più bella, la più ingegnosa e più capricciosa architettura che facesse mai Nicola, fu il campanile di S. Nicola di Pisa, dove stanno frati di S. Agostino: perciò che egli è di fuori a otto facce e dentro tondo, con scale che girando a chiocciola vanno insino in cima, e lasciano dentro il vano del mezzo libero et a guisa di pozzo, e sopra ogni quattro scaglioni sono colonne che hanno gli archi zoppi, e che girano intorno intorno; onde posando la salita della volta sopra i detti archi, si va in modo salendo insino in cima, che chi è in terra vede sempre tutti quelli che sagliono, coloro che sagliono veggion coloro che sono in terra, e quei che sono a mezzo veggono gli uni e gli altri, cioè quei che sono di sopra e quei che sono a basso. La quale capricciosa invenzione fu poi con miglior modo e più giuste misure e con più ornamento messa in opera da Bramante architetto a Roma in Belvedere per papa Giulio Secondo, e da Antonio da S. Gallo nel pozzo che è a Orvieto d’ordine di papa Clemente Settimo, come si dirà quando fia tempo. Ma tornando a Nicola, il quale fu non meno eccellente scultore che architettore, egli fece nella facciata della chiesa di S. Martino in Lucca, sotto il portico che è sopra la porta minore a man manca entrando in chiesa, dove si vede un Cristo deposto di croce, una storia di marmo di mezzo rilievo tutta piena di figure fatte con molta diligenza, avendo traforato il marmo e finito il tutto di maniera, che diede speranza a coloro che prima facevano l’arte con stento grandissimo, che tosto doveva venire chi le porgerebbe con più facilità migliore aiuto. Il medesimo Nicola diede l’anno 1240 il disegno della chiesa di S. Jacopo di Pistoia, e vi mise a lavorare di musaico alcuni maestri toscani i quali feciono la volta della nicchia, la quale, ancor che in que’ tempi fusse tenuta così dificile e di molta spesa, noi più tosto muove oggi a riso et a compassione che a maraviglia; e tanto più che cotale disordine, il quale procedeva dal poco disegno, era non solo in Toscana, ma per tutta Italia, dove molte fabriche et altre cose che si lavoravano senza modo e senza disegno, fanno conoscere non meno la povertà degli ingegni loro, che le smisurate ricchezze male spese dagli uomini di quei tempi, per non avere avuto maestri che con buona maniera conducessino loro alcuna cosa che facessero. Nicola, dunque, per l’opere che faceva di scultura e d’architettura andava sempre acquistando miglior nome, che non faccevano gli scultori et architetti che allora lavoravano in Romagna; come si può vedere in S. Ipolito e S. Giovanni di Faenza, nel Duomo di Ravenna, in S. Francesco, e nelle case de’ Traversari e nella chiesa di Porto, et in Arimini nell’abitazione del Palazzo Publico, nelle case de’ Malatesti, et in altre fabriche, le quali sono molto peggiori che gl’edifizii vecchi fatti ne’ medesimi tempi in Toscana. E quello che si è detto di Romagna, si può dire anco con verità d’una parte di Lombardia. Veggiasi il Duomo di Ferrara e l’altre fabriche fatte dal marchese Azzo, e si conoscerà così essere il vero, e quanto siano differenti dal Santo di Padova, fatto col modello di Nicola, e dalla chiesa de’ frati minori in Venezia, fabriche amendue magnifiche et onorate. Molti nel tempo di Nicola, mossi da lodevole invidia, si missero con più studio alla scultura che per avanti fatto non avevano, e particolarmente in Milano, dove concorsero alla fabrica del Duomo molti lombardi e tedeschi, che poi si sparsero per Italia per le discordie che nacquero fra i Milanesi e Federigo imperatore. E così cominciando questi artefici a gareggiare fra loro, così nei marmi come nelle fabriche, trovarono qualche poco di buono. Il medesimo accadde in Firenze, poi che furono vedute l’opere d’Arnolfo e di Nicola, il quale, mentre che si fabricava col suo disegno in su la piazza di S. Giovanni la chiesetta della Misericordia, vi fece di sua mano in marmo una Nostra Donna, un S. Domenico e un altro Santo che la mettono in mezzo, sì come si può anco veder nella facciata di fuori di detta chiesa. Avendo al tempo di Nicola cominciato i Fiorentini a gettare per terra molte torri già state fatte di maniera barbara per tutta la città, perché meno venissero i popoli, mediante quelle, offesi nelle zuffe che spesso fra Guelfi e Ghibellini si facevano, o perché fusse maggior sicurtà del pubblico, li pareva che dovesse esser molto difficile il rovinare la torre del Guardamorto, la quale era in su la piazza di S. Giovanni, per avere fatto le mura così gran presa, che non se ne poteva levare con i picconi, e tanto più essendo altissima; per che facendo Nicola tagliar la torre da’ piedi da uno de’ lati, e fermatala con puntelli corti un braccio e mezzo, e poi dato lor fuoco, consumati che furono i puntelli, rovinò e si disfece da sé quasi tutta: il che fu tenuto cosa tanto ingegnosa et utile per cotali affari, che è poi passata di maniera in uso, che quando bisogna, con questo facilissimo modo si rovina in poco tempo ogni edifizio. Si trovò Nicola alla prima fondazione del Duomo di Siena, e disegnò il tempio di S. Giovanni nella medesima città; poi tornato in Firenze l’anno medesimo che tornarono i Guelfi, disegnò la chiesa di S. Trinita, et il monasterio delle donne di Faenza oggi rovinato per fare la Cittadella. Essendo poi richiamato a Napoli, per non lasciar le faccende di Toscana, vi mandò Maglione suo creato, scultore et architetto, il quale fece poi al tempo di Currado la chiesa di S. Lorenzo di Napoli, finì parte del Piscopio, e vi fece alcune sepolture, nelle quali immitò forte la maniera di Nicola suo maestro. Nicola, intanto, essendo chiamato dai Volterrani l’anno 1254 che vennono sotto i Fiorentini, perché accrescesse il Duomo loro che era piccolo, egli lo ridusse, ancor che storto molto, a miglior forma e lo fece più magnifico che non era prima. Poi ritornato finalmente a Pisa, fece il pergamo di S. Giovanni di marmo, ponendovi ogni diligenza per lasciare di sé memoria alla patria; e fra l’altre cose intagliando in essa il Giudicio Universale, vi fece molte figure, se non con perfetto disegno, almeno con pacienza e diligenza infinita, come si può vedere; e perché gli parve, come era vero, aver fatto opera degna di lode, v’intagliò a’ piè questi versi:

Anno milleno bis centum bisque trideno hoc opus insigne sculpsit Nicola Pisanus.

I Sanesi mossi dalla fama di quest’opera, che piacque molto non solo a’ Pisani ma a chiunque la vide, allogarono a Nicola il pergamo del loro Duomo, dove si canta l’Evangelio, essendo pretore Guglielmo Mariscotti: nel quale fece Nicola molte storie di Gesù Cristo con molta sua lode, per le figure che vi sono lavorate e con molta difficultà spiccate intorno intorno dal marmo. Fece similmente Nicola il disegno della chiesa e convento di S. Domenico d’Arezzo ai signori di Pietramala che lo edificarono, et ai preghi del vescovo degli Ubertini restaurò la Pieve di Cortona, e fondò la chiesa di S. Margherita pe’ frati di S. Francesco in sul più alto luogo di quella città. Onde crescendo per tante opere sempre più la fama di Nicola, fu l’anno 1267 chiamato da papa Clemente Quarto a Viterbo, dove, oltre a molte altre cose, restaurò la chiesa e convento de’ frati Predicatori. Da Viterbo andò a Napoli al re Carlo Primo, il quale avendo rotto e morto nel pian di Tagliacozzo Curradino, fece far in quel luogo una chiesa e Badia ricchissima, e sepellire in essa l’infinito numero de’ corpi morti in quella giornata, ordinando appresso che da molti monaci fusse giorno e notte pregato per l’anime loro. Nella qual fabrica restò in modo sodisfatto il re Carlo dell’opera di Nicola, che l’onorò e premiò grandemente. Da Napoli tornando in Toscana si fermò Nicola alla fabbrica di S. Maria d’Orvieto, e lavorandovi in compagnia d’alcuni tedeschi, vi fece di marmo per la facciata dinanzi di quella chiesa alcune figure tonde, e particolarmente due storie del Giudizio Universale, et in esse il Paradiso e l’Inferno. E sì come si forzò di fare nel Paradiso, della maggior bellezza che seppe, l’anime de’ beati ne’ loro corpi ritornate, così nell’Inferno fece le più strane forme di diavoli che si possino vedere, intentissime al tormentar l’anime dannate. Nella quale opera non che i tedeschi che quivi lavoravano, ma superò se stesso con molta sua lode. E perché vi fece gran numero di figure, e vi durò molta fatica, è stato, non che altro, lodato insino a’ tempi nostri da chi non ha avuto più giudicio che tanto nella scultura. Ebbe fra gli altri Nicola un figliuolo chiamato Giovanni, il quale perché seguitò sempre il padre e sotto la disciplina di lui attese alla scultura et all’architettura, in pochi anni divenne non solo eguale al padre, ma in alcuna cosa superiore; onde, essendo già vecchio Nicola, si ritirò in Pisa, e lì vivendo quietamente, lasciava d’ogni cosa il governo al figliuolo. Essendo dunque morto in Perugia papa Urbano Quarto fu mandato per Giovanni, il quale andato là fece la sepoltura di quel Pontefice, di marmo, la quale insieme con quella di papa Martino IIII fu poi gettata per terra, quando i Perugini aggrandirono il loro Vescovado, di modo che se ne veggiono solamente alcune reliquie sparse per la chiesa. E avendo nel medesimo tempo i Perugini dal monte di Pacciano, lontano due miglia dalla città, condotto per canali di piombo un’acqua grossissima, mediante l’ingegno et industria d’un frate de’ Silvestrini, fu dato a far a Giovanni Pisano tutti gli ornamenti della fonte, così di bronzo come di marmi, onde egli vi mise mano; fece tre ordini di vasi, due di marmo et uno di bronzo: il primo è posto sopra dodici gradi di scalee a dodici facce, l’altro sopra alcune colonne che posano in sul piano del primo vaso, cioè nel mezzo, et il terzo che è di bronzo, posa sopra tre figure et ha nel mezzo alcuni grifoni pur di bronzo che versano acqua da tutte le bande. E perché a Giovanni parve avere molto bene in quel lavoro operato, vi pose il nome suo. Circa l’anno 1560 essendo gli archi e i condotti di questa fonte, la quale costò centosessantamila ducati d’oro, guasti in gran parte e rovinati, Vincenzio Danti perugino scultore, e con sua non piccola lode, senza rifar gli archi, il che sarebbe stato di grandissima spesa, ricondusse molto ingegnosamente l’acqua alla detta fonte nel modo che era prima. Finita quest’opera, desideroso Giovanni di riveder il padre vecchio et indisposto, si partì di Perugia per tornarsene a Pisa; ma passando per Firenze, gli fu forza fermarsi, per adoperarsi insieme con altri all’opera delle mulina d’Arno, che si facevano da S. Gregorio appresso la piazza de’ Mozzi. Ma finalmente avendo avuto nuove che Nicola suo padre era morto, se n’andò a Pisa, dove fu per la virtù sua da tutta la città con molto onore ricevuto, rallegrandosi ognuno che dopo la perdita di Nicola, fusse di lui rimaso Giovanni erede così delle virtù, come delle facultà sue. E venuta occasione di far pruova di lui, non fu punto ingannata la loro opinione; perché avendosi a fare alcune cose nella picciola ma ornatissima chiesa di Santa Maria della Spina, furono date a fare a Giovanni, il quale messovi mano, con l’aiuto di alcuni suoi giovani, condusse i molti ornamenti di quell’oratorio a quella perfezzione che oggi si vede; la quale opera, per quello che si può giudicare, dovette esser in que’ tempi tenuta miracolosa, e tanto più avendovi fatto in una figura il ritratto di Nicola, di naturale, come seppe meglio. Veduto ciò i Pisani, i quali molto inanzi avevano avuto ragionamento e voglia di fare un luogo per le sepolture di tutti gli abitatori della città, così nobili come plebei, o per non empiere il Duomo di sepolture o per altra cagione, diedero cura a Giovanni di fare l’edifizio di Camposanto, che è in su la piazza del Duomo verso le mura. Onde egli con buon disegno e con molto giudizio, lo fece in quella maniera e con quelli ornamenti di marmo e di quella grandezza che si vede. E perché non si guardò a spesa nessuna, fu fatta la coperta di piombo; e fuori della porta principale si veggiono nel marmo intagliate queste parole: Anno Domini MCCLXXVIII. tempore Domini Federigi Archiepiscopi Pisani, et Domini Terlatti potestatis, Operario Orlando Sardella, Ioanne magistro aedificante. Finita quest’opera, l’anno medesimo 1283 andò Giovanni a Napoli, dove per lo re Carlo fece il Castel Nuovo di Napoli; e per allargarsi e farlo più forte, fu forzato a rovinare molte case e chiese, e particolarmente un convento di frati di S. Francesco, che poi fu rifatto maggiore e più magnifico assai che non era prima, lontano dal castello e col titolo di Santa Maria della Nuova. Le quali fabriche cominciate e tirate assai bene inanzi, si partì Giovanni di Napoli per tornarsene in Toscana; ma giunto a Siena, senza esser lasciato passare più oltre, gli fu fatto fare il modello della facciata del Duomo di quella città, e poi con esso fu fatta la detta facciata ricca e magnifica molto. L’anno poi 1286, fabbricandosi il Vescovado d’Arezzo col disegno di Margaritone architetto aretino, fu condotto da Siena in Arezzo Giovanni da Guglielmino Ubertini vescovo di quella città, dove fece di marmo la tavola dell’altar maggiore, tutta piena d’intagli di figure, di fogliami et altri ornamenti, scompartendo per tutta l’opera alcune cose di musaico sottile e smalti posti sopra piastre d’argento commesse nel marmo con molta diligenza. Nel mezzo è una Nostra Donna col Figliuolo in collo, e dall’uno de’ lati S. Gregorio papa (il cui volto è il ritratto al naturale di papa Onorio Quarto) e dall’altro un S. Donato vescovo di quella città e protettore, il cui corpo con quelli di S. Antilia e d’altri Santi è sotto l’istesso altare riposto. E perché il detto altare è isolato, intorno e dagli lati sono storie picciole di basso rilievo della vita di S. Donato, et il finimento di tutta l’opera sono alcuni tabernacoli pieni di figure tonde di marmo, lavorate molto sottilmente. Nel petto della Madonna detta, è la forma d’un castone d’oro, dentro al quale, secondo che si dice, erano gioie di molta valuta, le quali sono state per le guerre, come si crede, dai soldati, - che non hanno molte volte né anco rispetto al Santissimo Sagramento - portate via insieme con alcune figurine tonde che erano in cima e intorno a quell’opera: nella quale tutta spesero gl’Aretini, secondo che si truova in alcuni ricordi, trentamilia fiorini d’oro. Né paia ciò gran fatto, perciò che ella fu in quel tempo cosa quanto potesse essere preziosa e rara; onde tornando Federigo Barbarossa da Roma dove si era incoronato, e passando per Arezzo molti anni dopo ch’era stata fatta, la lodò, anzi ammirò infinitamente; et invero a gran ragione, perché oltre all’altre cose, sono le comettiture di quel lavoro fatto d’infiniti pezzi, murate e commesse tanto bene, che tutta l’opra a chi non ha gran pratica delle cose dell’arte, la giudica agevolmente tutta d’un pezzo. Fece Giovanni nella medesima chiesa la cappella degl’Ubertini, nobilissima famiglia e Signori, come sono ancora oggi e più già furono, di castella, con molti ornamenti di marmo, che oggi sono ricoperti da altri molti e grandi ornamenti di macigno, che in quel luogo col disegno di Giorgio Vasari l’anno 1535 furono posti, per sostenimento d’un organo che vi è sopra di straordinaria bontà e bellezza. Fece similmente Giovanni Pisano il disegno della chiesa di S. Maria de’ Servi, che oggi è rovinata insieme con molti palazzi delle più nobili famiglie della città, per le cagioni dette di sopra. Non tacerò che essendosi servito Giovanni, nel fare il detto altare di marmo, d’alcuni tedeschi, che più per imparare che per guadagnare s’acconciarono con esso lui, eglino divennero tali sotto la disciplina sua, che andati dopo quell’opera a Roma, servirono Bonifazio Ottavo in molte opere di scultura per San Piero, et in architettura quando fece Civita Castellana. Furono oltre ciò mandati dal medesimo a Santa Maria d’Orvieto, dove per quella facciata fecero molte figure di marmo, che secondo que’ tempi furono ragionevoli. Ma fra gli altri che aiutarono Giovanni nelle cose del Vescovado d’Arezzo, Agostino et Agnolo scultori et architetti sanesi, avanzarono col tempo di gran lunga tutti gli altri, come al suo luogo si dirà. Ma tornando a Giovanni, partito che egli fu d’Orvieto, venne a Firenze per vedere la fabrica che Arnolfo faceva di Santa Maria del Fiore, e per vedere similmente Giotto, del quale aveva sentito fuori gran cose ragionare; ma non fu sì tosto arivato a Firenze, che dagli Operai della detta fabrica di S. Maria del Fiore, gli fu data a fare la Madonna che in mezzo a due Angioli piccoli è sopra la porta di detta chiesa che va in Canonica, la quale opera fu allora molto lodata. Dopo fece il battesimo piccolo di S. Giovanni, dove sono alcune storie di mezzo rilievo della vita di quel Santo. Andato poi a Bologna, ordinò la cappella maggiore della chiesa di S. Domenico, nella quale gli fu fatto fare di marmo l’altare da Teodorigo Borgognoni lucchese, vescovo e frate di quell’ordine; nel qual luogo medesimo fece poi l’anno 1298 la tavola di marmo, dove sono la Nostra Donna et altre otto figure assai ragionevoli. E l’anno 1300 essendo Nicola da Prato cardinale legato del Papa a Firenze, per accomodare le discordie de’ Fiorentini, gli fece fare un monasterio di donne in Prato, che dal suo nome si chiama S. Nicola, e restaurare nella medesima terra il convento di S. Domenico, e così anco quel di Pistoia, nell’uno e nell’altro de’ quali si vede ancora l’arme di detto cardinale. E perché i Pistolesi avevano in venerazione il nome di Nicola padre di Giovanni, per quello che colla sua virtù aveva in quella città adoprato, fecion fare a esso Giovanni un pergamo di marmo per la chiesa di S. Andrea, simile a quello che egli aveva fatto nel Duomo di Siena; e ciò per concorrenza d’uno, che poco inanzi n’era stato fatto nella chiesa di S. Giovanni Evangelista da un tedesco, che ne fu molto lodato. Giovanni dunque diede finito il suo in quattro anni, avendo l’opera di quello divisa in cinque storie della vita di Gesù Cristo, e fattovi oltre ciò un Giudizio Universale con quella maggior diligenza che seppe, per pareggiare o forse passare quello allora tanto nominato d’Orvieto. E intorno a detto pergamo sopra alcune colonne che lo reggono, intagliò nell’architrave, parendogli, come fu in vero, per quanto sapeva quella età, aver fatto una grande e bell’opera, questi versi:

Hoc opus sculpsit Joannes, qui res non egit inanes, Nicoli natus... meliora beatus, quem genuit Pisa, doctum super omnia visa.

Fece Giovanni in quel medesimo tempo la pila dell’acqua santa di marmo della chiesa di S. Giovanni Evangelista nella medesima città, con tre figure che la reggono, la Temperanza, la Prudenza e la Iustizia; la quale opera, per essere allora stata tenuta molto bella, fu posta nel mezzo di quella chiesa come cosa singolare. E prima che partisse di Pistoia, sebben non fu così allora cominciata l’opera, fece il modello del campanile di S. Jacopo, principale chiesa di quella città, nel quale campanile che è in su la piazza di detto S. Jacopo et a canto alla chiesa, è questo millesimo: A.D. 1301. Essendo poi morto in Perugia papa Benedetto IX fu mandato per Giovanni, il quale, andato a Perugia, fece nella chiesa vecchia di S. Domenico de’ frati Predicatori una sepoltura di marmo per quel Pontefice, il quale ritratto di naturale et in abito pontificale pose intorno sopra la cassa con due Angeli, uno da ciascun lato, che tengono una cortina; e di sopra una Nostra Donna con due Santi di rilievo che la mettono in mezzo, e molti altri ornamenti intorno a quella sepoltura intagliati. Parimente nella chiesa nuova de’ detti frati Predicatori, fece il sepolcro di messer Niccolò Guidalotti perugino e vescovo di Recanati, il quale fu institutore della Sapienza nuova di Perugia; nella quale chiesa nuova, dico, che prima era stata fondata da altri, condusse la navata del mezzo, che fu con molto migliore ordine fondata da lui, che il rimanente della chiesa non era stato fatto, la quale da un lato pende, e minaccia, per essere stata male fondata, rovina. E nel vero, chi mette mano a fabricare et a far cose d’importanza, non da chi sa poco, ma dai migliori dovrebbe sempre pigliar consiglio, per non avere, dopo il fatto, con danno e vergogna a pentirsi d’essersi, dove più bisognava, mal consigliato. Voleva Giovanni, speditosi delle cose di Perugia, andare a Roma per imparare da quelle poche cose antiche che vi si vedevano, sì come aveva fatto il padre; ma, da giuste cagioni impedito, non ebbe effetto questo suo disiderio, e massimamente sentendo la corte essere di poco ita in Avignone. Tornato adunque a Pisa, Nello di Giovanni Falconi operaio gli diede a fare il pergamo grande del Duomo, che è a man ritta andando verso l’altar maggiore, appiccato al coro; al quel dato principio, et a molte figure tonde alte braccia tre che a quello avevano a servire, a poco a poco lo condusse a quella forma che oggi si vede, posato parte sopra le dette figure, parte sopra alcune colonne sostenute da leoni, e nelle sponde fece alcune storie della vita di Gesù Cristo. È un peccato veramente, che tanta spesa, tanta diligenza e tanta fatica, non fusse accompagnata da buon disegno e non avesse la sua perfezzione, né invenzione, né grazia, né maniera che buona fusse, come averebbe a’ tempi nostri ogni opera che fusse fatta anco con molto minore spesa e fatica. Nondimeno dovette recare agli uomini di que’ tempi, avvezzi a vedere solamente cose goffissime, non piccola maraviglia. Fu finita quest’opera l’anno 1320, come appare in certi versi che sono intorno al detto pergamo, che dicono così:

Laudo Deum verum, per quem sunt optima rerum, qui dedit has puras hominem formare figuras; hoc opus, his annis Domini sculpsere Johannis arte manus sole quondam natique Nicole, cursis undenis tercentum milleque plenis.

con altri tredici versi, i quali non si scrivono per meno essere noiosi a chi legge, e perché questi bastano non solo a far fede che il detto pergamo è di mano di Giovanni, ma che gl’uomini di que’ tempi erano in tutte le cose così fatti. Una Nostra Donna ancora, che in mezzo a S. Giovanni Batista et un altro Santo si vede in marmo sopra la porta principale del Duomo, è di mano di Giovanni, e quegli che a’ piedi della Madonna sta in ginocchioni, si dice essere Piero Gambacorti Operaio. Comunque sia, nella base dove posa l’imagine di Nostra Donna sono queste parole intagliate:

Sub Petri cura haec pia fuit sculpta figura: Nicoli nato sculptore Joanne vocato.

Similmente sopra la porta del fianco che è dirimpetto al campanile, è di mano di Giovanni una Nostra Donna di marmo, che ha da un lato una donna inginocchioni con due bambini figurata per Pisa, e dall’altro l’imperadore Enrico. Nella base dove posa la Nostra Donna sono queste parole: Ave gratia plena, Dominus tecum; e appresso:

Nobilis arte manus sculpsit Joannes Pisanus sculpsit sub Burgundio Tadi benigno...

et intorno alla basa di Pisa:

Virginis ancilla sum Pisa quieta sub illa;

et intorno alla basa d’Enrico:

Imperat Henricus qui Christo fertur amicus.

Essendo stata già molti anni nella Pieve vecchia della terra di Prato, sotto l’altare della cappella maggiore, la cintola di Nostra Donna, che Michele da Prato tornando di Terra Santa aveva recato nella patria l’anno 1141, e consegnatala a Uberto proposto di quella Pieve, che la pose dove si è detto, e dove era stata sempre con gran venerazione tenuta, l’anno 1312 fu voluta rubare da un pratese, uomo di malissima vita e quasi un altro ser Ciapelletto; ma essendo stato scoperto, fu per mano della Justizia come sacrilego fatto morire. Da che mossi i Pratesi deliberarono di fare, per tenere più sicuramente la detta cintola, un sito forte e bene accomodato; onde, mandato per Giovanni che già era vecchio, feciono col consiglio suo nella chiesa maggiore, la cappella dove ora sta riposta la detta cintola di Nostra Donna. E poi col disegno del medesimo feciono la detta chiesa molto maggiore di quello ch’ella era, e la incrostarono di fuori di marmi bianchi e neri, e similmente il campanile, come si può vedere. Finalmente essendo Giovanni già vecchissimo, si morì l’anno 1320, dopo aver fatto oltre a quelle che dette si sono, molte altre opere di scultura et architettura. E nel vero, si deve molto a lui et a Nicola suo padre, poiché in tempi privi d’ogni bontà di disegno, diedero in tante tenebre non piccolo lume alle cose di quest’arti, nelle quali furono in quell’età veramente eccellenti. Fu sotterrato Giovanni in Camposanto onoratamente, nella stessa arca dove era stato posto Nicola suo padre. Furono discepoli di Giovanni molti che dopo lui fiorirono, ma particolarmente Lino scultore et architetto sanese, il quale fece in Pisa la capella dove è il corpo di S. Ranieri, in Duomo, tutta ornata di marmi, e similmente il vaso del battesimo ch’è in detto Duomo, col nome suo. Né si maravigli alcuno che facessero Nicola e Giovanni tante opere, perché, oltre che vissono assai, essendo i primi maestri in quel tempo che fussono in Europa, non si fece alcuna cosa d’importanza alla quale non intervenissono, come, oltre a quelle che dette si sono, in molte iscrizzioni si può vedere. E poiché con l’occasione di questi due scultori et architetti si è delle cose di Pisa ragionato, non tacerò, che in su le scalee di verso lo Spedale Nuovo intorno alla base che sostiene un leone et il vaso che è sopra la colonna di porfido, sono queste parole: Questo è ’l talento che Cesare Imperadore diede a Pisa, con lo quale si misurava lo censo che a lui era dato: lo quale è edificato sopra questa colonna e leone nel tempo di Giovanni Rosso Operaio dell’opera di S. Maria Maggiore di Pisa Anno Domini MCCCXIII. Indictione secunda di Marso.

IL FINE DELLA VITA DI NICOLA E GIOVANNI PISANI