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La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto primo/Scena III

Atto primo. Scena III

../Scena II ../Scena IV IncludiIntestazione 10 febbraio 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto primo. Scena III
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SCENA III



                        ariele.
                        (entra.)
Ti saluto, o maestro, o venerato
Signor mio! Ti saluto! È tuo volere
Ch’io m’alzi a vol? ch’io nuoti? o ch’io nel foco
Scenda? o ch’io monti i nugoli aggruppati?
Lo ingiungi ad Arïel, lo ingiungi a tutti
Gli Spirti suoi.

                       prospero.
                             Condotto hai tu nel modo
Che ti prescrissi, l’uragan?

                        ariele.
                                             Per filo
E per segno, Signor. Raccolsi i vanni
Sulla nave regale, e vi diffusi
E da prora e da poppa e in ogni dove
Lo spavento. In più fochi alcuna volta
Mi sciolsi, e sul bompresso e sull’antenna
Maggior, tutto in un punto, io divampai,

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Poscia mi ricongiunsi in una sola
Fiamma. I lampi di Giove, annunciatori
Del terribile scoppio, hanno la luce,
Han la fuga men rapida. Parea
Che le vampe sulfuree, e quella rabbia
Di turbini, assalir Nettuno istesso
Volessero, i suoi flutti impaurirne,
E fargli nella destra il gran tridente
Crollar.

                       prospero.
                    Mio prode Spirto, e chi fra tutti
Mostrò più core, nè smarrì fra tanto
Scompiglio la ragion?

                        ariele.
                                     Nessun che preso
Non fosse, Signor mio, da paurosa
Febbril demenza, e darsi io nol vedessi
Ad atti, a gesti disperati. In mare
Si gittàr tutti abbandonando il legno,
Che di fiamma io ravvolsi, e sol la ciurma
Non li seguì. Fernando, il regal figlio,
Irto i capelli, che palustri canne
Dir più tosto io dovrei, dal legno ardente
Primo in mar si lanciò, così gridando:
«Scatenato è l’inferno, ed i demoni
Tutti son qui.»

                       prospero.
                            Nè v’era altri che il mio
Valoroso Arïele. ― E questo avvenne
Vicino al lido?

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                        ariele.
                                   Oh si! vicino assai,
Maestro.

                       prospero.
                      E salvi or son?

                        ariele.
                                        Non s’è perduto
Di loro un sol capello. I panni istessi
Che li tennero a galla, asciutti e freschi
Son più di pria. Per l’isola li spersi,
Come imponesti, in capannelli. A terra
Scompagnato non trassi altri che il figlio
Del re. Siede or solingo in un deserto
Angolo, ed empie, colle braccia in croce,
L’aria de’ suoi sospiri.

                       prospero.
                                        E che facesti
Del vascello real, de’ marinai?
Degli altri legni?

                        ariele.
                                In porto a salvamento
Sta la nave real. La riparai
Dentro al seno tranquillo, ov’io già mossi
Allorchè, da te sveglio a mezzo il corso
Della notte, calai sul procelloso
Scoglio di Beremùde, e la rugiada
Vi raccolsi per te. Naviglio e ciurma
Stanno in quel seno, ed un incanto, aggiunto
Ai durati travagli, ha tutti immersi
In un sonno profondo, ed a rifascio


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Nella stiva ammucchiati. Ogni altro legno
Del navil che dispersi, or s’è di novo
Come pria raccozzato, e doloroso
Pel mar mediterraneo alla nativa
Napoli si ravvia; però che vide
(O credette veder) la regia nave
Col suo Signore calar nell’abisso.

                       prospero.
Adempiuto, Arïele, hai fedelmente
L’incarco tuo; pur molto a far ti resta.
A che siamo del giorno?

                        ariele.
                                       È già passato
Il meriggio, o maestro.

                       prospero.
                                     E son due buone
Ore. Da questo punto all’ora sesta
Deggiam molto utilmente usar del tempo.

                        ariele.
Dunque nuove fatiche? Ove negarmi
Tu voglia alcun riposo, almen concedi
Ch’io ti rammenti la promessa ancora
Non adempiuta.

                       prospero.
                           Oh che! la fronte arcigna!
Ma qual cosa pretendere oseresti
Da me?

                        ariele.
           La libertà.

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                       prospero.
                               Pria che trascorra
Il tempo tuo? Non più di ciò!

                        ariele.
                                               Rammenta
Come servo fedele ognor ti fui,
Non falso mai, non mai caduto in fallo,
Nè di viso, o Signor, nè di parola
Dispettoso, imbroncito. Un anno intero
Condonarmi hai promesso.

                       prospero.
                                      E dalla mente
T’uscì da qual tortura io t’ho disciolto?

                        ariele.
No.

                       prospero.
       Sì; tu l’obbliasti: e t’è gran pena
Discendere per me nel limaccioso
Letto del mar, sul freddo acuto soffio
Del vento boreal librarti a volo,
Penetrar nelle viscere segrete
Della terra gelata....

                        ariele.
                                Oh no, Signore!

                       prospero.
Tu menti, ingrata crëatura! Hai dunque
Sicorace, la immonda, esosa strega
Che l’invidia e l’età piegaro in arco,
Già dimentica tu?

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                        ariele.
                              No, Signore mio!

                       prospero.
Non l’hai? Dunque rispondimi! Ove nacque
Colei?

                        ariele.
       Nacque in Algeri.

                       prospero.
                                      O che? da vero?
E dovrò ricordarti ad ogni nova
Luna quel che tu fosti e che tu sempre
Cerchi obliar? Quella strega dannata
Fu per molti misfatti e per infami
Malie, che troppo orribili ad udirsi
Sono, cacciata dalla patria sua.
E morte non le dier per una sola
Cagion che tu già sai. Non è la cosa
Così?

                        ariele.
       Così.

                       prospero.
                  Quell’orrida figura
Dagli occhi glauchi, condotta e lasciata
Fu qui pregnante; e tu d’un mostro tale,
Come or sei mio soggetto, eri lo schiavo.
Questo ho da te. Però la malïarda
Sdegnando tu (gentile e delicato
Troppo per eseguir le abbominande
Voglie sue) d’obbedirla, in un accesso
Di furore, e da Spirti, assai più forti

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Di te, soccorsa, ti ficcò nel fesso
D’un abete, e rinchiuso in quell’angusta,
Dolorosa prigion, per dodici anni
Torturato ti sei. Morì la strega
Lasciandoti confitto in quella pianta,
D’onde il gemito tuo, qual se la ruota
D’un mulin lo mandasse, il ciel ferìa
Senza posa. In quel tempo, e fin che il parto
Deponesse colei (schifoso e degno
Parto di strega) da vestigio umano
Segnata ancor quest’isola non era.

                        ariele.
Sì, Calibano, figlio suo.

                       prospero.
                                   Gli è quello
Ch’io dico, o capo scemo. Egli! suo figlio
Calibàno or mio servo. In quali strette
Eri allor ti sovvien? Faceano il lupo
Della selva ulular le disperate
Tue grida, e penetravano nel core
Fin dell’orse feroci. Era uno strazio
Per anime dannate, e Sicorace,
Pur volendo, impossente a liberarti
Stata saria. Quand’io qui posi il piede
E ti udii, l’incantato albero apersi
Coll’arte che posseggo, e fuor ti trassi.

                        ariele.
Gran mercè, Signor mio!

                       prospero.
                                      Se più borbotti

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Sparo tosto una quercia, e fra’ nocchiuti
Visceri vi t’inchiovo, e ti condanno
A gemere, a gridar per sette e cinque
Verni.

                        ariele.
                Grazia, maestro! Ogni tuo cenno
Vo’ con zelo adempir. Quanto è concesso
A noi Spirti di far, volenteroso
Farò.

                       prospero.
         Se il fai la libertà ti dono,
Col sol del terzo giorno.

                        ariele.
                                         Or riconosco
Il generoso mio Signor. Che brami?
Parla! che far degg’io?

                       prospero.
                                      Prendi la forma
D’una ninfa marina, e non ti vegga
Occhio uman fuori il mio. Vanne, eseguisci,
Poi qui torna di volo.
              (Ariele sparisce. A Miranda.)
                                      Apri le ciglia!
Lascia il dolce tuo sonno, anima cara.

                       miranda.
Quel tuo racconto prodigioso i sensi
M’abbuiò.

                       prospero.
                    Ti riscuoti, e Calibano

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Vieni meco a trovar; lo schiavo nostro
Che mai detto cortese a noi non volge.

                       miranda.
Un mal ceffo è colui. La sua presenza,
Padre mio, mi ributta.

                       prospero.
                                       E pur n’è d’uopo
Tenercelo qual è. Ci guarda il foco.
Ci raccoglie la legna, e buoni uffici
Ne presta. ― Schiavo, Caliban, rispondi!
Fango schifoso, dove sei?

                       calibano.
                     (fra le scene).
                                           T’ho messa
Legna al foco a bastanza.

                       prospero.
                                       Esci, ti dico!
Qui v’han per le tue braccia altre faccende.
Spicciati, tartaruga! Oh che! non vieni?
          (Apparisce Ariele in figura di ninfa marina.)
Bellissima apparenza, o grazïoso
Mio spiritello! Accostati! parlarti
Debbo all’orecchio.

                        ariele.
                                   Obbedirò, Signore
                        (Parte.)

                       prospero.
Sbuca, sbuca una volta, avvelenato
Serpe! Tu dal dimon nel ventre infame
Della strega tua madre ingenerato!

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                       calibano.
Il più tristo vapor che mai scopasse
Da putrido padul la madre mia
Con penne ai corbi dispiccate, inaffi
Voi due! Voi due l’infetto alito ammorbi
Dell’aria sciroccale, e di rodenti
Ulceri copra.

                       prospero.
                     Per l’augurio tuo
N’avrai, stanne sicuro, in questa notte
Granchi alle coscie e trafitture al fianco,
Da strozzarti il respiro; e fin che l’alba
Sorga, dovran gli Spirti, a cui l’incarco
Spetti, su te, ribaldo, affaticarsi.
Coi pungiglioni delle pecchie, fitti
Più che i fori dell’arnïe, le carni
Strazïar ti dovràn.

                       calibano.
                                   Dammi il mio pasto
Meridïano! ― L’isola che usurpi
È casa mia: da Sicorace io l’ebbi
Che mi fu madre, e tu me l’hai rapita.
Bene al primo tuo giungervi blandito
M’hai tu, trattato con amor; mi davi
Méscite infuse di soavi bacche.
E dei piccoli lumi e dei maggiori
Che splendono nel giorno e nella notte,
Seppi i nomi da te. Per ciò ti amava,
Per ciò di questo suol le occulte doti
Mostrandoti io venia, le amare e dolci

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Sorgive, i luoghi sterili e i fecondi.
Me dannato che il feci! Ogni schifosa
Malìa di Sicorace, upupe, rospi,
Scarabei, vipistrelli a voi d’attorno
Facciano un ballo. Or è lo schiavo vostro
Colui che di se stesso era sovrano,
E di più carcerato in questa rupe,
Mentre voi vi godete ogni altra parte
Dell’isola già sua.

                       prospero.
                                    Bugiardo schiavo!
La dolcezza non già, ma può la sola
Verga domarti. Ancor che laido fossi
Come tu sei, benevolo, amoroso
Non m’avesti tu sempre? e non ti tenni
Fin che mia figlia vïolar tentasti,
Sotto lo stesso tetto mio?

                       calibano.
                                            Lo avessi
Fatto io pur! Se venuto ad impedirmi
Non fossi tu, saria di Calibani
L’isola popolata.

                       prospero.
                                     Ah, sozzo aborto
Di natura! nessuna orma di bene
Imprimersi può mai nel tuo malvagio
Spirto di sole iniquità capace.
A parlar t’insegnai per solo impulso
Di pietà; nè passava ora del giorno
Che da me non sapessi alcuna cosa.

[p. 267 modifica]

Non che gli altri, a comprendere te stesso,
Crëatura selvaggia, eri impossente,
E qual bestia insensata un ululato
Dalla strozza mandavi. Al tuo pensiero
La parola io donai, perché potesse
Manifestarsi; ma quantunque istrutto,
Mutar la nequitosa indole tua
Non sapesti tu mai; tal che se’ reso,
Per chi privo non sia di sensi umani,
Insoffribile cosa. In questa roccia
Chiuso fosti a ragion, benchè castigo
Maggior di questo meritasti.

                       calibano.
                                              È vero.
M’hai dato il tuo linguaggio, e n’ebbi un bene,
Quel di poterti maledir. La lue
Te ne compensi.

                       prospero.
                                    Scostati, malnato
Germe di strega, e legna al focolare
Sollecito procaccia; io tel consiglio:
Poi far altro dovrai.... Ma che? ti stringi
Nelle spalle?... M’ascolta! Ove rifiuti
D’eseguir quanto impongo, o vi ti metti
Di mal volere, torturar le membra
Da granchi ti farò fin che le belve
Tremino a’ tuoi lamenti.

                       calibano.
                                    Ah no, non farlo!
                     (Fra sè e sè.)

[p. 268 modifica]

Obbedirgli m’è forza. È tale e tanta
La virtù di costui che fin Selèbo,
Dio di mia madre, soggiogar potria.
                     (S’incammina.)

                       prospero.
Non un detto di più! Rientra, o schiavo!
                (Parte con Miranda.)