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V. L'Orlando Furioso - 10. Bradamante e Ruggiero

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i0. — Bradamante e Ruggiero.

Addio alle battaglie, alle guerre, a’ duelli. Vi presento un’altra parte del poema ariostesco. V’ho parlato d’un doppio ciclo cavalleresco, che il poeta annunzia di riunire fin dal principio. «Le donne, ecc....» Per meglio comprendere quest’altra faccia del poema ricordatevi la differenza dell’epico e del cavalleresco. Epico: le forze individuali sciolte e operanti ciascuna per proprio conto. Nell’epico avete il poema; nel cavalleresco il romanzo. Nell’Ariosto il poema sorge magnificamente e poi va a sciogliersi nel romanzo, e questo spicca specialmente dopo la morte d’Agramante, quando il poema è conchiuso, e si prolunga in un romanzo idillico. Questo modo di terminare mostra la tendenza dell’Ariosto. Il fondo di questo romanzo è ancora [p. 148 modifica]cavalleresco, ma diviene il cavalleresco dell’anima. La Cavalleria per l’Ariosto è un po’ come la religione: modifica, informa tutto l’uomo. Nel Cervantes non c’è che il solo cavalleresco guerresco. In che è posto il cavalleresco del sentimento? Ogni sentimento impossessandosi dell’uomo è infinito, richiede l’olocausto di ogni altra passione: non ammette partecipazione. Come la forza fisica è spinta nella cavalleria fino all’assurdo, così il sentimento fino all’infinito, fino all’esclusivismo. Gli antichi poeti hanno sempre espressi sentimenti semplici: la scena più commovente d’Omero, l’addio d’Andromaca e d’Ettore, è commoventissimo perché esprime tutti que’ sentimenti semplici. In seguito i sentimenti vanno raffinandosi a poco a poco: le situazioni così ingenue degli antichi non soddisfano più ne’ tempi moderni. Come si raffinano? contrapponendoli. La lotta de’ sentimenti costituisce l’interesse poetico, e si chiama antitesi. L’antitesi non esisteva nell’antichità. L’antitesi comparisce nelle parole, nelle frasi, nello stile, nelle conversazioni. Le antitesi sono comparse primamente fra gli spagnuoli. Fra loro è primo comparso questo rigoglio d’antitesi. Basterà citare il Cid, l’amore e l’onore messi in contrasto. Il primo italiano che abbia introdotto l’antitesi nel cavalleresco è Boiardo: ricordatevi l’esempio di Iroldo e Prasildo. L’Ariosto ha generalmente usate situazioni semplici, tranne che alla fine del poema, nell’episodio di Bradamante e Ruggiero.

Questi erano fidanzati fin dal principio del poema; ma, durante tutto il poema, si fa un po’ come a gatta cieca. Se qualche volta s’incontrano, tornano a perdersi di vista ben presto. Ma, finito il poema, battezzato Ruggiero e promessagli Bradamante da Rinaldo, sorge il romanzo.

Leone domanda Bradamante in isposa, ed Amone gliel’accorda. Qui comincia la situazione del romanzo. Leone ha per lui Amone, Ruggiero ha Rinaldo. Ruggiero s’arma, s‘ incammina per uccidere Leone. Sconfigge i Greci che sconfiggevano i Bulgari, i quali lo proclamano re. Ruggiero, perseguitando Leone, cápita in una cittá greca, dov’è riconosciuto, è sorpreso in letto ed imprigionato. La zia di Leone vuol che muoia perché le [p. 149 modifica]aveva ucciso un figlio. Ma Leone lo libera senza sapere che fosse Ruggiero. Ruggiero se gli offre: nasce già la collisione in Ruggiero. In questo frattempo Bradamante dichiara che accetterà chi le potrebbe stare a fronte un giorno intiero. Ruggiero è pregato da Leone di combattere Bradamante per lui. L’amicizia di Ruggiero è posta in lotta con l’amore. Bradamante è vinta da Ruggiero, che, dopo, abbandona Leone. Sono entrambi disperati. Una fata s’interessa a loro, perché da loro dovea nascere il cardinale Ippolito d’Este. Melissa conduce Leone da Ruggiero, che gli confessa la verità. Leone gli cede Bradamante, lo conduce innanzi a Carlomagno, e nasce il matrimonio.

Il centro del racconto è il duello fra Bradamante e Ruggiero. Momenti poetici: il lamento di Bradamante, di Ruggiero, la loro disperazione. In che modo se n’è saputo cavare l’Ariosto! Questo momento è straziante. O Ruggiero conceda o conservi Bradamante, proverete sempre strazio. In Ariosto, non v’è strazio, ma meraviglioso. Ride sempre sotto a’ baffi; rimanete sempre nel puro campo dell’immaginazione.

Ruggiero lascia tacitamente Bradamante per uccidere Leone: Bradamante ondeggia fra il timore e la speranza. Non vi strazia; si lamenta, facendo de’ paragoni. Si paragona all’avaro che teme sempre che il suo tesoro gli sia rubato. Entrata in questa via, continua a far paragoni, paragona sé alla terra, Ruggiero al sole; eccetera.

Cos’è questo lamento? Una specie di variazione sopra una sola melodia: — «Deh torna a me, Ruggiero!»— . Un solo sentimento semplice con mille variazioni. Non v’è niente di serio nella mente di Bradamante.

Viene la situazione drammatica del racconto, il duello. Vi ricordate il duello di Tancredi e Clorinda. Qui sapete che non vi sarà nulla di serio, ch’è un assalto di scherma. Questo racconto ci raffredda perché ci vediamo uno scopo cortigiano. Che importa, direte, lo scopo? Nell’Ariosto il fine penetra ne’ fatti. È sempre preoccupato delle lodi degli Estensi. Ed è stato punito. Dacché le ficca, divien noioso, illeggibile. Aggiungete che tutto ciò che riguarda gli Estensi è prosaico: noi saltiamo tutti [p. 150 modifica]questi squarci. Per vedere fin dove offenda il nostro senso morale, udite come parla di Lucrezia Borgia.

Che ti dirò della seconda nuora,
Succeditrice prossima di questa?
Lucrezia Borgia, di cui d’ora in ora
La beltá, la virtú, la fama onesta,
E la fortuna crescerá non meno
Che giovin pianta in morbido terreno.

L’Ariosto non trascura occasione per incensare gli Estensi, ma tutto questo ci rimane indifferente, quantunque aduli spiritosamente, e sia inesauribile nel modo di lodarli. Che non solo queste adulazioni interrompono la tela epica, ma sono invenzioni badiali, non ci prende interesse come il Tasso; si ride sotto i baffi della famiglia d’Este, scappellandosi fa loro le fiche. Era trattato indegnamente e se ne risentiva. Queste lodi ci riescono interessanti quando vi si interessa, e questo rende tanto ricordevole il principio del canto XLVI.

È giunto all’ultimo canto. Credeva interminabile il lavoro: temeva di morire prima di compierlo, di morire prima d’acquistar fama. Gibbon aveva lavorato circa venti anni alla sua Storia, ed ha scritto sul suo giornale nel punto di finirla:

Il giorno, o meglio la notte del 27 giugno 1787, tra le undici e mezzanotte, scrissi l’ultima linea della mia ultima pagina in un chiosco del mio giardino. Deposta la penna, feci parecchi giri in un viale coperto di acacie, donde la vista si estende sulla campagna, il lago e le montagne. L’aria era dolce, il cielo sereno, il disco argenteo della luna si rifletteva nelle acque del lago, e tutta la natura era immersa nel silenzio. Io non dissimulerò le prime emozioni della mia gioia in questo momento che mi rendeva la mia libertà, e forse avrebbe stabilito la mia fama; ma i movimenti del mio orgoglio si calmarono subito, e sentimenti, meno tumultuosi ma più malinconici, s’impadronirono della mia anima, quando io pensai che stavo per prender congedo dell’antico e piacevole compagno della mia vita e che, a qualunque età sarebbe pervenuta la mia Storia, i giorni del suo storico non potevano essere ormai se non molto brevi e precari.

[p. 151 modifica] Termina la sua Storia con un gemito. L’Ariosto meno sentimentale manda un grido d’allegrezza: si sente le spalle più leggere. Qui sentiamo l’uomo e prendiamo interesse. Sentiamo l’uomo che ha terminato il suo lavoro.

Un uomo, sepolto in un simile lavoro per tanti anni, non appartiene al mondo. Si considera separato dal mondo reale, come un viaggiatore che ritorna, che rientra fra contemporanei. Ritorna sopra una piccioletta barca, i suoi amici gli muovono incontro sul lido, è in cospetto della sua Ferrara che temeva di non mai rivedere.

Tutti corrono sul lido per incontrare il loro glorioso cittadino e salutarlo con grida. È una delle più amene, più fantastiche e più vere scene del poema:

     Or, se mi mostra la mia carta il vero,
Non è lontano a discoprirsi il porto;
Si che nel lito i voti scioglier spero
A chi nel mar per tanta via m’ha scorto;
Ove, o di non tornar col legno intero
O d’errar sempre, ebbi giá il viso smorto,
Ma mi par di veder, ma veggo certo,
Veggo la terra e veggo il lito aperto.
     Sento venir per allegrezza un tuono,
Che fremer l’aria e rimbombar fa Tonde;
Odo di squille, odo di trombe un suono
Che l’alto popular grido confonde.
Or comincio a discernere chi sono
Questi ch’empion del porto ambe le sponde.
Par che tutti s’allegrino ch’io sia
Venuto a fin di cosí lunga via.

Sono le due più belle ottave di questa immaginazione. Ha raccolti sul lido tutti i piú illustri italiani del tempo; è un turibolo pieno d’incenso agitato in favore di tutta quella gente, di tanti vermi. Perché possiate sentire come tanti, che oggi sono grandi, domani saranno ignoti, sentite i giudizi dell’Ariosto. Mette insieme Cappello, affatto ignoto, e Bembo; mette in fascio Pico della Mirandola e un Pio, che nessuno conosce. [p. 152 modifica]Non solo questa galleria ci ributta per la confusione, ma per la mancanza di grandi uomini.

Ecco come parla di Bembo:

Bembo, che ’l puro e dolce idioma nostro,
Levato fuor del volgare uso tetro.
Qual esser dee, ci ha col suo esempio mostro.

Si vede uno scolare che ammira il maestro.

Ma passi Bembo. Parlando di un altro:

E quegli che ci guida ai rivi Ascrei
Mostra piano e piú breve altro cammino,
Giulio Camillo...
Chi conosce Giulio Camillo? Fu un pedante, e l’Ariosto pretende che gli abbia insegnato poesia. Non v’è che un sol movimento poetico. Viveva in quei tempi Sannazaro, che godeva fama immensa. Un barbaro tedesco fece un viaggio a Roma per vedere il volto di Tito Livio. Ariosto desidera parimente di vedere Sannazaro e lo riconosce sul lido
E quel che di veder tanto desio,
Iacobo Sannazar, ch’alle Camene
Lasciar fa i monti, ed abitar l’arene.
Per farvi gustare questa poesia, vi ricorderò il limbo di Dante, che è un Pantheon di tutti gli antichi, che son tanto grandi, appena nominati, ci fanno fremere: «Cesare armato con gli occhi grifagni»; «il Maestro di color che sanno»; «il signor dell’altissimo canto. Che sopra tutti come aquila vola». È il mondo moderno ancor piccolo, inginocchiato innanzi agli antichi. L’Ariosto avrebbe dovuto guardare meno ai contemporanei: doveva farsi accogliere dai grandi uomini, e non da tante bestie!