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Italia - 29 ottobre 1937, Discorso per l'inaugurazione della città di Aprilia

Benito Mussolini

1937 D discorsi Discorso per l'inaugurazione della città di Aprilia Intestazione 2 settembre 2014 75% Generale

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INAUGURAZIONE DELLA CITTÀ DI APRILIA


Sulla civica torre di Aprilia sventola il tricolore: è il 29 ottobre 1937-XVI; il Duce inaugura il nuovo comune che il Fascismo ha fondato nell’Agro Pontino. Salutato dall’intera popolazione, il Capo visita gli edifici, assiste, nell’interno della Chiesa, alla Benedizione e al rito inaugurale; consegna i premî alle 1921 famiglie coloniche che si sono distinte durante l’anno XV nelle opere di bonifica; quindi sale sull’arengo, e così parla:


Camerati Contadini!

Io comincio il mio discorso col rivolgervi una domanda: la vostra memoria è buona?

(La folla risponde entusiasticamente. «Sì! Sì!»).

Voi allora ricorderete che un giorno io venni qui, montai su un trattore, tracciai un perimetro e annunciai che Aprilia si sarebbe inaugurata il primo giorno dell’anno XVI dell’Era fascista.

Ciò è matematicamente avvenuto e fra tutti i Comuni sorti sull’Agro Pontino io vi confesso di nutrire una sfumatura di simpatia per Aprilia, perchè Aprilia fu fondata durante il periodo della vittoriosa guerra africana, il giorno centosessantesimo dell’assedio economico.

(La folla urla la sua indignazione).

Mi accorgo anche da questo vostro urlo che avete buona memoria. Con Aprilia siamo giunti alla quarta tappa del nostro cammino. Quando nell’aprile del 1938 avremo fondato Pomezia, che inaugureremo il primo giorno dell’anno diciottesimo dell’Era fascista, potremo dire di avere vinto questa guerra, potremo dire di avere compiuto in appena un decennio quello che fu invano tentato durante venti secoli.

C’era tra l’Italia Centrale e quella Meridionale una lacuna e dal punto di vista dell’agricoltura e dal punto di vista della popolazione.

Questo vuoto è colmo. Là dove non vivevano che pochi pastori, oggi vivono 60.000 abitanti, tutti contadini, tutti fedeli alla terra, pionieri meritevoli perciò di essere posti ancora una volta all’ordine del giorno dell’intera Nazione.

Quello di oggi è un rito particolarmente solenne, gioioso e pacifico. Poiché il popolo italiano desidera di essere lasciato al suo lavoro intensissimo nelle terre della Madre Patria e in quelle dell’Impero.

È nell’interesse di tutti che questo lavoro non sia minimamente turbato. Poiché io conosco bene i rurali d’Italia e so che essi sono sempre pronti a far zaino in ispalla e cambiare la vanga col fucile.

(La moltitudine grida con una sola voce: «Sì!»).

Desidero anche aggiungere che gli interessi dei coloni saranno rigorosamente rispettati. Noi vogliamo, desideriamo che in un periodo di tempo il più breve possibile i coloni diventino proprietarî di quella terra che essi fecondano col loro sudore.

È tenendo ferma questa solida base rurale e ostacolando lo sviluppo malsano delle grandi città che noi conserveremo i rapporti normali ed equilibrati fra le diverse classi della popolazione ed avremo sempre un popolo forte e arbitro dei suoi destini.


Camerati rurali di Aprilia, di Pontinia, di Littoria e di Sabaudia!

Voi potete contare sulla mia simpatia: è la simpatia di un uomo che ha l’orgoglio di dirvi che nelle sue vene scorre il sangue di autentici rurali.