I racconti della Bibliotechina Aurea Illustrata/Perduta fra le solitudini dell'Amazzoni

Perduta fra le solitudini dell'Amazzoni

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Un'avventura nel Gange Nelle foreste vergini

PERDUTA FRA LE SOLITUDINI DELL'AMAZZONI


Nessuna donna, né del vecchio né del nuovo mondo, ha dato maggiori prove di audacia, di risolutezza e di abnegazione come la signora Godin de Odonais.

I più grandi esploratori del continente americano impallidiscono dinanzi al coraggio di questa donna che ha avuto la costanza – da sola, quasi inerme, senza viveri, senza una guida – di attraversare a piedi tutte le immense foreste che separano il Perù dalla foce del più grande fiume del mondo, l'immenso Amazzoni.

Voglio adunque narrarvi quest'oggi l'istoria di questa donna, che è una delle più interessanti e nello stesso tempo delle più commoventi, degna di essere conosciuta fra noi.

La signora Godin apparteneva ad una delle più ricche famiglie di Lima, capitale del Perù, ed era andata sposa ad un ingegnere francese, il quale s'era recato in America, assieme alla spedizione capitanata dal celebre Condamine, uno dei più illustri scienziati francesi del secolo scorso.

L'ingegnere, spirito avventuroso, ma anche poco fortunato, dopo d'aver intraprese varie spedizioni nel bacino dell'Amazzoni, si era ridotto nella Guaiana francese completamente privo di mezzi e gravemente ammalato. Disperando ormai di poter far ritorno nel Perù, fa avvertire la moglie di raggiungerlo.

A quell'epoca sull'Amazzoni non vi erano mezzi di trasporto, anzi un simile viaggio veniva considerato poco meno che una pazzia. Si trattava di attraversare parecchie migliaia di chilometri fra foreste vergini infestate da belve feroci, da caimani, da giaguari, da coguari, da serpenti velenosi e da indiani che allora avevano la pessima abitudine di mettere allo spiedo o alla graticola le persone che cadevano nelle loro mani.

La signora Godin, donna sommamente energica e che portava un affetto vivissimo al marito, decide di tentare la sorte. Le immense solitudini dell'Amazzoni ed i mille pericoli che l'attendono fra le foreste e le paludi non la spaventano.

Ai primi di giugno del 1770, l'eroica donna lascia Rio Bamba, una piccola città del Perù che allora abitava, e si pone risolutamente in viaggio assieme a due suoi fratelli, ad un medico, a pochi domestici fedelissimi e al generale Grandmaison, il quale aveva deciso di portarsi lui pure nella Guaiana francese.

Ben presto la carovana si trova in mezzo alle immense foreste che si estendono dai confini del Perù alle frontiere delle Guaiane, foreste che sussistono anche oggidì e che sui loro margini non hanno ancora il più piccolo centro abitato.

La signora Godin ed i suoi compagni si sentono perduti in mezzo a quel caos di vegetali giganteschi, in mezzo a quegli agglomeramenti di liane che ti stringono da tutte le parti e che ti circondano come una rete senza confini.

Non un essere umano su tutta quella vasta estensione di territorio. Solamente le fiere hanno preso possesso di quelle boscaglie e colle loro urla feroci tengono desta la carovana anche alla notte.

I coguari ed i feroci giaguari pullulano e seguono ostinatamente quei disgraziati, in attesa del momento propizio per gettarsi su di loro e divorarli; i ferocissimi caimani li insidiano, nascosti fra le canne palustri dei bacini o dei fiumi che serpeggiano fra quelle semitenebrose selve.

La signora Godin però non si smarrisce e sorretta dalla speranza di poter un giorno rivedere l'amato sposo fa coraggio a tutti.

Essendo stata informata che sull'Amazzoni devono trovarsi dei villaggi abitati da indiani non troppo cattivi, si dirige verso il fiume gigante a marce forzate. I viveri stanno per mancare ed i suoi compagni soffrono per le febbri; ma la signora Godin non si arresta.

Solo in quei villaggi potevano trovare la salvezza; non dovevano quindi fermarsi se volevano sfuggire alla morte che li minacciava.

Avanti dunque ancora, attraverso selve e selve e paludi senza confine, avanti fra le sabbie mobili che minacciavano ad ogni istante d'inghiottirli tutti, avanti combattendo contro le fiere che li perseguitano.

Quando giungono sulle rive del gran fiume, una delusione disastrosa attende i disgraziati viaggiatori.

Il vaiuolo ha fatto strage fra le tribù indiane e, invece dei soccorsi sperati, non trovano che capanne deserte e degli scheletri ben ripuliti dalle formiche termiti.

La disperazione comincia ad invadere i compagni della valorosa donna. Essi si sentono condannati a morire di stenti sulle rive del fiume o in mezzo alle foreste vergini.

– Noi non possiamo fermarci qui – dice a loro la signora Godin. – La nostra salvezza sta alla foce di questo fiume.

Colle armi da fuoco abbattono alcuni capi di selvaggina, affumicano le carni, costruiscono una zattera e s'abbandonano alla corrente confidando in Dio e nell'energia della loro compagna.

La loro corsa non dura che pochi giorni. Il fiume è interrotto da cascate e da scogliere che minacciano ad ogni istante di frantumare il loro galleggiante e di travolgerli fra i gorghi, o di farli divorare vivi da quei piccoli pesci chiamati cariffi, veri mostricciattoli che popolano in bande immense i corsi d'acqua dell'America meridionale.

Spaventati abbandonano la zattera e riprendono l'interminabile marcia attraverso le foreste, aprendosi faticosamente il passo fra le liane, le piante spinose e le radici immense che serpeggiano sul suolo come rettili immani.

La fame piomba sulla carovana. Le foreste vergini del nuovo mondo, cosa strana, non hanno piante fruttifere. Si ritrovano bensì inselvatichite, là dove un tempo esistevano villaggi indiani e missioni di gesuiti, ma all'infuori di quei luoghi, le grandi palme, che costituiscono la maggior parte di quelle selve, sono infruttifere.

Anche gli animali, nel bacino dell'Amazzoni, non sono abbondanti, sicché i disgraziati viaggiatori, smarriti in quelle solitudini, si vedevano ormai irremissibilmente condannati ad una morte lenta, straziante.

Dopo poche settimane che avevano abbandonate le rive del fiume, erano già ridotti a veri scheletri. La fame e la febbre rodevano rapidamente le loro forze.

Solamente la signora Godin resisteva ancora, con una tenacità incredibile.

Un giorno i suoi compagni si rifiutano di seguirla. Erano allora giunti sulle rive d'un fiume, un affluente dell'Amazzoni.

Il luogo era deserto: un silenzio pauroso regnava nei boschi vicini. Né indiani, né animali, né volatili abitavano quella regione maledetta.

Invano la signora Godin tenta infondere un po' di coraggio ai suoi compagni di viaggio. Fa a loro comprendere che una fermata su quelle rive sarebbe stata fatale a tutti. Sono parole sprecate. I suoi compagni si gettano al suolo morenti di fame e di febbre.

Due giorni dopo tutti erano morti!...

La signora Godin non perde ancora la sua energia. Prende le scarpe dei morti, si arma di un fucile e da sola intraprende la traversata delle immense savane che costeggiano gli affluenti dell'Amazzoni.

Dove va? Lo ignora: però non si arresta, decisa a rivedere le spiagge dell'Atlantico.

Ve la figurate voi quella donna, sola, senza speranza di aiuti, esposta agli assalti delle belve feroci, perduta in mezzo a quelle foreste immense?

Eppure la signora Godin continuava la sua interminabile marcia, passando di foresta in foresta, di savana in savana, di palude in palude, di fiume in fiume.

Viveva di radici, di frutta selvatiche, non sdegnando nemmeno le lucertole ed i serpentelli d'acqua quando la fame le straziava le viscere.

Alla notte, per sottrarsi agli attacchi dei coguari e dei giaguari che la insidiavano per pascersi delle sue carni, si coricava in mezzo a due o tre fuochi, ma quali notti angosciose! Nelle paludi udiva le formidabili mascelle dei caimani battere l'una contro l'altra con fracasso pauroso, come se già pregustassero le carni della povera donna; in mezzo ai boschi udiva le urla dei lupi rossi del Brasile e quelle più terribili delle tigri americane.

Più volte assalita, la signora Godin si era difesa con un coraggio degno d'un uomo.

Per tre interminabili mesi, quella donna errò lungo le rive del fiume gigante, seminuda, scalza, coperta di ferite, affamata. Già sentiva avvicinare le jene; la signora Godin, sorretta da una energia incrollabile, continua a vagare fra quelle immense foreste, vecchie forse quanto la creazione del mondo, orizzontandosi con una piccola bussola che per sua fortuna non aveva mai abbandonata, e aprendosi faticosamente il passo fra tutti quei vegetali che pare cerchino di soffocarla.

Un giorno però le forze la tradiscono e cade al suolo impotente a fare un passo innanzi. Da due giorni non aveva mangiato e nel luogo ove erasi abbandonata non udiva garrire nemmeno un uccello e non vedeva nessuna pianta che potesse fornirle un frutto qualsiasi.

Già si credeva condannata a morire sola, abbandonata, in mezzo a quella foresta senza confine, quando un clamore assordante la strappa da quella prostrazione che le sarebbe stata fatale.

In mezzo alla fitta vôlta di verzura, delle urla strane ed acutissime risuonano.

Sono dei lamenti prolungati, strazianti, che sfondano gli orecchi meglio conformati; poi dei brontolìi, dei gorgoglìi strani che somigliano a quelli che producono le acque d'un torrente impetuoso.

Tutto di un colpo s'alza un coro: si direbbe che dei preti stiano salmodiando o che degli ebrei cantino in una sinagoga.

La signora Godin ha riconosciuto in quei cantori i barbado, chiamati anche guariba buio.

Sono scimmie, ottime a mangiarsi, dal pelame bruno e colla testa, le mani e la coda nerissime. Vivono in branchi di dieci o dodici individui e amano radunarsi in mezzo alle selve per cantare.

Chi li ode per la prima volta, stenta a crederle scimmie, tanto la loro voce si avvicina a quella umana.

La signora Godin in quei quadrumani vede la sua salvezza. Con uno sforzo supremo si trascina attraverso le piante e giunge sotto una maestosa palma.

Le scimmie, sedute fra le gigantesche foglie della pianta, sotto la direzione d'un vecchio maschio, s'abbandonavano alla loro passione prediletta urlando a piena gola.

La signora Godin aveva conservato ancora alcune cariche ed era una buona tiratrice.

Punta il fucile e fa cadere al suolo una di quelle scimmie. Le altre, spaventate dalla detonazione, fuggono attraverso la foresta.

Qualunque altra donna non avrebbe forse avuto il coraggio di nutrirsi di quella carne, ma la signora Godin, che aveva assaggiato perfino i grilli durante quella lunga marcia fra le selve, non esitò.

La scuoia alla meglio, arrostisce un pezzo di carne, affumica il rimanente e riprende l'interminabile marcia fra alberi giganti e paludi cercando sempre il corso principale dell'Amazzoni.

Un altro giorno, mentre stava attraversando un corso d'acqua, rischia di lasciare la vita fra i pantani delle rive. Le sabbie mobili, ossia senza fondo, perché inghiottono le persone che osano mettere i piedi su quel fango fatale, l'avevano già presa.

Fortunatamente aveva avuto il tempo di aggrapparsi al ramo d'un albero e di ritrarsi da quella tomba che doveva ingoiarla viva.

Un altro invece sfuggì per miracolo all'assalto di un feroce giaguaro.

Aveva appena attraversato una foltissima macchia, dove aveva raccolto delle radici mangerecce e delle frutta, quando si vide apparire improvvisamente dinanzi uno splendido giaguaro.

Questi animali sono più pericolosi di tutti quelli che si trovano nelle selve americane. Somigliano alle tigri dell'India per la forma, sono però più piccoli, ed invece d'avere la pelle striata, l'hanno macchiata.

Sebbene non molto grandi, hanno una forza veramente prodigiosa. Se ne sono veduti alcuni fuggire trascinando delle mucche o dei giovani cavalli tre volte più grossi di loro.

La signora Godin, nata sul suolo americano, conosceva troppo bene quelle fiere per crearsi delle illusioni. Era pure una donna energica, capace di difendere la propria vita.

Si appoggia al tronco di un albero, arma risolutamente il fucile e aspetta che la belva si muova prima di far fuoco.

Il giaguaro, certo della vittoria, pareva che non avesse fretta di cominciare l'assalto. Raccolto su se stesso, pronto a scattare, guardava fisso la signora Godin, come se si divertisse delle angosce della sua vittima.

Stette così parecchi minuti, sferzandosi i fianchi colla lunga e sottile coda, poi, contrariamente ai suoi istinti feroci, invece di gettarsi contro la donna, si cacciò velocemente nella boscaglia.

Un tapiro, che aveva attraversata la macchia, aveva attirato l'attenzione della fiera e questa aveva preferito affrontare quell'animale inoffensivo, anziché provare il fucile della signora Godin.

La fortuna che fino allora aveva protetto quella donna, parve finalmente che si stancasse. I boschi non avevano più né frutta, né radici e anche i corsi d'acqua erano venuti meno.

La signora Godin, esausta dalle fatiche e dalla fame, si credeva questa volta definitivamente perduta, quando un mattino giunge improvvisamente dinanzi ad un immenso fiume.

Era l'Amazzoni, il fiume sospirato!

Nel momento in cui la signora Godin vi giungeva, una barca montata da alcuni indiani quasi nudi e armati da archi e di frecce lunghissime, scendeva la corrente.

La povera donna non osava mostrarsi, non sapendo se aveva da fare con amici o con nemici. Non ignorava che sulle rive di quel fiume vivevano in quell'epoca parecchie tribù indiane che avevano una vera passione per la carne umana.

La paura di venire presa e divorata la tratteneva. D'altronde se rimaneva ancora sola era egualmente perduta, non avendo più la forza di trascinarsi.

Vedendo la barca passarle dinanzi, prese risolutamente il suo partito. Scostò i rami e scese sulla riva agitando uno straccio.

Gl'indiani, vedendo comparire quella donna, si erano arrestati, guardandola con un terrore superstizioso. Pareva a loro impossibile di trovare sul margine di quegli immensi boschi, popolati solamente dalle fiere, una donna bianca.

– Chi siete? – chiese uno di essi, che parlava lo spagnolo.

– Una donna che si è smarrita nelle foreste – rispose la signora Godin. – Se voi siete meno crudeli delle fiere che abitano questi luoghi, venite in mio soccorso.

Gl'indiani parevano esitanti. Si consultarono alcuni minuti sottovoce, poi il vecchio che parlava spagnolo, disse alla disgraziata donna:

– Noi andiamo molto lontano e tu saresti per noi un serio imbarazzo. E poi – aggiunse – i bianchi potrebbero credere che noi ti abbiamo rapita e maltrattata.

– Non abbiate questi timori – rispose la signora Godin. – Anzi vi farò ricompensare della vostra buona azione.

– Dove andavi?

– Cercavo di giungere agli stabilimenti spagnoli di Santa Margherita.

– Vieni allora con noi – concluse l'indiano, dopo di essersi nuovamente consultato coi suoi compagni.

La signora Godin, credendo in buona fede d'aver da fare con indiani mansos, ossia sottomessi agli spagnoli, s'imbarca senza diffidenza, e la scialuppa riprende la sua corsa scendendo il maestoso Amazzoni.

Gl'indiani dapprima le dànno da mangiare abbondantemente e le dimostrano un certo rispetto; però ben presto la signora Godin s'accorge di essere caduta nelle mani di mangiatori di carne umana.

Quei miserabili avevano già deliberato di metterla allo spiedo non appena fossero giunti alla loro tribù. L'intrepida donna conosceva parecchi dialetti indiani ed aveva compresi i discorsi che si scambiavano quei feroci abitatori delle foreste.

Finge di mostrarsi tranquilla, anzi dimostra verso i suoi salvatori, o almeno si sforza di dimostrare, la sua riconoscenza. Non abbandona invece il fucile nemmeno durante le fermate notturne e si tiene in guardia contro un possibile tradimento.

Un giorno, scrutando l'orizzonte, scorge una vela. È una navicella che bordeggia sul fiume.

Gl'indiani, scorgendola, cercano di prendere terra per trascinare la prigioniera sotto i boschi.

La signora Godin comprende che la sua vita è appesa ad un filo. Arma risolutamente il fucile e fa comprendere agli indiani che è decisa a servirsene contro di loro se non accostano la nave.

Le pellirosse avevano in quell'epoca una grande paura delle armi da fuoco; bastava la detonazione a mettere in fuga degli interi eserciti.

Vedendo brillare nelle mani della loro prigioniera il fucile, non osano ribellarsi e s'accostano alla nave dopo essersi fatto promettere che non avrebbero ricevuto alcun danno.

Quel veliero che solcava le onde dell'Amazzoni era un legno portoghese, il quale trafficava colle tribù indiane disseminate sulle rive del fiume gigante.

Il capitano e l'equipaggio fanno una festosa accoglienza alla valorosa donna e le promettono di condurla agli stabilimenti spagnoli di Santa Margherita.

La signora Godin aveva però mantenuta la sua parola. Gl'indiani non erano stati maltrattati dai bianchi, anzi avevano ricevuti alcuni doni consistenti in perle di vetro e specchietti.

La navigazione dell'ultimo tratto dell'Amazzoni si compì senza difficoltà e venti giorni dopo la signora Godin poteva salutare l'Oceano Atlantico dopo d'aver attraversato, quasi sola, tutto il continente americano del Sud.

Giunta a Santa Margherita s'imbarca su di una nave in partenza per gli stabilimenti spagnoli del golfo del Messico e finalmente giunge alla Guaiana francese e riabbraccia, dopo tanti anni di assenza, suo marito, il quale in quel frattempo non solo era guarito, ma aveva potuto anche raccogliere una bella fortuna.

La signora Godin, non ostante tante vicende e tante sofferenze, visse molti anni e morì in Francia, dove suo marito l'aveva condotta per godervi in pace le ricchezze raccolte in America.