Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Luca della Robbia

Luca della Robbia

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Nanni d'Antonio di Banco Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Paulo Uccello IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Nanni d'Antonio di Banco Paulo Uccello

VITA DI LUCA DELLA ROBBIA SCULTORE

Nacque Luca della Robbia scultore fiorentino l’anno 1388 nelle case de’ suoi antichi, che sono sotto la chiesa di S. Bernaba in Fiorenza, e fu in quelle alevato costumatamente insino a che non pure leggere e scrivere, ma far di conto ebbe, secondo il costume de’ più de’ Fiorentini, per quanto gli faceva bisogno, apparato. E dopo fu dal padre messo a imparare l’arte dell’orefice con Lionardo di ser Giovanni tenuto allora in Fiorenza il miglior maestro che fusse di quell’arte. Sotto costui adunque avendo imparato Luca a disegnare et a lavorare di cera, cresciutogli l’animo si diede a fare alcune cose di marmo e di bronzo; le quali, essendogli riuscite assai bene, furono cagione che, abbandonato del tutto il mestier dell’orefice, egli si diede di maniera alla scultura, che mai faceva altro che tutto il giorno scarpellare e la notte disegnare; e ciò fece con tanto studio, che molte volte, sentendosi di notte aghiadare i piedi, per non partirsi dal disegno, si mise per riscaldargli a tenerli in una cesta di bruscioli, cioè di quelle piallature che i lignaiuoli levano dall’asse quando con la pialla le lavorano. Né io di ciò mi maraviglio punto, essendo che niuno mai divenne in qualsivoglia esercizio eccellente, il quale e caldo e gelo e fame e sete et altri disagi non cominciasse ancor fanciullo a sopportare, laonde sono coloro del tutto ingannati, i quali si avisano di potere negl’agi e con tutti i commodi del mondo ad onorati gradi pervenire; non dormendo, ma vegghiando e studiando continuamente s’acquista. Aveva a malapena quindici anni Luca, quando, insieme con altri giovani scultori, fu condotto in Arimini, per fare alcune figure et altri ornamenti di marmo a Sigismondo di Pandolfo Malatesti signore di quella città, il quale allora nella chiesa di S. Francesco faceva fare una capella, e per la moglie sua, già morta, una sepoltura; nella quale opera diede onorato saggio del saper suo Luca in alcuni bassi rilievi che ancora vi si veggiono, prima che fusse dagl’Operai di S. Maria del Fiore richiamato a Firenze, dove fece, per lo campanile di quella chiesa, cinque storiette di marmo, che sono da quella parte che è verso la chiesa, le quali mancavano, secondo il disegno di Giotto, a canto a quelle dove sono le scienze et arti, che già fece, come si è detto, Andrea Pisano. Nella prima Luca fece Donato che insegna la gramatica; nella seconda Platone et Aristotile per la filosofia; nella terza uno che suona un liuto, per la musica; nella quarta un Tolomeo per l’astrologia e nella quinta Euclide per la geometria; le quali storie per pulitezza, grazia e disegno avanzarono d’assai le due fatte da Giotto, come si disse, dove in una per la pittura Apelle dipigne e nell’altra Fidia per la scultura lavora con lo scarpello. Per lo che i detti Operai, che oltre ai meriti di Luca furono a ciò fare persuasi da Messer Vieri de’ Medici, allora gran cittadino popolare, il quale molto amava Luca, gli diedero a fare l’anno 1405 l’ornamento di marmo dell’organo che grandissimo faceva allora far l’Opera, per metterlo sopra la porta della sagrestia di detto tempio. Della quale opera fece Luca nel basamento in alcune storie, i cori della musica che in varii modi cantano; e vi mise tanto studio e così bene gli riuscì quel lavoro, che, ancora che sia alto da terra sedici braccia, si scorge il gonfiare delle gole di chi canta, il battere delle mani da chi regge la musica in sulle spalle de’ minori, et insomma diverse maniere di suoni, canti, balli et altre azzioni piacevoli che porge il diletto della musica. Sopra il cornicione poi di questo ornamento, fece Luca due figure di metallo dorate, cioè due Angeli nudi, condotti molto pulitamente, sì come è tutta l’opera, che fu tenuta cosa rara; se bene Donatello, che poi fece l’ornamento dell’altro organo che è dirimpetto a questo, fece il suo con molto più giudizio e pratica che non aveva fatto Luca, come si dirà al luogo suo, per avere egli quell’opera condotta quasi tutta in bozze e non finita pulitamente, acciò che apparisse di lontano assai meglio, come fa, che quella di Luca, la quale, se bene è fatta con buon disegno e diligenza, ella fa nondimeno con la sua pulitezza e finimento, che l’occhio per la lontananza la perde e non la scorge bene come si fa quella di Donato, quasi solamente abbozzata. Alla quale cosa deono molto avere avvertenza gl’artefici perciò che la sperienza fa conoscere che tutte le cose che vanno lontane, o siano pitture o siano sculture o qualsivoglia altra somigliante cosa, hanno più fierezza e maggior forza se sono una bella bozza che se sono finite; et oltre che la lontananza fa questo effetto, pare anco che nelle bozze molte volte, nascendo in un subito dal furore dell’arte, si sprima il suo concetto in pochi colpi, e che per contrario lo stento e la troppa diligenza alcuna fiata toglia la forza et il sapere a coloro che non sanno mai levare le mani dall’opera che fanno. E chi sa che l’arti del disegno, per non dir la pittura solamente, sono alla poesia simili, sa ancora che come le poesie dettate dal furore poetico sono le vere e le buone e migliori che le stentate, così l’opere degli uomini eccellenti nell’arti del disegno sono migliori quando sono fatte a un tratto dalla forza di quel furore, che quando si vanno ghiribizzando a poco a poco con istento e con fatica; e chi ha da principio, come si dee avere, nella idea quello che vuol fare, camina sempre risoluto alla perfezzione con molta agevolezza. Tuttavia, perché gl’ingegni non sono tutti d’una stampa, sono alcuni ancora, ma rari, che non fanno bene se non adagio, e per tacere de’ pittori, fra i poeti si dice che il reverendissimo e dottissimo Bembo penò tallora a fare un sonetto molti mesi e forse anni, se a coloro si può creder che l’affermano; il che non è gran fatto che avvenga alcuna volta ad alcuni uomini delle nostre arti; ma per lo più è la regola in contrario, come si è detto di sopra; come che il volgo migliore giudichi una certa delicatezza esteriore et apparente, che poi manca nelle cose essenziali, ricoperte dalla diligenza che il buono fatto con ragione e giudizio, ma non così di fuori ripulito e lisciato. Ma per tornare a Luca, finita la detta opera che piacque molto, gli fu allogata la porta di bronzo della detta sagrestia, nella quale scompartì in dieci quadri, cioè in cinque per parte, con fare in ogni quadratura delle cantonate, nell’ornamento, una testa d’uomo; et in ciascuna testa variò, facendovi giovani, vecchi, di mezza età, e chi con la barba e chi raso, et insomma in diversi modi tutti belli in quel genere, onde il telaio di quell’opera ne restò ornatissimo. Nelle storie poi de’ quadri fece, per cominciarmi di sopra, la Madonna col Figliuolo in braccio con bellissima grazia, e nell’altro Iesù Cristo che esce del sepolcro; di sotto a questi, in ciascuno dei primi quattro quadri, è una figura, cioè un Evangelista, e sotto questi i quattro Dottori della Chiesa, che in varie attitudini scrivono. E tutto questo lavoro è tanto pulito e netto, che è una maraviglia, e fa conoscere che molto giovò a Luca essere stato orefice. Ma perché, fatto egli conto dopo queste opere di quanto gli fusse venuto nelle mani e del tempo che in farle aveva speso, conobbe che pochissimo aveva avanzato e che la fatica era stata grandissima, si risolvette di lasciare il marmo et il bronzo e vedere se maggior frutto potesse altronde cavare. Per che, considerando che la terra si lavorava agevolmente con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che in quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; per che, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato addosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace a posta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne. Del quale modo di fare, come quello che ne fu inventore, riportò lode grandissima e gliene averanno obligo tutti i secoli che verranno. Essendogli dunque riuscito in ciò tutto quello che disiderava, volle che le prime opere fussero quelle che sono nell’arco che è sopra la porta di bronzo, che egli sotto l’organo di S. Maria del Fiore aveva fatta per la sagrestia; nelle quali fece una Resurrezzione di Cristo tanto bella in quel tempo che, posta su, fu come cosa veramente rara ammirata. Da che mossi i detti Operai, vollono che l’arco della porta dell’altra sagrestia, dove aveva fatto Donatello l’ornamento di quell’altro organo, fusse nella medesima maniera da Luca ripieno di simili figure et opere di terra cotta; onde Luca vi fece un Gesù Cristo che ascende in cielo, molto bello. Ora, non bastando a Luca questa bella invenzione tanto vaga e tanto utile, e massimamente per i luoghi dove sono acque e dove per l’umido o altre cagioni non hanno luogo le pitture, andò pensando più oltre, e, dove faceva le dette opere di terra semplicemente bianche, vi aggiunse il modo di dare loro il colore, con maraviglia e piacere incredibile d’ognuno; onde il Magnifico Piero di Cosimo de’ Medici, fra i primi che facessero lavorar a Luca cose di terra colorite, gli fece fare tutta la volta in mezzo tondo d’uno scrittoio, nel palazzo edificato, come si dirà, da Cosimo suo padre, con varie fantasie, et il pavimento similmente, che fu cosa singolare e molto utile per la state. Et è certo una maraviglia, che essendo la cosa allora molto difficile e bisognando avere molti avvertimenti nel cuocere la terra, che Luca conducesse questi lavori a tanta perfezzione, che così la volta come il pavimento paiono, non di molti, ma d’un pezzo solo. La fama delle quali opere spargendosi non pure per Italia, ma per tutta l’Europa, erano tanti coloro che ne volevano, che i mercatanti fiorentini, facendo continuamente lavorare a Luca con suo molto utile, ne mandavano per tutto il mondo. E perché egli solo non poteva al tutto suplire, levò dallo scarpello Ottaviano et Agostino suoi fratelli e gli mise a fare di questi lavori, nei quali egli insieme con esso loro guadagnavano molto più, che insino allora con lo scarpello fatto non avevano; perciò che, oltre all’opere che di loro furono in Francia et in Ispagna mandate, lavorarono ancora molte cose in Toscana, e particularmente al detto Piero de’ Medici, nella chiesa di S. Miniato a Monte, la volta della capella di marmo che posa sopra quattro colonne nel mezzo della chiesa, facendovi un partimento d’ottangoli bellissimo. Ma il più notabile lavoro che in questo genere uscisse delle mani loro, fu, nella medesima chiesa, la volta della capella di S. Iacopo, dove è sotterrato il cardinale di Portogallo, nella quale, se bene è senza spigoli, fecero in quattro tondi ne’ cantoni i quattro Evangelisti, e nel mezzo della volta in un tondo lo Spirito Santo, rimpiendo il resto de’ vani a scaglie che girano secondo la volta e diminuiscono a poco a poco insino al centro, di maniera che non si può in quel genere veder meglio, né cosa murata e commessa con più diligenza di questa. Nella chiesa poi di S. Piero Buon Consiglio sotto Mercato Vecchio, fece in un archetto sopra la porta la Nostra Donna con alcuni Angeli intorno molto vivaci, e sopra una porta d’una chiesina vicina a S. Pier Maggiore, in un mezzo tondo, un’altra Madonna et alcuni Angeli che sono tenuti bellissimi. E nel capitolo similmente di S. Croce, fatto dalla famiglia de’ Pazzi e d’ordine di Pippo di ser Brunellesco, fece tutti gl’invetriati di figure che dentro e fuori vi si veggiono. Et in Ispagna si dice che mandò Luca al Re alcune figure di tondo rilievo molto belle insieme con alcuni lavori di marmo. Per Napoli ancora fece, in Fiorenza, la sepoltura di marmo all’Infante fratello del Duca di Calavria, con molti ornamenti d’invetriati, aiutato da Agostino suo fratello. Dopo le quali cose, cercò Luca di trovare il modo di dipignere le figure e le storie in sul piano di terra cotta, per dar vita alle pitture, e ne fece sperimento in un tondo, che è sopra il tabernacolo de’ quattro Santi intorno a Or San Michele, nel piano del quale fece in cinque luoghi gl’istrumenti et insegne dell’arti de’ fabricanti, con ornamenti bellissimi. E due altri tondi fece nel medesimo luogo di rilievo, in uno per l’Arte degli Speziali una Nostra Donna e nell’altro, per la Mercatanzia, un giglio sopra una balla, che ha intorno un festone di frutti e foglie di varie sorti, tanto ben fatte che paiono naturali e non di terra cotta dipinta. Fece ancora, per Messer Benozzo Federighi, vescovo di Fiesole, nella chiesa di S. Brancazio, una sepoltura di marmo, e sopra quella esso Federigo a giacere ritratto di naturale e tre altre mezze figure; e nell’ornamento de’ pilastri di quell’opera dipinse nel piano certi festoni a mazzi di frutti e foglie sì vive e naturali che col pennello in tavola non si farebbe altrimenti a olio; et invero questa opera è maravigliosa e rarissima avendo in essa Luca fatto i lumi e l’ombre tanto bene, che non pare quasi che a fuoco ciò sia possibile. E se questo artefice fusse vivuto più lungamente che non fece, si sarebbono anco vedute maggior cose uscire delle sue mani; perché, poco prima che morisse, aveva cominciato a fare storie e figure dipinte in piano, delle quali vidi già io alcuni pezzi in casa sua, che mi fanno credere che ciò gli sarebbe agevolmente riuscito, se la morte, che quasi sempre rapisce i migliori quando sono per fare qualche giovamento al mondo, non l’avesse levato, prima che bisogno non era, di vita. Rimase, dopo Luca, Ottaviano et Agostino suoi fratelli e d’Agostino nacque un altro Luca, che fu ne’ suoi tempi litteratissimo. Agostino dunque, seguitando dopo Luca l’arte, fece in Perugia l’anno 1461 la facciata di S. Bernardino e dentrovi tre storie di basso rilievo e quattro figure tonde molto ben condotte e con delicata maniera. Et in questa opera pose il suo nome con queste parole: Augustini florentini lapicidae. Della medesima famiglia, Andrea nipote di Luca lavorò di marmo benissimo, come si vede nella capella di S. Maria delle Grazie fuor d’Arezzo, dove per la comunità fece in un grande ornamento di marmo molte figurette e tonde e di mezzo rilievo, in un ornamento, dico, a una Vergine di mano di Parri di Spinello Aretino. Il medesimo fece di terra cotta, in quella città, la tavola della capella di Puccio di Magio in S. Francesco, e quella della Circoncisione per la famiglia de’ Bacci. Similmente in S. Maria in Grado è di sua mano una tavola bellissima con molte figure, e nella compagnia della Trinità, all’altar maggiore, è di sua mano, in una tavola, un Dio Padre che sostiene con le braccia Cristo crucifisso circondato da una moltitudine d’angeli, e da basso San Donato e S. Bernardo ginocchioni. Similmente nella chiesa et in altri luoghi del Sasso della Vernia fece molte tavole che si sono mantenute in quel luogo deserto, dove niuna pittura, né anche pochissimi anni si sarebbe conservata. Lo stesso Andrea lavorò in Fiorenza tutte le figure che sono nella loggia dello spedale di S. Paulo, di terra invetriata, che sono assai buone, e similmente i putti, che fasciati e nudi sono fra un arco e l’altro ne’ tondi della loggia dello spedale degl’Innocenti, i quali tutti sono veramente mirabili e mostrano la gran virtù et arte d’Andrea; senza molte altre, anzi infinite, opere che fece nello spazio della sua vita, che gli durò anni ottantaquattro. Morì Andrea l’anno 1528 et io, essendo ancor fanciullo, parlando con esso lui gli udii dire, anzi gloriarsi, d’essersi trovato a portar Donato alla sepoltura; e mi ricorda che quel buon vecchio di ciò ragionando n’aveva vanagloria. Ma per tornare a Luca, egli fu con gl’altri suoi sepellito in San Pier Maggiore, nella sepoltura di casa loro; e dopo lui nella medesima fu riposto Andrea, il qual lasciò due figliuoli frati in San Marco stati vestiti dal reverendo fra’ Girolamo Savonarola, del quale furono sempre que’ della Robbia molto divoti, e lo ritrassero in quella maniera che ancora oggi si vede nelle medaglie. Il medesimo, oltre i detti due frati, ebbe tre altri figliuoli: Giovanni, che attese all’arte e che ebbe tre figliuoli, Marco, Lucantonio e Simone che morirno di peste l’anno 1527 essendo in buona espettazione; e Luca e Girolamo, che attesono alla scultura; de’ quali due, Luca fu molto diligente negl’invetriati e fece di sua mano, oltre a molte altre opere, i pavimenti delle logge papali, che fece fare in Roma, con ordine di Raffaello da Urbino, papa Leone Decimo, e quelli ancora di molte camere dove fece l’imprese di quel Pontefice; Girolamo, che era il minore di tutti, attese a lavorare di marmo e di terra e di bronzo, e già era per la concorrenza di Iacopo Sansovino, Baccio Bandinelli et altri maestri de’ suoi tempi, fattosi valente uomo, quando da alcuni mercatanti fiorentini fu condotto in Francia, dove fece molte opere per lo re Francesco a Madrì, luogo non molto lontano da Parigi, e particolarmente un palazzo con molte figure et altri ornamenti, d’una pietra che è come fra noi il gesso di Volterra, ma di miglior natura perché è tenera quando si lavora e poi col tempo diventa dura. Lavorò ancora di terra molte cose in Orliens e per tutto quel regno fece opere, acquistandosi fama e bonissime facultà. Dopo queste cose, intendendo che in Fiorenza non era rimaso se non Luca suo fratello, trovandosi ricco e solo al servigio del re Francesco, condusse ancor lui in quelle parti, per lasciarlo in credito e buono aviamento; ma il fatto non andò così, perché Luca in poco tempo vi si morì, e Girolamo di nuovo si trovò solo e senza nessuno de’ suoi; per che, risolutosi di tornare a godersi nella patria le ricchezze che si aveva con fatica e sudore guadagnate, et anco lasciare in quella qualche memoria, si acconciava a vivere in Fiorenza l’anno 1553, quando fu quasi forzato mutar pensiero; perché, vedendo il Duca Cosimo, dal quale sperava dovere essere con onor adoperato, occupato nella guerra di Siena, se ne tornò a morire in Francia. E la sua casa non solo rimase chiusa e la famiglia spenta, ma restò l’arte priva del vero modo di lavorare gl’invetriati, perciò che, se bene dopo loro si è qualcuno esercitato in quella sorte di scultura, non è però niuno già mai a gran pezza arivato all’eccellenza di Luca vecchio, d’Andrea e degl’altri di quella famiglia. Onde, se io mi sono disteso in questa materia forse più che non pareva che bisognasse, scusimi ognuno, poiché l’avere trovato Luca queste nuove sculture, le quali non ebbero, che si sappia, gl’antichi Romani, richiedeva che, come ho fatto, se ne ragionasse allungo. E se, dopo la vita di Luca vecchio, ho succintamente detto alcune cose de’ suoi descendenti che sono stati insino a’ giorni nostri, ho così fatto per non avere altra volta a rientrare in questa materia. Luca dunque, passando da un lavoro ad un altro, e dal marmo al bronzo e dal bronzo alla terra, ciò fece non per infingardagine, né per essere, come molti sono, fantastico, instabile e non contento dell’arte sua, ma perché si sentiva dalla natura tirato a cose nuove, e dal bisogno a uno essercizio secondo il gusto suo e di manco fatica e più guadagno. Onde ne venne arricchito il mondo e l’arti del disegno d’un’arte nuova, utile e bellissima, et egli di gloria e lode immortale e perpetua. Ebbe Luca bonissimo disegno e grazioso, come si può vedere in alcune carte del nostro libro, lumeggiate di biacca; in una delle quali è il suo ritratto fatto da lui stesso, con molta diligenza, guardandosi in una spera.

IL FINE DELLA VITA DI LUCA DELLA ROBBIA SCULTORE