Apri il menu principale

La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto secondo/Scena II

Atto secondo. Scena II

La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto secondo/Scena I La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto terzo/Scena I IncludiIntestazione 10 febbraio 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto secondo. Scena II
Atto secondo - Scena I Atto terzo - Scena I

[p. 303 modifica]



Altro lato dell’isola.


Entra CALIBANO con fascio di legna.
Scoppio di tuoni.




                       calibano.
Tutto il putrido umor che sugge il sole
Da gora, da palude o da maremma
Piova a Prospero in capo, e lo ricopra
Di tante piaghe, che non v’abbia un solo
Pollice illeso. Ancor che i suoi demòni
Mi stiano ad ascoltar, non so frenarmi
Dal maledirlo. È ver che senza un cenno
Di lui, nè que’ Coboldi a impaurirmi
Verran, nè dentro a fetido pantano
Mi tufferanno, nè di tizzi ardenti
L’immagine prendendo, a notte buja
Mi faranno smarrir la dritta via.
Per nulla ei me li aizza. Or come scimie
Che mi adescano pria con cento lazzi,
Poi mi graffiano il viso; ora in figura
D’istrici che s’aggrupppano in se stesse,
Ed a’ pie’ mi si rotano, ficcando,
Mentre sopra vi passo, i pungiglioni

[p. 304 modifica]

Nel mio nudo calcagno; ed ora in forma
Di serpi che si avvinghiano al mio corpo,
Ed un sibilo tal colle forcute
Lingue attorno mi fan che ne impazzisco.
                     (Entra Trinculo.)
Oimè! che cosa è quella? Ecco uno spirto
Che viemmi a tribolar perchè vo lento
Col mio fascio di legna. Al suol boccone
Stender mi vo’. Così forse dagli occhi
Potrò sfuggirgli.

                       trinculo.
                       Un albero, un cespuglio,
Ov’io mi possa riparar, non veggo;
E si va raccozzando una seconda
Bufera; urlar nell’aere io già la sento.
Laggiù quel nugolon m’ha la sembianza
D’una grande botte, che versar dal ventre
Voglia quanto di vino in sè racchiude.
Non so come potrei da tal rovescio
Difendere il mio capo, e già minaccia
Piovere a catinelle il tenebroso
Nuvolon.
                      (Vede Calibano.)
               Ma che veggo? Un uomo o un pesce?
È vivo o morto?... Un pesce egli è; m’ha puzzo
Di pesce infracidito e, come pare,
Di merluzzo stantìo. Bizzarro pesce!
Se tornando in Bretagna io ne mostrassi
La immagine dipinta, ogni monello
Di quei che le domeniche per via

[p. 305 modifica]

Van baloccando, volentier darebbe
Per vederlo un quattrino. Un uom di peso
Quel mostro mi faria, perchè v’è l’uso
Di far d’ogni mirabile animale
Un uom di molta vaglia. Ad un mendico
Storpio un soldo non dan; ne danno in cambio
Dieci per la carogna inaridita
D’un indiano.... Oh come? i pie’ dell’uomo?
Braccia e non pinne?... e tepida la pelle?
Che la mia prima opinïon sen vada!
Le do pieno commiato. Un isolano
È costui, non è pesce. Al suol riverso
Il fulmine lo avrà... Ma s’avvicina
L’uragàn!... Che farò?...Giacchè ne’ pressi
Non veggo altra tettoja, è meglio, parmi,
Fin che passa il mal tempo, ch’io m’appiatti
Qui sotto al suo giubbon. Bizzarri sozj
Di letto, alcuna volta, il gran bisogno
Ne dà!

                       stefano.
          (entra cantando con un fiasco in mano)
«Via dal mare! via dal flutto!
   Vo’ morir qui sull’asciutto.»
                        (Beve.)
   Cantilena scipita, e degna al tutto
   D’un funeral.... Ma questo è il mio conforto!
                        (Canta.)
«Chi di noi, capitan, vicecòmito,
   Cannonier, mozzo ed io, quanti siamo,
   Non è d’Anna, o di Marta, o di Barbera,
   O di Lena, o di Brigida il damo?

[p. 306 modifica]

Ma la Ghita (si goda col diavolo
   L’amor suo, quella trista linguaccia!)
   ― Va t’impicca! ― borbotta la vipera,
   Se qualcun della ciurma l’abbraccia.
Ve’ che sciocca! L’odor della pegola
   Le dà noja, il catrame la imbratta;
   Pur m’è noto che dove le pizzica
   Un sartor dolcemente la gratta.
               Noi, figli, al mare!
                  E quella gioia
                  Vadasi a fare
                 Strozzar dal boja.»
Una magra canzon come la prima,
Ma questo è il mio conforto.
                         (Beve.)
                       calibano.
                                           Ah! non volermi
No, tormentar!

                       stefano.
                           Che v’è?... v’han qui demòni?
In forma d’indïani o di selvaggi
Ne vonno abbindolar? Non son campato
Dal mar perchè mi lasci ai vostri quattro
Piedi atterrir. «Nessun (così fu detto)
Batter debbe il calcagno avanti un uomo
Che va con quattro gambe; e questo pure
Di Stefano diran fin che respiro
M’entri per le narici.

                       calibano.
                                   Oimè! lo spirto
Già mi tortura!

[p. 307 modifica]

                       stefano.
                           Un mostro a quattro zampe
Dell’isola è costui che dalla febbre
Fu preso. Ma chi mai la lingua nostra
Gl’insegnò? Vo’ soccorrerlo, non fosse
Che per questa cagion; se poi riesco
A guarirlo, ammansarlo e trarlo meco
Fino a Napoli, un don miracoloso
Sarà per ogni re che di bovina
Pelle si calzi.

                       calibano.
                      Non mi dar tormento,
Ti prego, e più sollecito la legna
Porterò.

                       stefano.
               Già sfarfalla in un accesso
Febbril. Vo’ ch’egli gusti un centellino
Di questo fiasco. Se col vin sin ora
Fratellanza non fece, il male, io spero,
Gli caccerà. Ch’io possa in piè rizzarlo,
Farmelo mansueto e, viva il Cielo!
Per uno straccio nol darò. Chi n’abbia
Vaghezza il paghi e paghi assai.

                       calibano.
                                             Fin ora
Gran dolor non mi dài, ma certo in breve
Me lo darai. Dal tuo tremar m’avveggo
Che Prospero t’invade.

                       stefano.
                                   A me ti volta,

[p. 308 modifica]

E spalanca la bocca! Ho qui tal cosa
Che la tua lingua scioglierà. La bocca
Spalanca, o gatto, e guarirai, sta’ certo,
Dalla tua tremarella! A quale amico
Sei vicino, non sai... Via, dico! allarga
Quella boccaccia!

                       trinculo.
                      Il suon di questa voce
Nuovo non m’è. Che fosse... Oh no! perito
È nel mar... Son demòni... o Ciel! soccorso!

                       stefano.
Quattro gambe e due voci? Oh che stupendo
Mostro! La voce anterïor gli serve
Dell’amico a dir ben, la deretana
A dir mal del nemico. Io vo’ levargli
Quella febbre di dosso, ancor che tutto
Il mio fiasco vuotassi. E così sia.
Vien qui! che te ne versi alcune gocce
Nell’altra bocca.

                       trinculo.
                     Stefano!

                       stefano.
                                  Mi chiami
Coll’altra bocca tua? Misericordia!
Che mostro? Egli è un demòn!... Non ho cucchiajo
Lungo a bastanza per cenar con lui.
Se ne vada con Dio.

                       trinculo.
                          Mi tocca e parla,
Se Stefano tu sei. Trinculo io sono,

[p. 309 modifica]

Il tuo caro Trinculo, e non ti prenda
Timor di me.

                       stefano.
                    Trinculo? Or ben disbuca,
E si vedrà. Mi appicco alle due gambe
Più corte e tiro fuor... Se di Trinculo
Gambe v’han qui, son queste. Affè, Trinculo
Sei tu! Perchè ti fai di questa sozza
Bestia il guanciale? Generar Trinculi
Forse potria?

                       trinculo.
                    Dal fulmine percossa
La credetti... E com’è che tu se’ vivo,
Stefano? Che annegato il mar non t’abbia
Or principio a sperar. ― Dimmi, il mal tempo
Se ne andò? Per timore della tempesta
Testè m’accovacciai sotto il giubbone
Di questo morto animalaccio... dunque
Vivi, Stefano? vivi? Ecco salvati
Son due Napoletani.

                       stefano.
                              Oh tu mi giri
Come un palèo. Deh smetti! Ancor dal mare
Lo stomaco ho sconvolto.

                       calibano.
                                   Hanno le forme
Belle costor, se spiriti non sono.
L’uno è certo un buon dio; la sua celeste
Bevanda egli mi dette.... A’ pie’ gli cado.

[p. 310 modifica]

                       stefano.
                      (a Trinculo).
Come netto n’uscisti e qui se’ giunto?
Giuralo sul mio fiasco! A cavalluccio
D’una botte io campai gittata in mare
Dalla ciurma; e tel giuro, o buon Trinculo,
Sul fiasco mio, che, tocco appena il lido,
Colla scorza d’un albero mi feci.

                       calibano.
Ed io pure, o Signor, sul fiasco tuo
Giuro che ti sarò fino alla morte
Un suddito fedel, perchè divino
Licor chiude quel fiasco.

                       stefano.
                                       Orsù! racconta,
E giuralo! in qual modo al mar fuggisti.

                       trinculo.
Al mar fuggii nuotando, e ti assicuro
Ch’io nuoto come un’anitra.

                       stefano.
                                            T’accosta
Dunque, e bacia il volume. Anitra al nuoto,
Ed oca alla figura.

                       trinculo.
                              Ancor ne tieni
Del vin?

                       stefano.
               Piena la botte. In riva al mare
Nel cavo d’una roccia ho la cantina.
Ivi ascosi il mio vino. ― E la tua febbre,
Bestia rara, è cessata?

[p. 311 modifica]

                       calibano.
                                   Un dio non sei
Qui disceso dal ciel?

                       stefano.
                                Si, dalla luna,
Sta’ certo. Un tempo l’abitai.

                       calibano.
                                            Ti vidi
Nel suo disco, e ti adoro. A me t’ha mostro
Lassù colla tua soma e col tuo cane
La donna mia.

                       stefano.
                        Lo giura e bacia il libro;
Poi ne ricolmerò la vuota pancia.
Giuralo!

                       trinculo.
                 Ah per l’inferno! un idïota
Mostro è costui! Temer d’un tale allocco?
L’uom della luna? O matto, o scimunito,
O bergolo d’un mostro! Affè ben grossa
L’hai tu bevuta!

                       calibano.
                             Io voglio i più fecondi
Luoghi additarti, e baciar le tue piante.
Il mio nume sarai.

                       trinculo.
                              Per questa luce
Del giorno il mostro è perfido e beone.
S’addormenti il suo nume, e la fiaschetta
Gli ruberà.

[p. 312 modifica]

                       calibano.
                    Ti bacio i piedi, e giuro
Ch’io sarò tuo vassallo.

                       stefano.
                                    A terra, e giura!

                       trinculo.
Mi fa la scioccheria d’un tal balordo
Sbellicar dalle risa. O senza pari
Stupido animalaccio! un gran prurito
Di picchiarti mi dài.

                       stefano.
                              T’appressa e bacia!

                       trinculo.
Colto è il povero mostro; un nauseoso
Animal!

                       calibano.
                Le più limpide sorgive
Indicar ti prometto, e coglier bacche,
Pigliar pesci per te, per te dal bosco
Recar fasci di legna; e l’ira affoghi
Quel tiranno ch’io servo. Al tetto suo
Portar più non vedrammi un ramoscello.
Te, te seguir, miracolo d’un uomo.
Per sempre io vo’.

                       stefano.
                             Mutarmi un cinciglione
In miracolo vuol? Risibil mostro
Più di questo non vive.

                       calibano.
                                     Io vo’ condurti

[p. 313 modifica]

Dove cresce il selvatico pometo,
Scavar colle mie lunghe ugne i tartufi,
Mostrarti il nido della gazza, e l’arte
Che la scimia scaltrita al laccio attrappa.
Meco ai boschi verrai delle pendenti,
Dolci avellane, e i crocali novelli
Ti piglierò sui gioghi erti del monte.
Ti accompagni con me?

                       stefano.
                                     La via ne addita,
E lascia il cinguettio. Trinculo, ascolta!
Ora che il nostro re con tutti i suoi
Näufragàr, dell’isola il possesso
Prendiam noi quali eredi.
                      (A Calibano.)
                                     Il fiasco mio
Portalo tu. ― Di nuovo empirgli il ventre,
Fratel Trinculo, vogliam noi.

                       calibano.
                                           Maestro!
Schiavo tuo più non son, Maestro, addio!

                       stefano.
Vocia il mostro briaco a squarcia gola.

                       calibano.
«Pesci al vivajo più non darò;
    Più legna al foco non porterò,
    Nè più la mensa sparecchierò,
    Nè piatti e vasi più laverò.»
    Can‐Can‐Can Ca liban mutò padrone.

[p. 314 modifica]

Libertà, libertà! Viva la cara
Libertà! Viva! viva!

                        stefano.
                               Or su! precedi,
Mio bravo mostro, e insegnane il cammino.
                        (Partono.)