Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Buonamico Buffalmacco

Buonamico Buffalmacco

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Andrea Pisano Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Ambruogio Lorenzetti IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Andrea Pisano Ambruogio Lorenzetti

VITA DI BUONAMICO BUFFALMACCO PITTOR FIORENTINO

Buonamico di Cristofano detto Buffalmacco pittore fiorentino, il qual fu discepolo d’Andrea Tafi, e come uomo burlevole celebrato da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, fu come si sa carissimo compagno di Bruno e di Calandrino pittori ancor essi faceti e piacevoli, e, come si può vedere nell’opere sue sparse per tutta Toscana, di assai buon giudizio nell’arte sua del dipignere. Racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle - per cominciarmi dalle cose che costui fece essendo ancor giovinetto -, che stando Buffalmacco, mentre era garzone, con Andrea, che aveva per costume il detto suo maestro, quando erano le notti grandi, levarsi inanzi giorno a lavorare e chiamare i garzoni alla vegghia; la qual cosa rincrescendo a Buonamico, che era fatto levar in sul buon del dormire, andò pensando di trovar modo che Andrea si rimanesse di levarsi tanto inanzi giorno a lavorare, e gli venne fatto; per che avendo trovato in una vòlta male spazzata trenta gran scarafaggi o vero piattole, con certe agora sottili e corte appiccò a ciascuno di detti scarafaggi una candeluzza in sul dosso, e venuta l’ora che soleva Andrea levarsi, per una fessura dell’uscio gli mise tutti a uno a uno, avendo accese le candele, in camera d’Andrea, il quale svegliatosi, essendo a punto l’ora che soleva chiamare Buffalmacco, e veduto que’ lumicini, tutto pien di paura cominciò a tremare, e come vecchio che era tutto pauroso a raccomandarsi pianamente a Dio e dir sue orazioni e salmi; e finalmente messo il capo sotto i panni, non chiamò per quella notte altrimenti Buffalmacco, ma si stette a quel modo sempre tremando di paura insino a giorno. La mattina poi levatosi, dimandò a Buonamico se aveva veduto come aveva fatto egli, più di mille demonii; a cui disse Buonamico di no, perché aveva tenuto gl’occhi serrati, e si maravigliava non essere stato chiamato a vegghia. "Come a vegghia?" disse Tafo. "Io ho avuto altro pensiero che dipignere, e son risoluto per ogni modo d’andare a stare in un’altra casa". La notte seguente, se bene ne mise Buonamico tre soli nella detta camera di Tafo, egli nondimeno, tra per la paura della notte passata, e que’ pochi diavoli che vide, non dormì punto: anzi non fu sì tosto giorno che uscì di casa per non tornarvi mai più; e vi bisognò del buono a fargli mutar openione. Pure, menando a lui Buonamico il prete della parocchia, il meglio che puoté lo raconsolò. Poi discorrendo Tafo e Buonamico sopra il caso, disse Buonamico: "Io ho sempre sentito dire che i maggiori nimici di Dio sono i demonî, e per conseguenza che deono anco esser capitalissimi aversarii de’ dipintori, perché oltre che noi gli facciamo sempre bruttissimi, quello che è peggio, non attendiamo mai ad altro, che a far Santi e Sante per le mura e per le tavole, et a far perciò con dispetto de’ demonî gl’uomini più divoti o migliori: per lo che tenendo essi demonii di ciò sdegno con esso noi, come quelli che maggior possanza hanno la notte che il giorno, ci vanno facendo di questi giuochi, e peggio faranno se questa usanza di levarsi a vegghia non si lascia del tutto". Con questo et altre molte parole seppe così bene acconciar la bisogna Buffalmacco, facendogli buono ciò che diceva messer lo prete, che Tafo si rimase di levarsi a vegghia e i diavoli d’andar la notte per casa co’ lumicini. Ma ricominciando Tafo, tirato dal guadagno, non molti mesi dopo, e quasi scordatosi ogni paura, a levarsi di nuovo a lavorare la notte e chiamare Buffalmacco, ricominciarono anco i scarafaggi a andar a torno; onde fu forza che per paura se ne rimanesse interamente, essendo a ciò massimamente consigliato dal prete. Dopo divolgatasi questa cosa per la città, fu cagione che per un pezzo, né Tafo né altri pittori costumarono di levarsi a lavorare la notte. Essendo poi, indi a non molto, divenuto Buffalmacco assai buon maestro, si partì, come racconta il medesimo Franco, da Tafo, e cominciò a lavorare da sé, non gli mancando mai che fare. Ora, avendo egli tolto una casa per lavorarvi et abitarvi, che aveva allato un lavorante di lana assai agiato, il quale essendo un nuovo ucello, era chiamato Capodoca, la moglie di costui ogni notte si levava a matutino, quando appunto avendo insino allora lavorato, andava Buffalmacco a riposarsi; e postasi a un suo filatoio, il quale aveva per mala ventura piantato dirimpetto al letto di Buffalmacco, attendeva tutta notte a filar lo stame. Per che non potendo Buonamico dormire né poco né assai, cominciò a andar pensando come potesse a questa noia rimediare. Né passò molto, che s’avide che dopo un muro di mattoni sopra mattoni, il quale divideva fra sé e Capodoca, era il focolare della mala vicina, e che per un rotto si vedeva ciò che ella intorno al fuoco faceva: per che pensata una nuova malizia, forò, con un succhio lungo, una canna, et apostato che la donna di Capodoca non fusse al fuoco, con essa per lo già detto rotto del muro mise una et un’altra volta quanto sale egli volle nella pentola della vicina: onde tornando Capodoca o a desinare o a cena, il più delle volte non poteva né mangiar, né assaggiar né minestra né carne, in modo era ogni cosa per lo troppo sale amara. Per una o due volte ebbe pacienza, e solamente ne fece un poco di rumore; ma poi che vide che le parole non bastavano, diede per ciò più volte delle busse alla povera donna che si disperava, parendole pur essere più che avvertita nel salar il cotto. Costei una volta fra l’altre che il marito per ciò la batteva, cominciò a volersi scusare; per che venuta a Capodoca maggior collera, di modo si mise di nuovo a percuoterla, che gridando ella a più potere, corse tutto il vicinato a rumore; e fra gli altri vi trasse Buffalmacco, il quale udito quello di che accusava Capodoca la moglie, et in che modo ella si scusava, disse a Capodoca: "Gnaffe, sozio, egli si vuole aver discrezione; tu ti duoli che il cotto mattina e sera è troppo salato, et io mi maraviglio che questa tua buona donna faccia cosa che bene stia. Io per me non so come il giorno ella si sostenga in piedi, considerando che tutta la notte vegghia intorno a questo suo filatoio e non dorme, ch’io creda, un’ora. Fa ch’ella si rimanga di questo suo levarsi a mezza notte, e vedrai che avendo il suo bisogno di dormire, ella starà il giorno in cervello e non incorrerà in così fatti errori". Poi rivoltosi agli altri vicini, sì bene fece parer loro la cosa grande, che tutti dissero a Capodoca che Buonamico diceva il vero, e così si voleva fare come egli avisava. Onde egli credendo che così fusse, le comandò che non si levasse a vegghia; et il cotto fu poi ragionevolmente salato, se non quando per caso la donna alcuna volta si levava; perché allora Buffalmacco tornava al suo rimedio, il quale finalmente fu causa che Capodoca ne la fece rimanere del tutto. Buffalmacco, dunque, fra le prime opere che fece, lavorò in Firenze nel monasterio delle donne di Faenza che era dov’è oggi la Cittadella del Prato, tutta la chiesa di sua mano; e fra l’altre storie che vi fece della vita di Cristo, nelle quali tutte si portò molto bene, vi fece l’occisione che fece fare Erode de’ putti innocenti, nella quale espresse molto vivamente gl’affetti così degl’uccisori come dell’altre figure; perciò che in alcune balie e madri che strappando i fanciulli di mano agl’uccisori, si aiutano quanto possono il più, colle mani, coi graffi, coi morsi e con tutti i movimenti del corpo, si mostra nel di fuori l’animo non meno pieno di rabbia e furore che di doglia. Della quale opera, essendo oggi quel monasterio rovinato, non si può altro vedere che una carta tinta nel nostro libro de’ disegni diversi, dove è questa storia di mano propria di esso Buonamico disegnata. Nel fare questa opera alle già dette donne di Faenza, perché era Buffalmacco una persona molto stratta et a caso così nel vestire come nel vivere, avvenne, non portando egli così sempre il capuccio et il mantello come in que’ tempi si costumava, che guardandolo alcuna volta le monache per la turata che egli avea fatto fare, cominciarono a dire col castaldo che non piaceva loro vederlo a quel modo in farsetto; pur racchetate da lui, se ne stettono un pezzo senza dire altro. Alla perfine vedendolo pur sempre in quel medesimo modo, e dubitando che non fosse qualche garzonaccio da pestar colori, gli feciono dire dalla badessa che averebbono voluto vedere lavorar il maestro, e non sempre colui. A che rispose Buonamico, come piacevole che era, che tosto che il maestro vi fusse, lo farebbe loro intendere, accorgendosi nondimeno della poca confidenza che avevano in lui. Preso dunque un desco e messovene sopra un altro, mise in cima una brocca overo mezzina da acqua, e nella bocca di quella pose un capuccio in sul manico, e poi il resto della mezzina coperse con un mantello alla civile, affibbiandolo bene intorno ai deschi; e posto poi nel beccuccio, donde l’acqua si trae, acconciamente un pennello, si partì. Le monache tornando a veder il lavoro per uno aperto dove avea cansato la tela, videro il posticcio maestro in pontificale; onde credendo che lavorasse a più potere, e fusse per fare altro lavoro che quel garzonaccio a cattafascio non faceva, se ne stettono più giorni senza pensar ad altro. Finalmente essendo elleno venute in disiderio di veder che bella cosa avesse fatto il maestro, passati quindici giorni, nel quale spazio di tempo Buonamico non vi era mai capitato, una notte pensando che il maestro non vi fusse, andarono a veder le sue pitture, e rimasero tutte confuse e rosse, nello scoprir una più ardita dell’altre il solenne maestro, che in quindici dì non aveva punto lavorato. Poi conoscendo che egli aveva loro fatto quello che meritavano, e che l’opere che egli aveva fatte non erano se non lodevoli, fecer richiamar dal castaldo Buonamico; il qual con grandissime risa e piacere si ricondusse al lavoro, dando loro a cognoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche, e che non sempre ai vestimenti si deono l’opere degli uomini giudicare. Ora, quivi in pochi giorni finì una storia, di che si contentarono molto, parendo loro in tutte le parti da contentarsene, eccetto che le figure nelle carnagioni parevano loro anzi smorticce e pallide, che no. Buonamico sentendo ciò, e avendo inteso che la badessa avea una vernaccia la miglior di Firenze, la quale per lo sagrifizio della messa serbava, disse loro che a volere a cotal difetto rimediare, non si poteva altro fare che stemperare i colori con vernaccia che fusse buona; per che toccando con essi così stemperati le gote e l’altre carni delle figure, elle diverrebbono rosse e molto vivamente colorite. Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennono sempre poi fornito di ottima vernaccia mentre durò il lavoro; et egli godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarii le figure più fresche e colorite. Finita questa opera, dipinse nella Badia di Settimo alcune storie di S. Iacopo nella cappella che è nel chiostro a quel Santo dedicata, nella vòlta della quale fece i quattro Patriarchi e i quattro Evangelisti, fra i quali è notabile l’atto che fa S. Luca nel soffiare molto naturalmente nella penna, perché renda l’inchiostro. Nelle storie poi delle facciate, che sono cinque, si vede nelle figure belle attitudini, et ogni cosa condotta con invenzione e giudizio. E perché usava Buonamico, per fare l’incarnato più facile, di campeggiare, come si vede in quest’opera, per tutto di pavonazzo di sale, il quale fa col tempo una salsedine che si mangia e consuma il bianco e gl’altri colori, non è maraviglia se quest’opera è guasta e consumata laddove molte altre che furono fatte molto prima, si sono benissimo conservate. Et io, che già pensava che a queste pitture avesse fatto nocumento l’umido, ho poi provato per esperienza, considerando altre opere del medesimo, che non dall’umido, ma da questa particolare usanza di Buffalmacco è avenuto che sono in modo guaste, che non si vede né disegno né altro; e dove erano le carnagioni, non è altro rimaso che il paonazzo. Il qual modo di fare non dee usarsi da chi ama che le pitture sue abbiano lunga vita. Lavorò Buonamico, dopo quello che si è detto di sopra, due tavole a tempera ai monaci della Certosa di Firenze, delle quali l’una è dove stanno per il coro i libri da cantare, e l’altra di sotto nelle cappelle vecchie. Dipinse in fresco nella Badia di Firenze la capella de’ Giochi e Bastari allato alla cappella maggiore, la quale cappella ancor che poi fusse conceduta alla famiglia de’ Boscoli, ritiene le dette pitture di Buffalmacco insino a oggi: nelle quali fece la Passione di Cristo con affetti ingegnosi e belli, mostrando in Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, umiltà e mansuetudine grandissima, e ne’ Giudei, quando lo menano ad Erode, fierezza e crudeltà. Ma particolarmente mostrò ingegno e facilità in un Pilato che vi dipinse in prigione, et in Giuda apiccato a un albero; onde si può agevolmente credere quello che di questo piacevole pittore si racconta, cioè che quando voleva usar diligenza e affaticarsi, il che di rado avveniva, egli non era inferiore a niun altro dipintore de’ suoi tempi. E che ciò sia vero, l’opere che fece in Ognisanti a fresco dove è oggi il cimitero, furono con tanta diligenza lavorate e con tanti avvertimenti, che l’acqua che è piovuta loro sopra tanti anni non le ha potuto guastare, né fare sì che non si conosca la bontà loro, e che si sono mantenute benissimo per essere state lavorate puramente sopra la calcina fresca. Nelle facce dunque sono la natività di Gesù Cristo e l’adorazione de’ Magi, cioè sopra la sepoltura degl’Aliotti. Dopo quest’opera andato Buonamico a Bologna, lavorò a fresco in S. Petronio nella cappella de’ Bolognini, cioè nelle vòlte alcune storie, ma da non so che accidente sopravenuto non le finì. Dicesi che l’anno 1302 fu condotto in Ascesi, e che nella chiesa di S. Francesco dipinse nella capella di S. Caterina tutte le storie della sua vita in fresco, le quali si sono molto ben conservate, e vi si veggiono alcune figure che sono degne d’essere lodate. Finita questa capella, nel passar d’Arezzo, il vescovo Guido, per avere inteso che Buonamico era piacevole uomo e valente dipintore, volle che si fermasse in quella città, e gli dipignesse in Vescovado la capella dove è oggi il battesimo. Buonamico messo mano al lavoro n’aveva già fatto buona parte, quando gl’avvenne un caso il più strano del mondo, e fu, secondo che racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle, questo. Aveva il vescovo un bertuccione il più sollazzevole ed il più cattivo che altro che fusse mai. Questo animale, stando alcuna volta sul palco a vedere lavorare Buonamico aveva posto mente a ogni cosa, né levatogli mai gl’occhi da dosso quando mescolava i colori, trassinava gli alberelli, stiacciava l’uova per fare le tempere, ed insomma quando faceva qualsivoglia altra cosa. Ora, avendo Buonamico un sabato sera lasciato l’opera, la domenica mattina questo bertuccione, non ostante che avesse apiccato a’ piedi un gran rullo di legno, il quale gli faceva portare il vescovo perché non potesse così saltare per tutto, egli salì, non ostante il peso che pure era grave, in sul palco dove soleva stare Buonamico a lavorare: e quivi recatosi fra mano gli alberelli, rovesciato che ebbe l’uno nell’altro, e fatto sei mescugli e stiacciato quante uova v’erano, cominciò a imbrattare con i pennelli quante figure vi erano, e seguitando di così fare, non restò, se non quando ebbe ogni cosa ridipinto di sua mano. Ciò fatto, di nuovo fece un mescuglio di tutti i colori che gli erano avanzati, come che pochi fussero, e poi sceso dal palco si partì. Venuto il lunedì mattina, tornò Buonamico al suo lavoro, dove vedute le figure guaste, gli alberelli rovesciati, et ogni cosa sotto sopra, restò tutto maravigliato e confuso. Poi, avendo molte cose fra se medesimo discorso, pensò finalmente che qualche aretino per invidia o per altro avesse ciò fatto; onde andatosene al vescovo, gli disse come la cosa passava e quello di che dubitava, di che il vescovo rimase forte turbato; pure fatto animo a Buonamico, volle che rimettesse mano al lavoro, e ciò che vi era di guasto rifacesse. E perché aveva prestato alle sue parole fede, le quali avevano del verisimile, gli diede sei de’ suoi fanti armati che stessono co’ falcioni, quando egli non lavorava, in aguato, e chiunque venisse, senza misericordia tagliasseno a pezzi. Rifatte dunque la seconda volta le figure, un giorno che i fanti erano in aguato, ecco che sentono non so che rotolare per la chiesa, e poco appresso il bertuccione salire sopra l’assito, e in un baleno fatte le mestiche, veggiono il nuovo maestro mettersi a lavorare sopra i Santi di Buonamico. Perché chiamatolo, e mostrogli il malfattore, e insieme con esso lui stando a vederlo lavorare, furono per crepar dalle risa, e Buonamico particolarmente, come che dolore glie ne venisse, non poteva restare di ridere né di piangere per le risa. Finalmente licenziati i fanti che con falcioni avevano fatto la guardia, se ne andò al vescovo, e gli disse: "Monsignor, voi volete che si dipinga a un modo, et il vostro bertuccione vuole a un altro". Poi contando la cosa, soggiunse: "Non iscadeva che voi mandaste per pittori altrove, se avevate il maestro in casa; ma egli forse non sapeva così ben fare le mestiche. Orsù, ora che sa, faccia da sé, che io non ci son più buono, e conosciuta la sua virtù, son contento che per l’opera mia non mi sia alcuna cosa data, se non licenza di tornarmene a Firenze". Non poteva udendo la cosa il vescovo, sebbene gli dispiaceva, tenere le risa, e massimamente considerando, che una bestia aveva fatto una burla a chi era il più burlevole uomo del mondo. Però poi che del nuovo caso ebbono ragionato e riso abbastanza, fece tanto il vescovo, che si rimesse Buonamico la terza volta all’opera e la finì. E il bertuccione per gastigo e penitenza del commesso errore, fu serrato in una gran gabbia di legno e tenuto dove Buonamico lavorava, insino a che fu quell’opera interamente finita; nella quale gabbia non si potrebbe niuno imaginar i giuochi che quella bestiaccia faceva col muso, con la persona, e con le mani, vedendo altri fare, e non potere ella adoperarsi. Finita l’opera di questa capella, ordinò il vescovo, o per burla o per altra cagione che egli se lo facessi, che Buffalmacco gli dipignesse in una facciata del suo palazzo un’aquila addosso a un leone, il quale ella avesse morto. L’accorto dipintore avendo promesso di fare tutto quello che il vescovo voleva, fece fare un buono assito di tavole, con dire non volere essere veduto dipignere una sì fatta cosa. E ciò fatto, rinchiuso che si fu tutto solo là dentro, dipinse, per contrario di quello che il vescovo voleva, un leone che sbranava un’aquila; e finita l’opera chiese licenza al vescovo d’andare a Firenze a procacciare colori, ché gli mancavano. E così serrato con una chiave il tavolato, se n’andò a Firenze con animo di non tornare altrimenti al vescovo, il quale, veggendo la cosa andare in lungo e il dipintore non tornare, fatto aprire il tavolato, conobbe che più aveva saputo Buonamico, che egli. Perché, mosso da gravissimo sdegno, gli fece dar bando della vita; il che avendo Buonamico inteso, gli mandò a dire che gli facesse il peggio che poteva, onde il vescovo lo minacciò da maladetto senno. Pur finalmente considerando chi egli si era messo a volere burlare, e che bene gli stava rimanere burlato, perdonò a Buonamico l’ingiuria e lo riconobbe delle sue fatiche liberalissimamente. Anzi, che è più, condottolo indi a non molto di nuovo in Arezzo, gli fece fare nel Duomo vecchio molte cose che oggi sono per terra, trattandolo sempre come suo familiare e molto fedel servitore. Il medesimo dipinse pure in Arezzo nella chiesa di S. Iustino la nicchia della capella maggiore. Scrivono alcuni, che essendo Buonamico in Firenze, e trovandosi spesso con gl’amici e compagni suoi in bottega di Maso del Saggio, egli si truovò con molti altri a ordinare la festa che in dì di calen di maggio feciono gl’uomini di borgo S. Friano in Arno sopra certe barche, e che quando il ponte alla Carraia, che allora era di legno, rovinò per essere troppo carico di persone che erano corse a quello spettacolo, egli non vi morì, come molti altri feciono, perché quando appunto rovinò il ponte in sulla machina che in Arno sopra le barche rappresentava l’inferno, egli era andato a procacciare alcune cose che per la festa mancavano. Essendo non molto dopo queste cose condotto Buonamico a Pisa, dipinse nella Badia di S. Paulo a ripa d’Arno, allora de’ monaci di Vallombrosa, in tutta la crociera di quella chiesa da tre bande e dal tetto insino in terra molte istorie del Testamento Vecchio, cominciando dalla creazione dell’uomo e seguitando insino a tutta la edificazione della torre di Nembrot; nella quale opera, ancor che oggi per la maggior parte sia guasta, si vede vivezza nelle figure, buona pratica e vaghezza nel colorito, e che la mano esprimeva molto bene i concetti dell’animo di Buonamico, il quale non ebbe però molto disegno. Nella facciata della destra crociera, la quale è dirimpetto a quella dove è la porta del fianco, in alcune storie di S. Nastasia si veggiono certi abiti et acconciature antiche molto vaghe e belle, in alcune donne che vi sono con graziosa maniera dipinte. Non men belle sono quelle figure ancora, che con bene accomodate attitudini sono in una barca, fra le quali è il ritratto di papa Alessandro Quarto, il quale ebbe Buonamico, secondo che si dice, da Tafo suo maestro, il quale aveva quel Pontefice ritratto di musaico in S. Piero. Parimente nell’ultima storia, dove è il martirio di quella Santa e d’altre, espresse Buonamico molto bene nei volti il timore della morte, il dolore e lo spavento di coloro che stanno a vederla tormentare e morire, mentre sta legata a un albero e sopra il fuoco. Fu compagno in quest’opera di Buonamico, Bruno di Giovanni pittore, che così è chiamato in sul vecchio libro della compagnia; il quale Bruno, celebrato anch’egli come piacevole uomo dal Boccaccio, finite le dette storie delle facciate, dipinse nella medesima chiesa l’altar di S. Orsola con la compagnia delle vergini, facendo in una mano di detta Santa uno stendardo con l’arme di Pisa, che è in campo rosso una croce bianca, e facendole porgere l’altra a una femina, che surgendo fra due monti e toccando con l’uno de’ piedi il mare, le porge amendue le mani in atto di raccomandarsi. La quale femina figurata per Pisa, avendo in capo una corona d’oro e in dosso un drappo pieno di tondi e di aquile, chiede, essendo molto travagliata in mare, aiuto a quella Santa. Ma perché nel fare questa opera Bruno si doleva che le figure che in essa faceva non avevano il vivo, come quelle di Buonamico, Buonamico, come burlevole, per insegnargli a fare le figure non pur vivaci, ma che favellassono, gli fece far alcune parole che uscivano di bocca a quella femina che si raccomanda alla Santa, e la risposta della Santa a lei, avendo ciò visto Buonamico nell’opere che aveva fatte nella medesima città Cimabue. La qual cosa come piacque a Bruno e agl’altri uomini sciocchi di que’ tempi, così piace ancor oggi a certi goffi che in ciò sono serviti da artefici plebei, come essi sono. E di vero pare gran fatto, che da questo principio sia passata in uso una cosa che per burla e non per altro fu fatta fare; conciò sia che anco una gran parte del Camposanto fatta da lodati maestri, sia piena di questa gofferia. L’opere, dunque, di Buonamico essendo molto piaciute ai Pisani, gli fu fatto fare dall’Operaio di Camposanto quattro storie in fresco, dal principio del mondo insino alla fabbrica dell’arca di Noè, et intorno alle storie un ornamento nel quale fece il suo ritratto di naturale, cioè in un fregio, nel mezzo del quale e in su le quadrature sono alcune teste, fra le quali, come ho detto, si vede la sua con un capuccio, come a punto sta quello che di sopra si vede. E perché in questa opera è un Dio che con le braccia tiene i cieli e gl’elementi, anzi la machina tutta dell’universo, Buonamico per dichiarare la sua storia con versi simili alle pitture di quell’età, scrisse a’ piedi in lettere maiuscole di sua mano, come si può anco vedere, questo sonetto, il quale per l’antichità sua e per la semplicità del dire di que’ tempi, mi è paruto di mettere in questo luogo, come che forse, per mio avviso, non sia per molto piacere, se non se forse come cosa che fa fede di quanto sapevano gli uomini di quel secolo:

Voi che avvisate questa dipintura di Dio pietoso sommo creatore, lo qual fé tutte cose con amore, pesate, numerate et in misura, in nove gradi angelica natura, in nello empirio ciel pien di splendore, Colui che non si muove ed è motore, ciascuna cosa fece buona e pura. Levate gl’occhi del vostro intelletto, considerate quanto è ordinato lo mondo universale, e con affetto lodate Lui che l’ha sì ben creato; pensate di passare a tal diletto tra gl’Angeli, dove è ciascun beato.

Per questo mondo si vede la gloria, lo basso e il mezzo e l’alto in questa storia.

E per dire il vero, fu grand’animo quello di Buonamico a mettersi a far un Dio Padre grande cinque braccia, le gerarchie, i cieli, gli angeli, il zodiaco e tutte le cose superiori insino al cielo della luna, e poi l’elemento del fuoco, l’aria, la terra e finalmente il centro; e per riempire i due angoli da basso fece in uno S. Agostino e nell’altro S. Tommaso d’Aquino. Dipinse, nel medesimo Camposanto, Buonamico, in testa dove è oggi di marmo la sepoltura del Corte, tutta la Passione di Cristo con gran numero di figure a piedi et a cavallo, e tutte in varie e belle attitudini; e seguitando la storia, fece la resurrezzione e l’apparire di Cristo agl’Apostoli assai acconciamente. Finiti questi lavori, et in un medesimo tempo tutto quello che aveva in Pisa guadagnato, che non fu poco, se ne tornò a Firenze così povero come partito se n’era, dove fece molte tavole e lavori in fresco, di che non accade fare altra memoria. Intanto essendo dato a fare a Bruno, suo amicissimo, che seco se n’era tornato da Pisa, dove si avevano sguazzato ogni cosa, alcune opere in S. Maria Novella, perché Bruno non aveva molto disegno né invenzione, Buonamico gli disegnò tutto quello che egli poi mise in opera in una facciata di detta chiesa dirimpetto al pergamo, e lunga quanto è lo spazio che è fra colonna e colonna: e ciò fu la storia di S. Maurizio e compagni che furono per la fede di Gesù Cristo decapitati; la quale opera fece Bruno per Guido Campese connestabile allora de’ Fiorentini, il quale avendo ritratto prima che morisse, l’anno 1312, lo pose poi in questa opera armato, come si costumava in que’ tempi; e dietro a lui fece un’ordinanza d’uomini d’arme tutti armati all’antica, che fanno bel vedere, mentre esso Guido sta ginocchioni inanzi a una Nostra Donna che ha il putto Gesù in braccio, e pare che sia raccomandato da S. Domenico e da S. Agnesa che lo mettono in mezzo. Questa pittura ancora che non sia molto bella, considerandosi il disegno di Buonamico e la invenzione, ell’è degna di esser in parte lodata, e massimamente per la varietà de’ vestiti, barbute et altre armature di que’ tempi; et io me ne sono servito in alcune storie che ho fatto per il signor duca Cosimo, dove era bisogno rappresentare uomini armati all’antica, et altre somiglianti cose di quell’età; la qual cosa è molto piaciuta a sua Eccellenza Illustrissima e ad altri che l’hanno veduta; e da questo si può conoscere quanto sia da far capitale dell’invenzioni et opere fatte da questi antichi, come che così perfette non siano, et in che modo utile e commodo si possa trarre dalle cose loro, avendoci eglino aperta la via alle maraviglie che insino a oggi si sono fatte e si fanno tuttavia. Mentre che Bruno faceva questa opera, volendo un contadino che Buonamico gli facesse un S. Cristofano, ne furono d’accordo in Fiorenza e convennero per contratto in questo modo, che il prezzo fusse otto fiorini, e la figura dovesse esser dodici braccia. Andato dunque Buonamico alla chiesa dove doveva fare il S. Cristofano, trovò che per non essere ella né alta né lunga se non braccia nove, non poteva, né di fuori né di dentro, accommodarlo in modo che bene stesse; onde prese partito, perché non vi capiva ritto, di farlo dentro in chiesa a giacere: ma perché anco così non vi entrava tutto, fu necessitato rivolgerlo dalle ginocchia in giù nella facciata di testa. Finita l’opera, il contadino non voleva in modo nessuno pagarla, anzi gridando diceva di esser assassinato. Per che andata la cosa agli ufficiali di Grascia, fu giudicato, secondo il contratto, che Buonamico avesse ragione. A S. Giovanni fra l’Arcore era una Passione di Cristo di mano di Buonamico molto bella, e fra l’altre cose che vi erano molto lodate, vi era un Giuda appiccato a un albero fatto con molto giudizio e bella maniera. Similmente un vecchio che si soffiava il naso era naturalissimo, e le Marie, dirotte nel pianto, avevano arie e modi tanto mesti, che meritavano, secondo quell’età che non aveva ancora così facile il modo d’esprimere gl’affetti dell’animo col pennello, di essere grandemente lodate. Nella medesima faccia un S. Ivo di Brettagna, ch’aveva molte vedove e pupilli ai piedi, era buona figura, e due Angeli in aria che lo coronavano erano fatti con dolcissima maniera. Questo edifizio e le pitture insieme furono gettate per terra l’anno della guerra del 1529. In Cortona ancora dipinse Buonamico per messer Aldobrandino vescovo di quella città molte cose nel Vescovado, e particolarmente la cappella e tavola dell’altar maggiore; ma perché nel rinovare il palazzo e la chiesa andò ogni cosa per terra, non accade farne altra menzione. In S. Francesco nondimeno et in S. Margherita della medesima città, sono ancora alcune pitture di mano di Buonamico. Da Cortona andato di nuovo Buonamico in Ascesi, nella chiesa di sotto di S. Francesco dipinse a fresco tutta la cappella del cardinale Egidio Alvaro spagnuolo; e perché si portò molto bene, ne fu da esso cardinale liberalmente riconosciuto. Finalmente, avendo Buonamico lavorato molte pitture per tutta la Marca, nel tornarsene a Firenze si fermò in Perugia, e vi dipinse nella chiesa di S. Domenico in fresco la cappella de’ Buontempi, facendo in essa istorie della vita di S. Caterina vergine e martire. E nella chiesa di S. Domenico vecchio dipinse in una faccia pure a fresco, quando essa Caterina figliuola del re Costa disputando convince e converte certi filosofi alla fede di Cristo. E perché questa storia è più bella che alcune altre che facesse Buonamico già mai, si può dire con verità che egli avanzasse in questa opera se stesso. Da che mossi i Perugini ordinarono, secondo che scrive Franco Sacchetti, che dipignesse in piazza S. Ercolano, vescovo e protettore di quella città; onde convenuti del prezzo, fu fatto nel luogo dove si aveva a dipignere una turata di tavole e di stuoie, perché non fusse il maestro veduto dipignere; e ciò fatto, mise mano all’opera. Ma non passarono dieci giorni, dimandando chiunche passava quando sarebbe cotale pittura finita, pensando che sì fatte cose si gettassono in pretelle, che la cosa venne a fastidio a Buonamico. Per che venuto alla fine del lavoro, stracco da tanta importunità, deliberò seco medesimo vendicarsi dolcemente dell’impacienza di que’ popoli, e gli venne fatto; perché finita l’opera, inanzi che la scoprisse, la fece veder loro e ne fu interamente sodisfatto. Ma volendo i Perugini levare subito la turata, disse Buonamico che per due giorni ancora la lasciassono stare, perciò che voleva ritoccare a secco alcune cose, e così fu fatto. Buonamico, dunque, salito in sul ponte, dove egli aveva fatto al Santo una gran diadema d’oro e, come in que’ tempi si costumava, di rilievo con la calcina, gli fece una corona o vero ghirlanda intorno intorno al capo tutta di lasche. E ciò fatto, una mattina accordato l’oste se ne venne a Firenze. Onde passati due giorni, non vedendo i Perugini, sì come erano soliti, il dipintore andare attorno, domandarono l’oste che fusse di lui stato, et inteso che egli se n’era a Firenze tornato, andarono subito a scoprire il lavoro, e trovato il loro S. Ercolano coronato solennemente di lasche, lo fecion intendere tostamente a coloro che governavano; i quali sebbene mandarono cavallari in fretta a cercar di Buonamico, tutto fu invano, essendosene egli con molta fretta a Firenze ritornato. Preso dunque partito di fare levare a un loro dipintore la corona di lasche e rifare la diadema al Santo, dissono di Buonamico e degl’altri fiorentini tutti que’ mali che si possono imaginare. Ritornato Buonamico a Firenze e poco curandosi di cosa che dicessono i Perugini, attese a lavorare e fare molte opere, delle quali per non esser più lungo non accade far menzione. Dirò solo questo, che avendo dipinto a Calcinaia una Nostra Donna a fresco col Figliuolo in collo, colui che gliel’aveva fatta fare in cambio di pagarlo gli dava parole; onde, Buonamico, che non era avvezzo a essere fatto fare né ad essere uccellato, pensò di valersene ad ogni modo. E così andato una mattina a Calcinaia, convertì il fanciullo che aveva dipinto in braccio alla Vergine, con tinte senza colla o tempera, ma fatte con l’acqua sola, in uno orsacchino; la qual cosa non dopo molto vedendo il contadino che l’aveva fatta fare, presso che disperato andò a trovare Buonamico, pregandolo che di grazia levasse l’orsacchino e rifacesse un fanciullo come prima, perché era presto a sodisfarlo; il che avendo egli fatto amorevolmente, fu della prima e della seconda fatica senza indugio pagato; e bastò a racconciare ogni cosa una spugna bagnata. Finalmente, perché troppo lungo sarei, se io volessi raccontare così tutte le burle come le pitture che fece Buonamico Buffalmacco, e massimamente praticando in bottega di Maso del Saggio, che era un ridotto di cittadini e di quanti piacevoli uomini aveva Firenze e burlevoli, porrò fine a ragionare di lui: il quale morì d’anni settantotto, e fu dalla Compagnia della Misericordia, essendo egli poverissimo e avendo più speso che guadagnato, per essere un uomo così fatto, sovenuto nel suo male in S. Maria Nuova, spedale di Firenze; e poi morto, nell’Ossa (così chiamano un chiostro dello spedale o vero cimitero) come gl’altri poveri sepellito l’anno 1340. Furono l’opere di costui in pregio mentre visse, e dopo sono state, come cose di quell’età, sempre lodate.

IL FINE DELLA VITA DI BUONAMICO BUFFALMACCO PITTOR FIORENTINO