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La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena III

Atto terzo. Scena III

La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena II La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto quarto/Scena I IncludiIntestazione 15 aprile 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto terzo. Scena III
Atto terzo - Scena II Atto quarto - Scena I
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Altra parte dell’isola.


ALONSO, SEBASTIANO, ANTONIO, GONZALO,
ADRIANO, FRANCESCO ed altri.


                       gonzalo.
                                   Ah, per la santa
Vergine, io più non reggo! Ho le mie vecchie
Ossa rotte, o Signore. È pien di stento
L’andar per questo intricato deserto;
E, con vostra licenza, alcun respiro
Prendere mi vorrei.

                       alonso.
                            Nè so biasmarti,
Mio vecchio amico. Oppresso ed accasciato,
Fino a perderne i sensi, anch’io mi sento.
Siedi e lena ripiglia. ― Alla speranza
Come a vil cortigiana, io dissi addio.
Chiudon l’onde colui che qui d’errore
In error noi cerchiamo, e ridon esse
Di questa che facciam sul fermo suolo
Lunga e vana ricerca. Eterna pace
Sia con lui!

                       antonio.
              (a Sebastiano in disparte).
                    Ch’egli smetta ogni speranza,
Spiacevole non m’è. Sol non vogliate

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Lasciar, per un ostacolo, l’impresa
Che testè risolvemmo.

                      sebastiano.
                             Ove il momento
Opportuno n’appaja, un pronto effetto
Noi vi darem.

                       antonio.
                      Sia dunque in questa notte.
Stanchi son essi, nè pensiero alcuno
Danno alla propria sicurtà; ma certo
Vel daran riposati.

                      sebastiano.
                             In questa notte
Dunque: e basti così.
           (Una musica strana e solenne.)

PROSPERO invisibile in alto. Varie figure di forma
    bizzarra portano sulla scena un banchetto, e
    facendovi una danza in giro, con atteggiamenti
    e saluti cortesi invitano il re e gli altri a cibarsi;
    poi si scostano.

                       alonso.
                             Quale armonia!
La udite, amici miei?

                       gonzalo.
                               Maravigliosa
Musica!

                       alonso.
              O Ciel, ne manda Angeli buoni!

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Chi mai sono costor?

                      sebastiano.
                              Viventi automi!
Crederò, Signor mio, da questo giorno
Che vi sieno unicorni, e che germogli
Nell’Arabia una pianta ove l’augello
Che rinasce e rimuor s’assida in trono,
E vi regni tutt’ora.

                       antonio.
                             E piena fede
Anch’io vi presterò; chè se qualcuno
Credermi ricusasse, a me si accosti,
E sacramento gli farò che vera,
Verissima è la cosa. Una menzogna
Non fu scritta giammai da chi viaggia,
Sebben certi baccelli accovacciati
Dentro il loro stambugio altro concetto
N’abbiano.

                       gonzalo.
                   Se tal caso al mio ritorno
Narrassi, in tutta Napoli, nessuno
Mel crederebbe; e se dicessi: Io vidi
Tali isolani (e certo abitatori
Dell’isola son questi) urbani assai,
E benchè di deforme e strano aspetto,
Pure e negli atti e nei costumi ammodo
Più che molti de’ nostri.

                       prospero.
                          (da sè).
                                     È ver, buon vecchio;

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Giacchè pur qui fra voi talun si trova
Peggior d’ogni demonio.

                       alonso.
                                     Io non so dirvi
Lo stupor che mi prese a quelle forme,
A que’ gesti, a quel suono. Ancor che privo
Di parola, stupenda è la chiarezza
Del lor muto linguaggio.

                       prospero.
                       (fra sè e sè).
                                      Al fine, amico,
La tua lode riserba.

                      francesco.
                              Affè bizzarro
Fu quel loro sparir.

                      sebastiano.
                               Chi se ne imbriga?
Ne lasciar le vivande, al nostro lungo
Digiun bene opportune. A voi non piace
Farne saggio, o mio re?

                       alonso.
                                    No.

                       gonzalo.
                                         Qui non veggo
Cosa che ci sgomenti. E qual di noi,
Quando bimbi eravam, creduto avrebbe
Che vi fosse nei boschi una genìa
D’uomini, a cui pendesse una giogaja
Similissima in tutto all’adiposa
Che fascia il collo ai tori? o che vi fosse

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D’umane crëature un tal germoglio
Col capo uscente dal torace? Eppure
L’un su cinque oggidì dei pellegrini
Fassi mallevador di somiglianti
Meraviglie.

                       alonso.
                   Sia pur! m’assido a mensa,
E le vivande gusterò. Non fosse
Che per l’ultima volta, a me che monta?
I miei begli anni già passar.... Fratello!
Duca! fate altrettanto.
                     (Lampi, tuoni.)


Entra ARIELE in figura d’Arpia, sbatte le ali
    sulla mensa, e in singolar modo sparisce il
    banchetto.


                        ariele.
                                         Una ribalda
Triade voi siete, e quel destin che regge
Questa umil terra e quanto in sè raguna
Fece voi ributtar su questa piaggia,
Deserta dalla ingorda onda del mare,
Che mai sazio non è, come non degni
Dell’umano consorzio. ― Io v’ho confusi!
(vedendo Alonso, Sebastiano e gli altri metter mano alle spade)
Una temerità pari alla vostra
Mena l’uomo al capestro o in mar lo affoga.

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Noi del Destino (i miei compagni ed io)
Ministri siamo. O stolti! il brando vostro,
Di terrene sustanze, un’orma forse
Stampar nella sonante aria potria?
Ferir forse la voce? Impiagar l’onda
Che per propria virtù, divisa a pena,
Si ricongiunge? Or ben, così potreste
Spiccar dall’ali mie solo una piuma.
E manco invulnerabili non sono
Gli Spirti a me compagni. E dato ancora
Che giugneste a ferirci, enorme peso
Vi sarieno le spade, e vi morrebbe
Nell’alzarle il vigor. ― Vi risovvenga
(Questo è il messaggio mio) che da Milano
Voi tre, con arti scellerate, il buono
Prospero allontanaste, ed in balìa
Lo metteste del mar colla innocente
Sua pargoletta; e il mar con pena eguale
Di quel misfatto vi punì. Le arcane
Posse del ciel che indugiano talvolta,
Ma non obbliano la vendetta, han mari
Contro voi sollevato, han rive, han tutto
L’animato universo. Il figlio, Alonso,
Già te l’hanno rapito, ed annunciando
Ti van or col mio labbro una ruina
Lenta, incessante, e peggior d’ogni morte,
Che te di passo in passo e quanto è tuo
Distruggerà. Voi tre dall’ira eterna,
A scoppiar già vicina in questo ignoto
Lido sui capi vostri, altro non salva

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Che pentimento del misfatto e pura
Vita nell’avvenir.

Allo scoppio del tuono Ariele dispare. Ritornano,
    accompagnati da soave musica, i fantasimi e
    danzando, come sopra, con bizzarri e scherzevoli
    atteggiamenti portano via la mensa.

                       prospero.
                         (da sè).
                           Rappresentasti,
Mio gentile Arïel, mirabilmente
La tua parte d’Arpia. Con grazia molta
Tu sapesti imitar l’augel vorace,
Nè cosa alcuna ti sfuggì di quanto
Presagir t’accennai. Con pari acume
Ogni Spirto minore il vario incarco
Che gli detti adempì. Ben singolare
La destrezza ne fu, la maestrìa!
Della possente incantagion mi sono
Manifesti gli effetti. I miei nemici
Tutti il laccio avvinghiò della follia,
Tutti son essi in mio poter. Lasciamli
Nel delirio febbrile; e di Fernando,
Che credono sepolto in fondo al mare,
E di lei mia non pur che sua dolcezza,
Or si vada a cercar.
        (Prospero scende dall’altura e parte.)

                       gonzalo.
                              Signore! in nome

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Di tutti i Santi, che stupor vi prende?
Perchè quegli occhi stralunati?

                       alonso.
                                              O caso
Mostruoso, terribile! Parea
Che lingua avesse il flutto, e mi parlasse
Di Prospero! Parea che la minaccia
Mi soffiassero i venti, e il tuon, sonoro
Organo, con distinta e cupa nota
Mormorasse quel nome e il mio delitto.
L’origlier di mio figlio è dunque il basso
Limo del mar? Laggiù, laggiù cercarlo,
Ove scandaglio non arriva, io bramo.
Sì, corcarmegli a fianco, ed in eterno
Rimanermi con lui.

                      sebastiano.
                             La ciurma intera
Vincerò dell’inferno, ove m’assalga
Un demonio alla volta.

                       antonio.
                               E me compagno,
Principe, avrai.
          (Sebastiano ed Antonio partono.)

                       gonzalo.
                          Son preda ad un profondo
Disperar tutti e tre. La colpa loro,
Pari a lento veleno, ora incomincia
A roderne lo spirto. ― O voi che piedi
Agili avete più di me, la traccia
Seguitene, vi prego, e le funeste

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Cose che cagionar quello scompiglio
De’ lor sensi potria, con amorosa
Opra sviate.

                       adriano.
                    Andianne, amici miei.
                       (Partono.)