Apri il menu principale
XXVIII

../XXVII ../XXIX IncludiIntestazione 31 agosto 2009 75% Saggi

XXVII XXIX

Non si dèe adunque l’uomo contentare di fare le cose buone, ma dèe studiare di farle anco leggiadre: e non è altro leggiadria che una cotale quasi luce che risplende dalla convenevolezza delle cose che sono ben composte e ben divisate l’una con l’altra e tutte insieme, sanza la qual misura etiandio il bene non è bello e la bellezza non è piacevole. E sì come le vivande, quantunque sane e salutifere, non piacerebbono agl’invitati se elle o niun sapore avessero o lo avessero cattivo, così sono alcuna volta i costumi delle persone, come che per se stessi in niuna cosa nocivi, non di meno sciocchi et amari, se altri non gli condisce di una cotale dolcezza, la quale si chiama (sì come io credo) gratia e leggiadria. Per la qual cosa ciascun vitio per sé, sanza altra cagione, convien che dispiaccia altrui, con ciò sia che i vitii siano cose sconcie e sconvenevoli sì, che gli animi temperati e composti sentono della loro sconvenevolezza dispiacere e noia. Per che innanzi ad ogni altra cosa conviene a chi ama di esser piacevole in conversando con la gente il fuggire i vitii e più i più sozzi, come lussuria, avaritia, crudeltà e gli altri, de’ quali alcuni sono vili (come lo essere goloso e lo inebriarsi), alcuni laidi (come lo essere lussurioso), alcuni scelerati (come lo essere micidiale): e similmente gli altri, ciascuno in se stesso e per la sua proprietà è schifato dalle persone, chi più e chi meno, ma, tutti generalmente, sì come disordinate cose, rendono l’uomo nell’usar con gli altri spiacevole, come io ti mostrai anco di sopra. Ma perché io non presi a mostrarti i peccati, ma gli errori, degli uomini, non dèe esser mia presente cura il trattar della natura de’ vitii e delle virtù, ma solamente degli acconci e degli sconci modi che noi l’uno con l’altro usiamo: uno de’ quali sconci modi fu quello del Conte Ricciardo (del quale io t’ho di sopra narrato), che, come difforme e male accordato con gli altri costumi di lui belli e misurati, quel valoroso Vescovo, come buono et ammaestrato cantore suole le false voci, tantosto ebbe sentito. Conviensi adunque alle costumate persone aver risguardo a questa misura che io ti ho detto, nello andare, nello stare, nel sedere, negli atti, nel portamento e nel vestire e nelle parole e nel silentio e nel posare e nell’operare. Per che non si dèe l’uomo ornare a guisa di femina, acciò che l’ornamento non sia uno e la persona un altro, come io veggo fare ad alcuni che hanno i capelli e la barba inanellata col ferro caldo, e ’l viso e la gola e le mani cotanto strebbiate e cotanto stropicciate che si disdirebbe ad ogni feminetta, anzi ad ogni meretrice, quale ha più fretta di spacciare la sua mercatantia e di venderla a prezzo. Non si vuole né putire né olire, acciò che il gentile non renda odore di poltroniero, né del maschio venga odore di femina o di meretrice; né perciò stimo io che alla tua età si disdichino alcuni odoruzzi semplici di acque stillate. I tuoi panni convien che siano secondo il costume degli altri di tuo tempo o di tua conditione, per le cagioni che io ho dette di sopra; ché noi non abbiamo potere di mutar le usanze a nostro senno, ma il tempo le crea, e consumale altresì il tempo. Puossi bene ciascuno appropriare l’usanza comune; ché se tu arai per aventura le gambe molto lunghe e le robe si usino corte, potrai far la tua roba non delle più, ma delle meno, corte, e se alcuno le avesse o troppo sottili o grosse fuor di modo, o forse torte, non dèe farsi le calze di colori molto accesi, né molto vaghi, per non invitare altrui a mirare il suo difetto. Niuna tua vesta vuole essere molto molto leggiadra, né molto molto fregiata, acciò che non si dica che tu porti le calze di Ganimede o che tu ti sii messo il farsetto di Cupido, ma, quale ella si sia, vuole essere assettata alla persona e starti bene, acciò che non paia che tu abbi indosso i panni d’un altro, e sopra tutto confarsi alla tua conditione, acciò che il cherico non sia vestito da soldato e il soldato da giocolare. Essendo Castruccio in Roma con Lodovico il Bavero in molta gloria e trionfo, Duca di Lucca e di Pistoia e Conte di Palazzo e Senator di Roma e Signore e Maestro della corte del detto Bavero, per leggiadria e grandigia si fece una roba di sciamito cremesì, e dinanzi al petto un motto a lettere d’oro: «EGLI È COME DIO VUOLE», e nelle spalle di drieto simili lettere che diceano: «E’ SARÀ COME DIO VORRÀ»: questa roba credo io che tu stesso conoschi che si sarebbe più confatta al trombetto di Castruccio che ella non si confece a lui. E quantunque i re siano sciolti da ogni legge, non saprei io tuttavia lodare il re Manfredi in ciò, che egli sempre si vestì di drappi verdi. Debbiamo adunque procacciare che la vesta bene stia non solo al dosso, ma ancora al grado, di chi la porta, et oltre a ciò, che ella si convenga etiandio alla contrada ove noi dimoriamo, con ciò sia cosa che sì come in altri paesi sono altre misure, e non di meno il vendere et il comperare et il mercatantare ha luogo in ciascuna terra, così sono in diverse contrade diverse usanze, e pure in ogni paese può l’uomo usare e ripararsi acconciamente. Le penne che i Napoletani e gli Spagniuoli usano di portare in capo e le pompe e i ricami male hanno luogo tra le robe degli uomini gravi e tra gli abiti cittadini, e molto meno le armi e le maglie; sì che quello che in Verona per aventura converrebbe, si disdirà in Vinegia, perciò che questi così fregiati e così impennati et armati non istanno bene in quella veneranda città pacifica e moderata, anzi paiono quasi ortica o lappole fra le erbe dolci e domestiche degli orti; e perciò sono poco ricevuti nelle nobili brigate, sì come difformi da loro. Non dèe l’uomo nobile correre per via, né troppo affrettarsi, ché ciò conviene a palafreniere e non a gentiluomo, sanza che l’uomo s’affanna e suda et ansa, le quali cose sono disdicevoli a così fatte persone. Né perciò si dèe andare sì lento né sì contegnoso come femina o come sposa, et in camminando troppo dimenarsi disconviene. Né le mani si vogliono tenere spenzolate, né scagliare le braccia, né gittarle, sì che paia che l’uom semini le biade nel campo, né affissare gli occhi altrui nel viso, come se egli vi avesse alcuna maraviglia. Sono alcuni che in andando levano il piè tanto alto come cavallo che abbia lo spavento, e pare che tirino le gambe fuori d’uno staio; altri percuote il piede in terra sì forte che poco maggiore è il romore delle carra; tale gitta l’uno de’ piedi in fuori, e tale brandisce la gamba; chi si china ad ogni passo a tirar sù le calze, e chi scuote le groppe e pavoneggiasi: le quai cose spiacciono non come molto, ma come poco avenenti. Ché, se il tuo palafreno porta per aventura la bocca aperta o mostra la lingua, come che ciò alla bontà di lui non rilievi nulla, al prezzo si monterebbe assai e troverestine molto meno, non perché egli fosse per ciò men forte, ma perché egli men leggiadro ne sarebbe. E se la leggiadria s’apprezza negli animali et anco nelle cose che anima non hanno né sentimento, come noi veggiamo che due case ugualmente buone et agiate non hanno perciò uguale prezzo se l’una averà convenevoli misure e l’altra le abbia sconvenevoli, quanto si dèe ella maggiormente procacciare et apprezzar negli uomini?