Il Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai/Parte I/Capitolo IV

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CAPITOLO IV.

Delle Provincie possedute da i Re Cattolici nell’America Meridionale, e del genio e de i costumi de’ barbari Indiani, che vivono in libertà.


HAnno i Monarchi delle Spagne diviso il gran Continente, che si stende dalle montagne del Perù e del Chile fino al Brasile, in quattro principali Provincie o Governi, cioè nella Terra Magaglianica, nel Tuvuman, nel Paraguai, e nel Rio della Plata. Sotto questi governi suddivisi si truovano quei del Ciaco, di Paranà, di Guairà, e di Uruguai. Quanto alla Magaglianica, cioè a quella parte, che è più Meridionale di questa America, e che si stende dal Settentrione fino al Mezzodì per quasi mille miglia, terminando in punta allo Stretto di Magaglianes, a cui diede il nome Ferdinando Magaglianes primo a scoprirlo, e primo a passare in nave per colà nel Mare del Sud, o sia del Perù: questo Paese è abitato dai Patagoni, Popoli di statura gigantesca, robustissimi, selvatici, e fieri, e tutti involti nelle tenebre dell’Idolatria, o senza Religione, non essendo finquì potuta penetrar colà, o allignarvi la Fede di Gesù Cristo. Nè gli Spagnuoli, quantunque se ne attribuiscano la signoria, vi stendono punto la loro autorità. Uno o due Forti da loro piantati allo Stretto poco fa nominato, [p. 29 modifica]andarono ben presto in rovina a cagione del freddo, e della mancanza di viveri. Per altro nè pure a quel paese, tuttocchè patisca de i rigorosi verni, mancano buone pasture, selve, animali, ed altri comodi: e sopra tutto vi è abbondante la pesca: laonde abitato e coltivato che fosse da gente industriosa e civile, si può credere che riuscisse più utile e delizioso di molti de’ paeai posti al Settentrione dell’Europa. Felice Provincia si è da dire quella del Tucuman, situata alla parte Occidentale del Paraguai verso il Mezzo dì, perchè d’aria temperata e sana, e di terreno per lo più assai fertile, e non inferiore in molti luoghi a i migliori d’Europa, benchè in altri sterile e deserto. Scorrono quivi due Fiumi assai ricchi d’acque, cioè il Salato, e l’Esterro, abbondanti di pescagione, e che inondano le campagne vicine nella stagion delle pioggie, le rendono atte a produr copiose raccolte di maiz, di riso, d’orzo, e d’altri legumi. Per la bontà de’ pascoli, quivi a maraviglia si moltiplicano i buoi, le pecore, i cervi, ed altri animali, con esservisi perciò introdotto un gran lavoro di tele di lana, e di bambagia. Havvi anche una suntuosa miniera di sale cristallino, pernici, e colombi senza fine con altri doni della natura, ch’ io tralascio. Tre Città hanno ivi fondate gli Spagnuoli, cioè San Giacopo l’Esterro, che è Vescovato, San Michele, e Cordova; nella qual’ ultima, i PP. del la Compagnia tengono pubblica Università, concorrendo a questa da tutto il Tucuman que’ giovani Spagnuoli, che bramano d’essere istruiti nelle Scienze. Altre picciole Colonie Spagnuole, che portano anche il nome di Città, si truovano in questa Provincia, cadauna lungi per l’ordinario dall’altra cento, ducento, trecento ed anche più miglia. [p. 30 modifica]

Nelle Provincie appellate del Paraguai e Rio della Plata, che anche più della precedente sono stimabili, si contano quattro Città principali Spagnuole, cioè l’Assunzione, Capitale del Paraguai, ornata di Vescovo, Buenos Ayres Capitale del Rio della Plata anch’ essa Vescovato, Santa Fè, e Corrientes. E’ distante l’Assunzione da Santa Fè circa secento miglia; e Santa Fé ducento settanta da Buenos Ayres. Altre picciole Città, o Colonie di Spagnuoli, si truovano nel Paranà, e nell’Uraguai; Provincie anch’ esse abbondanti di assaissimi beni, e che maggiormente ancora sentirebbono i privilegi della Natura, se vi s’introducessero le maniere tutte dell’Agricoltura Europea. Certo é, che un’Idea grande della forza e bontà di que’ terreni sono gli stessi foltissimi boschi, che si truovano in varie parti, e le vastissime erbose campagne poste fra Buenos Ayres e Cordova, dove in sì mirabil copia si è moltiplicata la razza de’ cavalli, e buoi Selvaggi, che supera la nostra credenza. Pur questa una proprietà dell’una e dell’altra America, e lo so anche da persona, che per più anni al Servigio del Re Cattolico visitò molte parti della Settentrionale: cioè che le Bestie facilmente abbandonano i lor padroni, e vanno a cercare la libertà nelle selve e foreste, che ivi son copiosissime, perchè le terre lasciate senza coltura si convertono in boschi. Quivi, dico, non meno i Cavalli, che i Buoi, propagano à maraviglia la loro specie, non ostante la gran copia di Lioni, delle Tigri, de gli Orsi, e de’ Cani e Gatti, anch’essi fuggiti, e divenuti selvaggi, e d’altri feroci animali, che loro fan guerra continua. Qual caccia ancora (caccia quasi incredibile) ne facciano gli abitanti, si conoscerà dalle Lettere del [p. 31 modifica]suddetto P. Gaetano Cattaneo da Modena Sacerdote della Compagnia di Gesù, che passò a quelle Missioni nell’Anno 1729. scritte al Signor Giuseppe suo Fratello, e che si leggeranno quì in fine. Intanto è da avvertire, che quantunque si sia detto, avere gli Spagnuoli alcune Città, e varie Colonie piantate nelle Provincie suddette: pure la piena lor signoria ed autorità non si stende ad un bello, e continuato distretto, come è in uso delle Città d’Europa. Fra l’una e l’altra Città, per cagione spezialmente della gran distanza, abitano anche popolazioni Indiane, le quali o tuttavia conservano nemicizia co i Cristiani, o pure vivono con essi in pace, ma senza voler loro assuggettarsi per li motivi, che si diran fra poco. O pur vi si truova deserto il paese, perchè gli Spagnuoli per paura de’ nemici Selvaggi, e i Selvaggi per timore de gli Spagnuoli, non osano di piantar’ ivi abitazione. Innumerabili poi tuttavia son gli altri Popoli, che lontani dal commerzio d’essi Spagnuoli seguitano a godere dell’antica lor libertà: libertà nondimeno miserabile, perchè l’ignoranza e la brutalità, in cui sono immersi, e il pessimo costume non ne lascia lor profittare in bene. Quei solamente, che hanno abbracciata la Religione di Cristo, son da dire Sudditi, se non anche Schiavi de gli Spagnuoli, o pure ne son Tributarj: de’ quali ultimi appunto spezialmente io son per trattare.

Prima nondimeno di farlo, convien parimente conoscere, qual sorta d’uomini sieno gl’Indiani dell’America Meridionale tuttavia liberi e selvaggi, per intendere, quali ancor fossero gli altri, che oggidì professano la Cattolica Romana Religione, e pagano tributo a i Monarchi delle [p. 32 modifica]Spagne. Già abbiam detto, trovarsi per così dire Popoli senza numero, buona parte tuttavia non conosciuti, nel vastissimo tratto dell’America Meridionale, che si stende a migliaja di miglia in lunghezza, e larghezza. Potrei recarne qui un gran catalogo con de i nomi strani, ma non credo che importi a i Lettori. Quivi niun Re, e d’ordinario nè pure alcun Principe, e nè pure Repubblica alcuna stabile si conta, a differenza dell’altre parti del Mondo. Niuna Legge ne i più di que’ Popoli, niun regolamento fisso pel governo civile e per la giustizia, mai vi si osservò, attribuendosi ogni persona e famiglia la libertà, ed abborrendo la servitù. Tuttavia perchè questa libertà non può lungamente sussistere per le discordie interne, e per le insolenze o guerre de’ vicini: la necessità ad essi ha insegnato di formar tra loro qualche unione, e di eleggere un capo, a cui danno il nome di Cacique, che noi diremmo Capitano o Comandante, senza nondimeno assuggettardi ordinariamente a lui come a Padrone, ma prendendolo come Padre e Direttore. A. questo ufizio sogliono essi scegliere il più valoroso, e quanto più questi acquista credito nelle guerre co i vicini, tanto più suol crescere quella popolazione, di modo che talvolta un Cacique arriverà ad avere sotto di sè cento Famiglie. Pretendono i Missionarj, che v’abbia non pochi Stregoni fra questi Comandanti, i quali si facciano temere coll’adoperar segretamente le malìe contro i disubbidienti, giacché nol possono per via di regolata giustizia: altrimenti correrebbero rischio di restare abbandonati dal Popolo, se volessero caricar la manno. Danno costoro ad intendere a quella buona gente di aver subordinate a i lor cenni le Tigri e le tempeste [p. 33 modifica]contra di chi non vuol’ ubbidire, e molti lo credono al mirare talvolta i minacciati consumarsi a poco a poco come tisici, e mancare di vita, verisimilmente per veleno segretamente lor dato. Aggiungono essi Missionarj, che per arrivare a questo comando, anche ivi molto desiderato, ricorrono i pretendenti a qualche Mago, che conducendoli ne’ boschi dopo averli unti con grasso d’animali, e fatto fare più d’una carriera, gl’introduce all’udienza del Diavolo, il quale visibilmente veggono, e con cui parlano. Se noi crederemo, che tutte quelle sieno ciurmerie di que’ creduti Maghi, forse coglieremo meglio nel segno. Solamente sulla relazione altrui, rapportano que’ buoni Religiosi le visite, di que’ neri Spiriti.

Ma quelle pìcciole Repubbliche, o popolazioni, con quanta facilità si compongono, con altrettanta si sciolgono, perchè ognuno è signor di se stesso, e per ogni anche lieve disgusto, si ritira l’uno dall’altro, passando in altro paese, e sotto altro Cacique. E ciò perchè quel che lasciano in un luogo, siccome pochissimo, tosto lo truovano in un’altro. Cioè le lor case non sono che miserabili capanne ne’ boschi, composte di frasche d’alberi, o di canne, l’una presso l’altra, ma senza alcun’ ordine e distinzione. La porta d’ordinario è sì bassa, che bisogna entrarvi carponi; e di sì bella architettura non san rendere altra ragione, se non che lo fanno per difendersi dalla molestia delle mosche, zanzare, ed altri insetti, de’ quali abbonda il paese ne’ tempi delle pioggie; siccome ancora affinché i nemici non possano di notte tirar loro delle freccie: il che sarebbe inevitabile, se le porte fossero più grandi. Costa poco il rifare altrove somiglianti [p. 34 modifica]palagi. A pochi vasi poi di terra si riducono tutte le lor massarizie. E quanto al terreno, dovunque vanno, ne truovano quel che vogliono per coltivarlo, perchè in gran parte di que’ paesi non è fisso il dominio delle terre, e queste sono de gli occupanti. Dissi di coltivare, benchè fra quegl’Indiani assaissimi ve n’ha, che non seminano, nè coltivano in alcuna guisa la terra, perchè troppo loro incresce quella fatica; nè tampoco attendono al mantenimento necessario per li bifogni dell’avvenire, perchè son voracissimi, consumando perciò molti d’essi in poco tempo quanto hanno, come se non dovessero arrivare al domani. Sostentano dunque essi la vita colla pescagione, colla caccia, e colle frutta, e col miele, che spontaneamente somministrano loro le selve, e colle radici, che vengono dalla terra. V’ha de’ boschi sì pieni di Cervi, di Cignali, e d’altri animali, che non ci vuol molto a farme buona provvisione: siccome ancora de i Laghi abbondanti di pesci, e pesci assai corpulenti. Questo ancora è un de i motivi, per li quali coloro stan poco uniti, nè tengono stabile il domicilio in un luogo, perchè obbligati dal bisogno a mutar territorio, per trovare in nuovo paese maggiore abbondanza di pesci, d’animali, e di frutta selvatiche, delle quali la natura è più liberale in que’ paesi che in molte altre Provincie. Per altro i pi ù di que’ Popoli piantano e coltivano il Maiz, e seminano la Manioca per coglierne le radici, con cui le donne formano poi la polenta, e la Ciccia loro bevanda. E questo si fa la mattina, il rimanente del tempo lo impiegano gli uomini in giuochi e divertimenti. Per muovere la terra, in vece d’aratro usano pali di legno sì duro, che supplisce al [p. 35 modifica]bisogno, benchè con gran fatica delle loro braccia.

Sono quegl’ Indiani di statura per l’ordinario alta, robusti, agili di corpo, di volto non dissimile da gli Europei, se non che il colore lor proprio, non già nero, li fa subito distinguere da questi. Poco cresce la lor barba, ed anche vien tardi. Si lasciano crescere i capelli, e chi più lunghi li tiene, vien creduto da essi il più bello; tutti nondimeno li portano rabbuffati, perchè sprovveduti di pettine. Molti uomini vanno per lo più nudi, portando al collo per ornamento certe pietre, che alla vista pajono smeraldi e rubini; ed usando nelle feste, e solennità una fascia alla cintura, composta di piume di diversi colori, che fa una vista bellissima, siccome ancora in capo pennacchi delle medesime piume. Parecchi luoghi s’incontrano, dove le donne portano una camiciuola chiamata Tipoy con delle maniche fino al gomito, la qual discende fino al ginocchio. Più esemplari son divenuti i Tipoy fra le Indiane Cristiane, siccome diremo. La destrezza del corpo, e il valore, si contano per doti, delle quali ogn’ Indiano si pregia. Però si dan tutti per tempo al maneggio dell’armi, le quali consistono nell’uso dell’arco e delle freccie, avvezzandosi a tirar giusto. E che in ciò riescano assai bene, si conosce dalle lor caccie, perchè vi prendono non minor copia d’animali, e d’uccelli, che facciano gli Europei coi loro fucili. Adoperano eziandio per combattere da vicino certe Mazze, composte dì legno pesante e durissimo, che pajono palette, nel mezzo grosse, e ne i lati acute e taglienti. Altri ci sono, che portano anche scudi assai grandi di legno, de’ quali si servono, allorchè vanno alla guerra. E guerra appunto succede bene spesso fra le [p. 36 modifica]Popolazioni confinanti (che questo è il costume ancora di tutti i Barbari dell’Affrica) sia per qualche affronto o disgusto, essendo vendicativi al maggior segno, sia per disputare di un pezzo di ferro, stimato da essi più che l’argento e l’oro da noi, o sia per acquistarsi fama, e riputazione d’essere valorosi. Gran cosa! I cani, i lupi, i lioni d’un paese sanno per lo più vivere in pace fra loro, nè fan guerra a quei di un’altro paese. E noi miriam gli uomini, nè dirò solo i barbari Indiani, ma gli stessi Cristiani, far così spesso fra loro sì spietate guerre, quasichè la Ragione a noi data da Dio ci abbia a servire per far peggio delle fiere istesse. Quel che può far più orrore al cuore de gli Europei, si è l’intendere, che non pochi di quegl’Indiani, al pari di tant’altri, che vivono liberi fra le selve del Brasile, e in assaissimi luoghi del Canadà nell’America Settentrionale, mangiano carne umana, e ne son più avidi, e ghiotti, che d’ogni altra. Per questa cagione appunto, quand’anche altra non ne abbiano, stanno sempre in guerra fra loro, perseguitandosi l’un l’altro, non tanto per occupare i terreni migliori, quanto per far caccia d’uomini, e mangiarseli allegramente ne’ loro conviti, perchè questa è la lor più favorita vivanda: laonde si veggono sempre andare coll’armi in mano, e disposti a combattere. Questo è il colmo della lor bestialità e fierezza. Il che sia detto senza pregiudicar all’onore di tanti altri di que’ Popoli benché Infedeli, i quali vanno esenti da sì barbarico costume, siccome di genio umano, e pacifico, per cui vivono quieti ne’ loro confini. Costoro, se pur sono astretti a far guerra, non sono men bravi e arditi de gli altri; ma facendo de’ prigioni, lungi dall’infierir [p. 37 modifica]contra d’essi, gl’ incorporano nella lor Popolazione; e sovente come se fossero parenti od amici, dan loro per mogli le proprie figliuole, per maggiormente animarli a vivere nel paese. Usano nondimeno quasi tutti que’ Popoli di mangiar carne di animali cruda, o mezzo abbrustolita: segno di stomaco gagliardo, o almen di voracità non ordinaria.

Certo è, che non si può dare un’ Idea generale delle inclinazioni, e de’ costumi, che convenga a sì diversi Popoli dell’America Meridionale: tanta ne è la varietà. Per fino la Lingua è suggetta a questa diversità, non trovandosene alcuna, che abbia molta estensione, e mutandosi talvolta da un picciolo Popolo all’altro: il che riesce di grave incomodo a i Missionarj, e di ostacolo alla dilatazion della Religione. Ma non si fallerà dicendo, essere anch’ivi partito il Mondo in buoni e cattivi, cioè in chi è inclinato al bene, e in chi al male, o perchè così formato dalla natura, o perchè così portato dall’educazione, e dall’esempio de’ maggiori ed eguali. Alcuni ce li descrivono per gente di grosso legname, cioè di cortissimo intendimento, incapaci d’apprendere materie intellettuali e sottili, di genio incostante e volubile, perchè oggi paiono fervorosi Cristiani convertiti, e domani se ne fuggono tutti, ritornando a i riti del loro Gentilesimo. Altri poi ce li rappresentano come persone dì temperamento vivace e focoso, di buono intendimento, non incostanti, non inclinati al male, e che sentono il dettame della ragion naturale, ubbidienti a chi comanda, e nel faticare sommamente pazienti. Tali appunto scrive il sopra mentovato Vescovo Bartolomeo de las Casas, che gli Spagnuoli trovarono al primo loro [p. 38 modifica]arrivo gli abitatori del Messico, del Perù, e di varie Isole Americane: il che forse è da attribuire a qualche civiltà già introdotta fra quelle genti, e all’aver essi Re e Corte, di cui non han vestigio i Popoli del Paraguai. Comunque sia, torno a dire, che non convien misurare tutti que’ Popoli col medesimo palmo, perché secondo che alligna il buono o reo costume in una Popolazione, questo passa per Eredità ne’ figli, superando l’indole de particolari. E perciocchè genti di tanta selvatichezza ed ignoranza, come sono i suddetti, niun freno sentono dì Leggi divine od umane: perciò non è da stupire, se assaissimi fra essi riescono inumani; se ordinariamente i giovani privi affatto d’educazione si abbandonano alla dissolutezza e all’impudicizia; se avvezzi alla caccia e pesca, fatiche che in parte servono di divertimento, non amano molto la cura di coltivar le campagne; e se universale si truovi in essi il vizio della ubbriachezza mercè di quel caro liquore della Ciccia, per cui, e molto più se arrivano a godere il regalo di qualche fiasco di vino, sogliono perdere il senno. Le loro allegrie, i loro banchetti e balli, a’ quali spezialmente si danno ne’ tempi delle pioggie, e qualora arrivano forestieri amici, sogliono durar due o tre giorni colle notti intere, consistendo il maggiore sforzo nel tracannare quella lor bevanda, per gli cui fumi oscurandosi il giudizio, van bene spesso a terminar le loro feste in risse, in ferite, ed ammazzamenti. A riserva de’ Caciqui, i quali possono tenere nello stesso tempo due o tre Mogli, non è permesso agli altri di averne che una; ma se questa vien loro a tedio, la cacciano di casa, e ne prendono un’altra. Niun Padre suol [p. 39 modifica]maritare la figlia, se il pretendente non ha prima data a conoscere la sua prodezza: il che dipende dall’esser buon cacciatore. Va l’innamorato a caccia, e quante lepri o altri animali può ammazza, e giunto alla casa della giovane desiderata, lascia alla porta di lei tutta la preda, e senza dir parola se ne va. Dalla quantità e qualità di quella cacciagione giudicano poi i parenti, se costui sia un valentuomo, e meriti la fanciulla per isposa. Parte de’ suddetti Indiani altro letto non usa, che la terra, sopraponendovi una stuoia. Altri dormono sopra pali uniti insieme, ma disuguali, senza dolersi dell’asprezza di sì fatti letti. Ma i più usano di dormire in una rete tirata da due o quattro pali, a cui danno il nome di Hamaca. Al tramontar del Sole imbandiscono le lor povere mense, e cibati che sono, si ritirano tosto a dormire, se non che la gioventù allegra e non ammogliata, si unisce bene spesso a ballare per due o tre ore della notte. Hanno una specie di flauti o pive, al cui suono cantano e danzano gli Uomini insieme, girando e rigirando intorno ai sonatori, nel mentre che le Donne anch’esse fanno lo stesso girando più a largo dietro a gli Uomini. Il tempo della caccia, e della pesca è per quei che coltivano il terreno, dopo aver fatta la ricolta del Maiz. Ripartiti in molte squadriglie vanno a i boschi, e vi stanno, per due o tre mesi cacciando cignali, bertuccie, orsi, cervi, capre selvatiche, tartarughe, ed altri animali; ed affinchè non si corrompa la carne, la sogliono abbrustolire, o seccare in maniera, che diventa dura come i pali. Nel Mese d’Agosto se ne ritornano, perchè allora in que’ paesi è il tempo di seminare. Le pioggie vi durano dal Dicembre [p. 40 modifica]fino a Maggio con impedir bene spesso il commercio, ed allagano il terreno in moltissimi siti, formando allora i fiumi fuor delle ripe varie Lagune, abbondanti poi di diverse sorte di pesci. Seccate che son le terre, si attende alla lor coltura. Nè si dee tacere una particolarità curiosa, osservata nell’Anno 1591. da i Missionarj della Compagnia dì Gesù ne’ Popoli Itatini, come costa dalle loro Lettere, stampate in Napoli nell’Anno 1604. In questi ultimi tempi hanno gl’Inglesi messa in uso una sorte di Trombe, che chiamano parlanti, colle quali spingono la voce e le parole da una Nave ad altra assai lontana, e si fanno intendere; ed altri o per il passo, o per bisogno se ne servono anche in terra. Tanto prima, cioè sin l’Anno suddetto 1591. gl’Itatini usavano di sì fatte Trombe. Ecco le parole di que’ Gesuiti: Tubis, Tibiisque certa inflatis ratione, ita quod volunt significant, ut & longe audiantur, & perinde ac si expressis votibus loquerentur, intelligantur. Neque tamen ab iis, qui eorum Linguam norunt, quæ significantur, percipiuntur, nisi apud eos versati sint.