Apri il menu principale

Guida della montagna pistoiese/Da Boscolungo ai Bagni di Lucca

Da Boscolungo ai Bagni di Lucca

../Boscolungo o Abetone ../Da Boscolungo per Fiumalbo al Cimone IncludiIntestazione 28 novembre 2019 100% Da definire

Boscolungo o Abetone Da Boscolungo per Fiumalbo al Cimone
[p. 129 modifica]

Da BOSCOLUNGO ai BAGNI DI LUCCA e ritorno.

(Fra i boschi)



Guida della montagna pistoiese 1878 (page 139 crop).jpgerminai la mia campagna estiva con una passeggiata da Boscolungo ai Bagni di Lucca, in linea quasi diretta sopra i monti, e ritornai all’indomani pel Serchio, lasciandolo a Tereglio, sopra le Tre Potenze. La maggiore attrattiva di questa passeggiata consisteva nel farla senza guida, chiedendo di rado informazioni sulla via da seguire, e così andando incontro a nuove sorprese e a nuove bellezze. [p. 130 modifica]

«Attraversai la valle del Sestaione sopra un ponte che mette capo alla foresta di abeti, già menzionati, e che termina la valle. La foresta è solcata da molti sentieri, alcuni dei quali praticabili col mulo. Io seguitai quasi in linea retta per la collina, finchè uscii dalla parte più fitta del bosco, vicino ad un piccolo stagno, chiamato, come ho saputo più tardi, col pomposo nome di Lago di Greppo.

«Questo luogo e gl’immediati dintorni, detti Lavacchia, una specie di bacino sotto la vetta del Poggione, meritano di esser visitati, quand’anche si dovessero percorrere più miglia per giungervi. Non un solo viaggiatore dovrebbe visitare Boscolungo senza compiere questa escursione. Con poca spesa si potrebbe rendere mulattiera la strada. Si tratterebbe solo di estirpare i cespugli e di ristabilire qualche breve tratto assai guasto. Se è bello lo spettacolo descritto più sopra per la varietà dei colori, qui è più magico ancora per la selvaggia solitudine del luogo. Giacciono qua e là distesi sul suolo grossi tronchi di abeti, la cui mole fa singolare contrasto con la piccolezza e la degenerazione della razza presente in questa foresta. Alcuni giganti, rari superstiti, stanno ancora ritti sulle radici, ma logori, privi di foglie e di scorze, quasi dicessero ai loro fratelli che vano è lo sperare di resistere alla bufera ed al fulmine, che atterra e colpisce anche i più forti. Tutto ispira calma e pace intorno al lago, le cui acque riflettono l’azzurro del cielo.

«Quando io mi sono informato a Boscolungo [p. 131 modifica] sulla direzione da prendere per attraversare i monti sino alla Lima inferiore, mi fu detto che, arrivato a Lavacchia, doveva chiedere di Limano, e recarmi colà. Seguendo questo consiglio, avrei piegato troppo alla sinistra, ed accresciuto molto la distanza sino ai Bagni di Lucca; perciò m’avviai diritto verso Palleggio, dove sperava incontrare la strada pei Bagni. Un breve, ma erto pendìo, detto la Spianata, guida da Lavacchia alla cresta dei monti che guardano nella valle di Scesta. In una parte di quella cresta, detta, se non erro, la Motta, formata di roccie perpendicolari, incontrai un pastore che mi avvertì di non seguire l’unico sentiero visibile verso la sommità, perchè in alcuni luoghi pericoloso: due uomini vi avevano perduto la vita. Perciò io discesi in linea retta alla Scesta, per un sentiero di pecore, erto, scabro ed irregolare. Dopo un’ora il sentiero era meglio tracciato, ma pur sempre poco aggradevole, pei molti sassi mobili ed acuti che l’ingombrano. Si giunge in breve a Siviglioli, luogo relativamente pianeggiante già al basso, con alcune povere capanne di pastori. Qui traversai di nuovo il letto del torrente, là dove si unisce alla Sega. (Forse avrei fatto meglio ed in minor tempo scendendo il torrente di Lavacchia.) Finalmente si arriva ai boschi di castagno di Largini. Nulla di più bello della scena che si presenta lungo tutta la via fino a Ponte Nero vicino a Palleggio e Cocciglia.!

«La forma fantastica, ma graziosa delle montagne, rivestite di boschi, che cingono la valle da [p. 132 modifica] ogni lato, colla sua parte anteriore così pittoresca somministra una grande varietà di soggetti alla tavolozza del pittore. I fianchi delle montagne scendono verso il fondo della Scesta ad un angolo così ripido, che fa d’uopo attraversare il suo letto otto o nove volte pel tratto di un eguale numero di chilometri. La strada per altro, ad eccezione di un breve spazio sopra Palleggio, è molto scabrosa. Coloro che si recano ai Bagni di Lucca devono ad ogni costo fare una escursione lungo la Scesta: in carrozza fino a Ponte alla Scesta, dov’è una buona Osteria ed Albergo di Francesco Bertani il quale vi offre una guida per andare a vedere la bella Cascata del Tino a 15 minuti dal Ponte, e poi a cavallo e a piedi fino al punto che loro più aggrada. In un luogo solo, a circa un miglio nella valle, la strada non è perfettamente sicura, perchè attraversa un pendio ricoperto di sassi mal fermi, che rotolano dalle roccie superiori di alcune centinaia di piedi nei letto del torrente ad un angolo di circa 45 piedi. Quando io arrivai in questo luogo, v’incontrai una donna, la quale stava colà aspettando da un paio d’ore per passare; perchè oltre al continuo scendere di terriccio, che aveva quasi intieramente cancellato ogni traccia di sentiero, precipitavano dall’alto ad ogni tratto grossi macigni, che piombavano a grandi sbalzi fino nel letto del torrente. Il nemico che mandava questa scarica di proiettili era un branco di capre che pascolava là sopra, e che fulminava a quel modo l’innocuo viaggiatore. Ci volle molta [p. 133 modifica] fatica a persuadere quella donna che ella poteva oltrepassare quel tratto di strada di non più di 30 o 40 metri, con una rapida corsa nell’intervallo tra la caduta d’un sasso all’altro.

«Ho percorso l’intera distanza tra Boscolungo ai Bagni di Lucca nello spazio di 10 ore, dandomi tutto l’agio di contemplare la bellezza dei luoghi, ed occorrendo, di fare qualche schizzo.

«La mattina seguente lasciai i Bagni, e in un baroccino mi diressi verso Tereglio. Per la prima mezz’ora si batte la via maestra che tende alla valle del Serchio; ma poi ci vuole pazienza molta a star seduto per sopportare gli urti e gli sbalzi, prodotti dal pessimo stato in cui si trova la strada già accennata che mette a Fiumalbo per il passo di Foce a Giogo. Pare impossibile come si lasci deperire completamente questa strada, per lo meno fino a Tereglio; ed è questo un villaggio di 784 abitanti, e vi sono anche parecchi paeselli lungo la valle d’ambo i lati del torrente. Essa è quindi molto frequentata dai contadini, e si percorre coi baroccini l’intero tratto della medesima. Io incontrai oltre a cinquanta di questi contadini, e due carri molto carichi provenienti da Fiumalbo e diretti verso la Maremma. Magnifiche piante di castagno rivestono i colli fino a Tereglio; e la vite carica dei grappoli si estende da ambe le parti della strada che serpeggia su pel ripido pendìo sotto il villaggio. Mi son fatto accompagnare dal baroccino fino a circa quattro chilometri oltre Tereglio. Alle 11 congedai il mio [p. 134 modifica] vetturino che aveva condotto con molta disinvoltura la sua bestia per circa 18 chilometri lungo una strada ineguale e difficile. Quindi m’incamminai verso Boscolungo per le Tre Potenze. Pur seguendo la direzione della strada, si possono fare molte scorciatoie; e un miglio e più può essere risparmiato, salendo diritto dalla strada al ponte in rovina sopra il torrente che scende fra le Tre Potenze e Rondinaio. Questi luoghi presentano una scena più selvaggia che bella. Il Rondinaio è nudo e deserto; e le gole profonde sul suo fianco, appellate Botri, sono di un colore grigio e prive affatto di boschi. Ciò non ostante vi sono buoni pascoli estivi, e gli abitanti e le loro capanne non hanno poi l’aria tanto meschina. Botri richiama in particolare la escursione dei botanici, dei geologi, e dei pittori. Dopo una passeggiata di due ore e mezzo, mi trovava alla distanza di circa 5 chilometri da Foce a Giogo. Io sapeva che a questo punto doveva lasciare la strada e m’immaginava dover null’altro fare, che scendere nella valle del Sestaione. Fui invece un poco mortificato quando un buon vecchio, che di certo mi credeva sordo, mi condusse sopra un rialto dietro la sua casa e mostrandomi col dito un profondo burrone, mi disse di attraversarlo e poi di salire diritto il fianco del monte che mi stava di fronte: Se camminate con passo lesto, soggiunse, in due orette arrivate in cima, e di là vedrete sotto di voi il Lago Nero.

«Aveva dunque dinanzi a me una salita di 600 [p. 135 modifica] metri. Scesi nel burrone: mi riposai in fondo per mezz’ora coi piedi nell’acqua; mangiai una crosta di pane e poi incominciai a salire. Per qualche tempo seguitai un sentiero, il quale per altro mi deviò per oltre un miglio dalla diritta, sino all’ingresso d’un tetro bacino, racchiuso quasi tutto all’ingiro da roccie inaccessibili. Ritornai verso la sinistra, aprendomi la via in mezzo a cespugli di faggio; finchè giunsi poco per volta sotto la cima più bassa delle Tre Potenze; e poi m’avviai diretto all’insù. Era una fatica ardua il salire per quella costa scabrosa, dove tratto tratto faceva d’uopo adoperare mani e piedi. Superate alcune roccie elevate, a circa due terzi del cammino, s’incontra un sentiero che conduce ad una cresta così stretta che poteva mettermi cavalcioni sopra colle gambe penzolanti, d’ambo i lati sopra precipizi di circa 300 metri. Giunto alla vetta, mi avvidi che aveva impiegato tre ore di più di quanto m’aveva detto il vecchio; prima perchè forse non aveva camminato di buona gamba; e poi pel giro vizioso da me fatto. Senza perder tempo scesi al Lago Nero in capo alla valle del Sestaione. Il Lago poi non è altro che un piccolo stagno tetro ed erboso; o piuttosto sono due stagni con isolotti, formati di erbacce palustri. Una serie di piccoli colli sotto il lago formano una specie d’anfiteatro intorno al capo della valle. Da ogni parte scaturiscono fontane della più pura e più fresca acqua. Camminava da una fonte all’altra per più di un’ora, cogliendo fiori e beandomi delle splendide e calde [p. 136 modifica] tinte sparse dal sole ardente sui colli lontani. La bellezza di queste tinte che andavano variando e succedendosi ad ogni istante, le allegre grida dei pastori che si chiamavano da un monte all’altro, formavano un vero incanto! Quanta vita, quanta luce, che magnifica varietà di colori! Intanto io non pensava che in questa stagione il crepuscolo era brevissimo, e che tosto avrei la notte alle spalle; e fu solo quando m’inoltrai sempre più nel folto del bosco senza poter più scorgere la minima traccia, che m’accorsi dell’errore di non aver affrettato alquanto il passo. La luce era scomparsa al punto che non vedeva più che a pochi passi innanzi a me. Il partito più savio allora si fu quello di prendere la direzione più breve verso il mormorio dell’acqua; perchè vi doveva essere per certo un qualche sentiero lungo il torrente. Per un quarto d’ora dovetti affaticarmi in mezzo a grossi macigni, rotolati dall’alto del monte e mascherati dall’ombra delle piante che vi crescono intorno.

«Giunto alfine sul sentiero, non tardai a trovarmi in una regione a me ben nota. Sorgeva quindi la luna piena rivelando colla sua luce nuove scene di bellezza e procurandomi così nuovi godimenti al termine di una passeggiata di 13 ore, parte in carrozza e parte a piedi. Non devo terminare questa lettera senza pagare un ben giusto tributo di lode alla costante e general cortesia dei pastori in queste ed in altre montagne da me percorse. Ho trovato fra di loro uomini intelligenti e capaci di [p. 137 modifica] serie ed importanti osservazioni.»

Benchè non sia del nostro proposito d’entrare a parlare della provincia modenese limitrofa, abbiamo creduto di far cosa grata agli alpinisti dando qui la descrizione del prossimo e più alto monte della catena settentrionale dell’Appennino, denominato il Cimone di Fanano.