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La tempesta (Shakespeare-Maffei)/Atto primo/Scena II

Atto primo. Scena II

../Scena I ../Scena III IncludiIntestazione 10 febbraio 2012 100% Teatro

William Shakespeare - La tempesta (1611)
Traduzione dall'inglese di Andrea Maffei (1869)
Atto primo. Scena II
Atto primo - Scena I Atto primo - Scena III

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La scena si muta in un dintorno dell’isola incantata

presso il padiglione di Prospero.


PROSPERO e MIRANDA


                       miranda.
                           Padre mio! se tanto
Levar coll’arte tua questi marosi
Sapesti, oh deh li appiana! Ardente pece
Piovere il ciel dovria, se fino al cielo
L’onda non s’avventasse, e quell’incendio
Non vi spegnesse. Oh come io fui trafitta
Dal dolor di que’ miseri! Una nave
Bella così, che certo in sè raccoglie
Nobili creature, in mille scheggie
Tutta quanta sfasciata!... Ah, quelle grida
Ben dolorosamente han rintonato
Qui nel cor mio! Perìr le sciagurate
Anime!... Se il poter d’alcun iddio
Fosse in me, pria che il mare inabissasse
Quella nave superba e gl’infelici
Che su lei veleggiavano, sepolto
Lo avrei nel centro della terra.

                     prospero.
                                             Il vano
Terror, figlia, allontana, e di’, tranquilla,

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Al pietoso tuo cor che male alcuno
Non n’è seguito

                       miranda.
                                 O giorno infortunato!

                       prospero.
Nessun mal, ti ripeto. Io ciò che feci,
Feci per te; per te, mia cara figlia,
Che non sai chi tu sia, che non conosci
Da qual germe io discenda, e me non credi
Che signor d’una misera capanna,
Nè maggior cosa il padre tuo.

                       miranda.
                                             Pensiero
Di più saperne io mai non ebbi.

                       prospero.
                                             È tempo
Che ne sappia di più. Vieni qui, la mano
Dammi e m’ajuta a togliermi di dosso
Il magico mantel.
                 (Depone il mantello)
                               Così. Per ora,
Arte mia, ti riposa. ― E tu rasciuga
Gli occhi, e calma il cor tuo. La orrenda scena
Di quel naufragio, figlia mia, che tanta
Pietà nel tuo gentile animo ha desta,
Con tal senno ordinai, con tal sagace
Provvedimento, che non pur nessuno
Di quella nave vi perì, ma torto
Non gli venne un capello, ancor che il grido
Di color ti ferisse, e andar sommersi

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Tu li vedessi. ― Siedi qui. Ti debbo
D’altre cose istruir.

                       miranda.
                                     Più volte a dirmi
Chi mi sia cominciasti, e sempre a mezzo
Hai tagliato il tuo dir con tal parola:
«L’ora ancor non è giunta;» e mi lasciavi
Preda a vani supposti.

                       prospero.
                                      È giunta l’ora,
Miranda, e che l’orecchio a me tu schiuda
Vuole il momento. L’obbedisci, e nota
Quanto or or ti dirò. Puoi rammentarti
Del tempo che precesse al nostro arrivo
Su quest’isola, o figlia? Appena il credo,
Perchè trienne tenera bambina
A quel tempo eri tu.

                       miranda.
                                       Me ne rammento
Signor.

                       prospero.
                  Che, figlia mia? d’altro soggiorno,
D’altre persone ricordar ti puoi?
Or ben, dammi un’immagine di quanto
Vivo hai tu nella mente.

                       miranda.
                                    È quasi un’ombra
Lontana, è quasi un sogno, anzi che vera
Cosa, ciò che al pensiero ancor mi parla.

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Quattro femmine o cinque a’ miei servigi
Non attesero un giorno?

                       prospero.
                                        E più di cinque,
Figlia. Ma come avvien che fresca tanto
La memoria ti duri? Ed oltre a questo,
Dimmi, che vedi tu nel cieco abisso
Della età che trascorse? Ove ti sappia
Di cose sovvenir pria che raccolti
Quest’isola ne avesse, il modo io penso
Presente ti sarà del nostro arrivo.

                       miranda.
Ciò presente non m’ è.

                       prospero.
                                     Son dodici anni,
Dodici, figlia mia, che il padre tuo
Di Milano era duca, ed un potente
Principe.

                       miranda.
                           Che di’ tu? Non mi saresti
Padre, o signor?

                       prospero.
                          Tua madre (un vero specchio
Di virtù) ti dicea la figlia mia:
Suddito di tuo padre era Milano,
E tu l’unica erede e principessa
Nè più nè men.

                       miranda.
                        Gran dio! Qual tratto indegno

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N’ha cacciati di là? Ma buona forse
Fu per noi tal vicenda?

                       prospero.
                                      E buona e trista,
Tu l’hai detto, Miranda: un tratto infame
Ne bandì da Milan, ma qua condotti
Fummo da sorte avventurosa.

                       miranda.
                                               Oh come,
Come sanguina il cor della tua figlia
Pensando, padre mio, di quante cure,
Che non so ricordar, ti fu cagione!
Segui, deh segui!

                       prospero.
                            Antonio (è questo il nome
Di mio fratello e di tuo zio...) Da’ retta,
Figlia, e saprai qual’anima perversa
Nascondesse un fratel; nè v’era, il credi,
Dopo te, crëatura in questo mondo
Che più cara mi fosse. Io dello Stato,
Fra’ maggiori in quel tempo, alle sue mani
Commisi il freno; e Prospero de’ prenci
Tenea, per dignità, per grande amore
Dell’arti a cui si dava, in cui vivea,
Senza eguali la cima. Io sul fratello
Tutto il peso carcai del reggimento,
E ne’ magici studi ognor sommerso,
Alle cure del regno uno straniero
Quasi mi feci. Il tuo perfido zio....
Mi ascolti tu?

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                       miranda.
                               Sì, padre; e con orecchi
Attentissimi.

                       prospero.
                               Appena egli ebbe appreso
Quando grazie impartir, quando negarle,
Quando alcuni elevar, quando abbassarli,
Perché troppo non salgano, clienti
Si creò de’ miei servi, or con trasporli
Di seggio, or con locarli a novi offici.
E poi ch’ebbe de’ servi e de’ servigi
La chiave in mano, i cuori tutti ai toni
Del suo core accordò; tanto che, in breve,
Edera parassita, al principesco
Tronco mio si contorse, e fuor n’emunse
Tutto il succo vital. ― Tu non mi ascolti,
Figlia; bada, ten prego.

                       miranda.
                                  È quanto io faccio,
Signor.

                       prospero.
                       Continua dunque ad ascoltarmi.
E mentre dal pensiero ogni altra cosa
M’uscìa, sol vago d’affinar lo spirto
Nella mia solitudine tranquilla,
Ciò che più, molto più del popolare
Plauso apprezzava, si destàr nel petto
Del mio falso fratello inique mire,
Cui la cieca mia fede, e pari a quella
Che darebbe una madre al proprio figlio,

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Veniagli alimentando. Inganno enorme
Quanto la sicurtà che in lui riposi!
Poi che del mio poter, de’ miei dominj,
De’ miei tributi mi spogliò, si rese
Simile all’uom che, detta e poi ridetta
La menzogna medesma, alfin trasforma
In peccatrice la memoria, e vera
Crede la propria favola egli stesso.
Lungamente così nel mio ducale
Scanno seggendo, si credette alfine
Non già l’usurpator, ma il vero duca.
Questo esercizio del poter sovrano
E de’ miei privilegi assai n’accrebbe
L’albagia. ― M’odi, o figlia?

                       miranda.
                                      A sordi orecchi
Dar potresti l’udito

                       prospero.
                                       A tor di mezzo
Gl’inciampi che temea dall’uomo istesso,
Di cui perfidamente esercitava
La mal fidata autorità, propose
Farsi pieno signor del mio ducato;
E dovean quattro mura, ove sepolti
Stavano i miei volumi, essermi un regno
Vasto a bastanza, com’io più non fossi
Del reggimento temporal capace.
Patti col re di Napoli egli strinse
Per febbre ardente di poter; prestargli
E tributi ed omaggi a lui promise,

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Far suddita sommessa alla corona
Di quel prence la sua, vassallo in somma
Il mio libero stato!... A qual vergogna,
Sciagurata Milan, ti sottopose!

                       miranda.
Bontà del cielo!

                       prospero.
                                 Or sèntine i convegni,
E quanto ne seguì: poi di’ se quegli
M’era fratel.

                       miranda.
                                Saria non lieve colpa
Sospettar di tua madre. Un tristo frutto
Da buona pianta germogliò.

                       prospero.
                                             Ne senti
Dunque i convegni. Il re che m’era avverso,
Per antico livor, con lieto volto
Annuì del fratello alla proposta,
E fu: che per l’omaggio e pel tributo
(Non so di qual gravezza) il re dovesse
Cacciar me dal ducato e tutti i miei;
Poi la bella Milano ed ogni onore
Signoril conferirgli. Al reo disegno
Fu raccolto un drappel di gentil armate,
A cui, come fu giunta a mezzo il corso
La notte che fissar, tuo zio dischiuse
La porta di Milano, e que’ ministri
Del suo misfatto, nel terror del bujo

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Notturno, han me ghermito e te bambina
Tutta in lacrime

                       miranda.
                                   Dio! Giacchè ricordo
Non ho più di quel pianto, or vo’ di nuovo
Piangere, o padre. Un arcano presagio
Le lacrime mi spreme.

                       prospero.
                                         Ancor per poco
M’odi attenta, o Miranda, e la mia voce
A ciò ti condurrà che t’è mestiero
Saver, però che vano il mio racconto
Altrimenti sarìa

                       miranda.
                                       Perchè la vita
Non ne han tolta coloro?

                       prospero.
                                         Un’assennata
Dimanda, a cui rispondo. All’opra iniqua
Dare un tal fine non osàr, chè troppo
Il popolo mi amava, e d’una bella
Vernice coloriro il lor disegno.
Come n’ebber gittati in uno schifo,
N’han fatti tragittar due buone leghe
Di mare, ove una logora caracca
N’attendea, che di gomene, di vele
E d’alberi era priva. I topi istessi
Ne avea cacciati la paura. In quella
Ci posero a ferir di grida il mare,
Che mugghiando parea ne rispondesse,

[p. 254 modifica]

Ed a volgere al vento i dolorosi
Nostri sospiri, che de’ suoi con viva
Pietà ci ricambiava, e ci venia
Con amor carezzando.

                       miranda.
                                      Oh quale impaccio
Stata allor ti sarò!

                       prospero.
                                        Tu, tu mi fosti
Un cherubino salvator. Dal cielo
Spirata, o figlia mia, tu sorridevi
Mentre un pianto amarissimo dagli occhi
Mi cadea giù nel mare, e vinto, oppresso
Dal dolor mi sentìa. Quel tuo sorriso,
Figlia, m’invigorì, mi die’ costanza
A sostener con animo securo,
Qualunque fosse, il mio tristo destino.

                       miranda.
E come, padre mio, tirarci a spiaggia
Potemmo noi?

                       prospero.
                              Fu dio che ne soccorse.
Provveduti eravam d’alcuni cibi
E d’acqua dolce. Un nobile signore
Napoletan, Gonzalo, a cui la trama
Venne affidata, per pietà forniti
N’avea di tali cose, e d’altre ancora
Necessarie alla vita, e che non poco
Ne giovàr. Poi sapendo il grande amore
Ch’io portava agli studi, a questo aggiunse

[p. 255 modifica]

Parecchi libri che levati avea,
Con gentil pensier, da’ miei scaffali.
Libri che più pregevoli mi sono
Del mio stesso ducato.

                       miranda.
                                          Oh lo potessi
Veder quell’uomo cortese!

                       prospero.
                                        In piè mi levo,
Tu seduta rimani, e dei travagli
Che sul mar tollerammo il fine ascolta.
Quest’isola ne accolse, e qui mi feci
Tuo maestro, o Miranda, e t’educai
Meglio che molti principi non fanno
Dati all’ozio, ai diporti, e non curanti
Di vegliar sulla prole.

                       miranda.
                                     Il Ciel ti possa
Rimunerar!... Ma, dimmi, a quale intento
tanta rabbia di flutti in mar levasti?
Dimmelo, padre mio, perchè tremarmi
Sento il cor tuttavia.

                       prospero.
                                  T’appago, o figlia.
La mia buona fortuna, or diventata
Mia gentil protettrice, a questa piaggia
Per un evento singolar condusse
Que’ miei tristi nemici, ed antevidi
Che da un astro, o figliuola, a noi benigno
Pende in quest’ora il mio zenit; ma quando

[p. 256 modifica]

Nel valermene indugi, eternamente
La fortuna mi sfugge. ― Altre dimande
Non farmi. Hai sonno; lo seconda, o figlia;
Resistergli non puoi.
                   (Miranda si addormenta.)
                                    Vieni, o mio servo;
Vieni, io ti aspetto; accostati, Ariele;