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Un’altra maniera si truova di sollazzevoli modi pure posta nel favellare: cioè quando la piacevolezza non consiste in motti, che per lo più sono brievi, ma nel favellar disteso e continuato, il quale vuole essere ordinato e bene espresso e rappresentante i modi, le usanze, gli atti et i costumi di coloro de’ quali si parla, sì che all’uditore sia aviso non di udir raccontare, ma di veder con gli occhi fare quelle cose che tu narri: il che ottimamente seppono fare gli uomini e le donne del Boccaccio, come che pure talvolta (se io non erro) si contrafacessero più che a donna o a gentiluomo non si sarebbe convenuto, a guisa di coloro che recitan le comedie. Et a voler ciò fare, bisogna aver quello accidente, o novella o istoria, che tu pigli a dire bene raccolta nella mente, e le parole pronte et apparecchiate, sì che non ti convenga tratto tratto dire: -Quella cosa...- e -Quel cotale...- o -Quel... come si chiama?- o -Quel lavorio- né -Aiutatemelo a dire- e -Ricordatemi come egli ha nome-; perciò che questo è appunto il trotto del cavalier di madonna Orretta! E se tu reciterai un avenimento nel quale intervenghino molti, non dèi dire: -Colui disse...- e -Colui rispose...-, perciò che tutti siamo «colui», sì che chi ode facilmente erra: conviene adunque che chi racconta ponga i nomi e poi non gli scambi. Et oltre a ciò, si dèe l’uomo guardare di non dir quelle cose, le quali taciute, la novella sarebbe non meno piacevole o per aventura ancora più piacevole: -Il tale, che fu figliuol del tale, che stava a casa nella via del Cocomero... no ’l conosceste voi? Che ebbe per moglie quella de’ Gianfigliazzi: una cotal magretta, che andava alla messa in San Lorenzo... come, no? Anzi, non conosceste altri!- Un bel vecchio diritto, che portava la zazzera... non ve ne ricordate voi?-; perciò che, se fosse tutto uno che il caso fosse avenuto ad un altro come a costui, tutta questa lunga quistione sarebbe stata di poco frutto, anzi di molto tedio, a coloro che ascoltano e sono vogliosi e frettolosi di sentire quello avenimento, e tu gli aresti fatto indugiare; sì come per aventura fece il nostro Dante:

E li parenti miei furon Lombardi
E Mantovan per patria ambidui;

perciò che niente rilevava se la madre di lui fosse stata da Gazuolo o anco da Cremona. Anzi, apparai io già da un gran retorico forestiero uno assai utile ammaestramento d’intorno a questo, cioè che le novelle si deono comporre et ordinare prima co’ soprannomi e poi raccontare co’ nomi; perciò che quelli sono posti secondo le qualità delle persone e questi secondo l’appetito de’ padri o di coloro a chi tocca. Per la qual cosa colui che, in pensando, fu messer Avaritia, in proferendo sarà messer Erminio Grimaldi, se tale sarà la generale openione che la tua contrada arà di lui, quale a Guglielmo Borsieri fu detto esser di messer Erminio in Genova. E se nella terra ove tu dimori non avesse persona molto conosciuta che si confacesse al tuo bisogno, sì dèi tu figurare il caso in altro paese et il nome imporre come più ti piace. Vera cosa è che con maggior piacere si suole ascoltare e, più, aver dinanzi agli occhi quello che si dice essere avenuto alle persone che noi conosciamo (se l’avenimento è tale che si confaccia a’ loro costumi) che quello che è intervenuto agli strani e non conosciuti da noi; e la ragione è questa: che, sapendo noi che quel tale suol far così, crediamo che egli così abbia fatto, e riconosciamolo come presente, dove degli strani non avien così.