Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Iacopo di Casentino

Iacopo di Casentino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Antonio Viniziano Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Spinello Aretino IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Antonio Viniziano Spinello Aretino

VITA DI IACOPO DI CASENTINO PITTORE

Essendosi già molti anni udita la fama et il rumore delle pitture di Giotto e de’ discepoli suoi, molti, desiderosi d’acquistar fama e ricchezze mediante l’arte della pittura, cominciarono, inanimiti dalla speranza dello studio e dalla inclinazione della natura, a caminar verso il miglioramento dell’arte, con ferma credenza, esercitandosi, di dovere avanzare in eccellenza e Giotto e Taddeo e gl’altri pittori. Fra questi fu uno, Iacopo di Casentino, il quale, essendo nato, come si legge, della famiglia di Messer Cristoforo Landino da Pratovecchio, fu da un frate di Casentino, allora Guardiano al Sasso della Vernia, acconcio con Taddeo Gaddi, mentre egli in quel convento lavorava, perché imparasse il disegno e colorito dell’arte. La qual cosa in pochi anni gli riuscì in modo che, condottosi in Fiorenza in compagnia di Giovanni da Milano ai servigii di Taddeo loro maestro, molte cose lavorando, e gli fu fatto dipignere il tabernacolo della Madonna di Mercato Vecchio con la tavola a tempera, e similmente quello sul canto della piazza di S. Niccolò della via del Cocomero, che pochi anni sono l’uno e l’altro fu rifatto da peggior maestro che Iacopo non era. Et ai Tintori quello che è a S. Nofri sul canto delle mura dell’orto loro, dirimpetto a S. Giuseppo. In questo mentre, essendosi condotte a fine le volte d’Or S. Michele sopra i dodici pilastri, e sopra esse posto un tetto basso alla salvatica, per seguitare quando si potesse la fabrica di quel palazzo che aveva a essere il granaio del Comune, fu dato a Iacopo di Casentino, come a persona allora molto pratica, a dipignere quelle volte con ordine che egli vi facesse, come vi fece, con i Patriarchi alcuni Profeti et i primi delle tribù, che furono in tutto sedici figure in campo azzurro d’oltramarino, oggi mezzo guasto, senza gl’altri ornamenti. Fece poi nelle facce di sotto e nei pilastri molti miracoli della Madonna et altre cose che si conoscono alla maniera. Finito questo lavoro, tornò Iacopo in Casentino, dove, poi che in Pratovecchio, in Poppi et altri luoghi di quella valle ebbe fatto molte opere, si condusse in Arezzo, che allora si governava da se medesima, col consiglio di sessanta cittadini de’ più ricchi e più onorati, alla cura de’ quali era commesso tutto il reggimento; dove, nella capella principale del Vescovado, dipinse una storia di S. Martino, e nel Duomo vecchio, oggi rovinato, pitture assai, fra le quali era il ritratto di Papa Innocenzo Sesto, nella capella maggiore. Nella chiesa poi di S. Bartolomeo, per lo capitolo de’ canonici della Pieve, fece la facciata dov’è l’altar maggiore e la capella di S. Maria della Neve. E nella Compagnia vecchia di S. Giovanni de’ Peducci fece molte storie di quel Santo, che oggi sono coperte di bianco. Lavorò similmente nella chiesa di S. Domenico la capella di S. Cristofano, ritraendovi di naturale il beato Masuolo che libera dalle carcere un mercante de’ Fei che fece far quella capella; il quale beato ne’ suoi tempi, come profeta, predisse molte disaventure agl’Aretini. Nella chiesa di S. Agostino fece a fresco nella capella e all’altar de’ Nardi, storie di S. Lorenzo con maniera e pratica maravigliosa. E perché si esercitava anche nelle cose d’architettura, per ordine dei sessanta sopradetti cittadini ricondusse sotto le mura d’Arezzo l’acqua che viene dalle radici del Poggio di Pori, vicino alla città braccia 300; la quale acqua al tempo de’ Romani era stata prima condotta al teatro, di che ancora vi sono le vestigie, e da quello, che era in sul monte dove oggi è la fortezza, a l’amfiteatro della medesima città, nel piano; i quali edifizii e condotti furono rovinati e guasti del tutto dai Gotti. Avendo dunque, come s’è detto, fatta venire Iacopo quest’acqua sotto le mura, fece la fonte che all’ora fu chiamata fonte Guizianelli, e che ora è detta, essendo il vocabolo corrotto, fonte Viniziana; la quale da quel tempo, che fu l’anno 1354, durò insino all’anno 1527, e non più; perciò che la peste di quell’anno, la guerra che fu poi, l’averla molti a’ suoi commodi tirata per uso d’orti e molto più il non averla Iacopo condotta dentro, sono state cagione ch’ella non è oggi, come doverebbe essere, in piedi. Mentre che l’acqua si andava conducendo non lasciando Iacopo il dipignere, fece nel palazzo che era nella cittadella vecchia, rovinato a’ dì nostri, molte storie de’ fatti del Vescovo Guido e di Piero Sacconi, i quali uomini in pace et in guerra avevano grandi et onorate cose fatto per quella città. Similmente lavorò nella Pieve, sotto l’organo, la storia di S. Matteo e molte altre opere assai. E così, facendo per tutta la città opere di sua mano, mostrò a Spinello Aretino i principii di quell’arte che a lui fu insegnata da Agnolo e che Spinello insegnò poi a Bernardo Daddi, che nella città sua lavorando l’onorò di molte bell’opere di pittura, le quali, aggiunte all’altre sue ottime qualità, furono cagione che egli fu molto onorato da’ suoi cittadini, che molto l’adoperarono nei magistrati et altri negozii publici. Furono le pitture di Bernardo molte et in molta stima, e prima in S. Croce la capella di S. Lorenzo e di S. Stefano de’ Pulci e Berardi e molte altre pitture in diversi luoghi di detta chiesa. Finalmente, avendo sopra le porte della città di Fiorenza dalla parte di dentro fatto alcune pitture, carico d’anni si morì et in S. Felicita ebbe onorato sepolcro l’anno 1380. Ma tornando a Iacopo, oltre alle cose dette, al tempo suo ebbe principio, l’anno 1350, la Compagnia e Fraternita de’ pittori; perché i maestri che allora vivevano, così della vecchia maniera greca come della nuova di Cimabue, ritrovandosi in gran numero e considerando che l’arti del disegno avevano in Toscana, anzi, in Fiorenza propria avuto il loro rinascimento, crearono la detta Compagnia sotto il nome e protezzione di S. Luca Evangelista, sì per rendere nell’oratorio di quella lode e grazie a Dio, e sì anco per trovarsi alcuna volta insieme e sovenire così nelle cose dell’anima come del corpo a chi, secondo i tempi, n’avesse di bisogno. La qual cosa è anco per molte arti in uso a Firenze, ma era molto più anticamente. Fu il primo loro oratorio la capella maggiore dello spedale di S. Maria Nuova, il quale fu loro concesso dalla famiglia de’ Portinari. E quelli che primi con titolo di Capitani governarono la detta Compagnia, furono sei, et in oltre due consiglieri e due camarlinghi; come nel vecchio libro di detta Compagnia, cominciato allora, si può vedere. Il primo capitolo del quale comincia così: "Questi capitoli et ordinamenti furono trovati e fatti da’ buoni e discreti uomini dell’Arte de’ Dipintori di Firenze et al tempo di Lapo Gucci dipintore, Vanni Cinuzzi dipintore, Corsino Buonaiuti dipintore, Pasquino Cenni dipintore, Segnia d’Antignano dipintore. Consiglieri furono Bernardo Daddi e Iacopo di Casentino, dipintori; e camarlinghi Consiglio Gherardi e Domenico Pucci, dipintori". Creata la detta compagnia in questo modo, di consenso de’ capitani e degl’altri fece Iacopo di Casentino la tavola della loro capella, facendo in essa un S. Luca che ritrae la Nostra Donna in un quadro e nella predella da un lato gl’uomini della Compagnia e dall’altro tutte le donne ginocchioni. Da questo principio, quando raunandosi e quando no, ha continuato questa Compagnia insino a che ella si è ridotta al termine che ell’è oggi, come si narra ne’ nuovi capitoli di quella approvati dall’illustrissimo signor duca Cosimo, protettore benignissimo di queste arti del disegno. Finalmente Iacopo, essendo grave d’anni e molto affaticato, se ne tornò in Casentino e si morì in Pratovecchio d’anni ottanta, e fu sotterrato da’ parenti e dagl’amici in S. Agnolo, Badia fuor di Pratovecchio dell’Ordine di Camaldoli. Il suo ritratto era nel Duomo vecchio di mano di Spinello in una storia de’ Magi. E della maniera del suo disegnare n’è saggio nel nostro libro.

FINE DELLA VITA DI IACOPO DI CASENTINO