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XVIII

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XVII XIX

D’altrui né delle altrui cose non si dèe dir male, tutto che paia che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per lo più portiamo al bene et all’onore l’un dell’altro; ma poi alla fine ogniuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l’amicitia de’ maldicenti, facendo ragione che quello che essi dicono d’altri a noi, quello dichino di noi ad altri. Et alcuni, che si oppongono ad ogni parola e quistionano e contrastano, mostrano che male conoscano la natura degli uomini, ché ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoperare: sanza che il porsi volentieri al contrario ad altri è opera di nimistà e non d’amicitia. Per la qual cosa colui che ama di essere amichevole e dolce nel conversare non dèe aver così presto il: -Non fu così- e lo -Anzi sta come vi dico io-, né il metter sù de’ pegni, anzi si dèe sforzare di essere arrendevole alle openioni degli altri d’intorno a quelle cose che poco rilevano. Perciò che la vittoria in sì fatti casi torna in danno, con ciò sia che vincendo la frivola quistione si perde assai spesso il caro amico e diviensi tedioso alle persone, sì che non osano di usare con esso noi, per non essere ognora con esso noi alla schermaglia; e chiamanci per soprannome «M(esser) Vinciguerra», o «Ser Contraponi», o «Ser Tuttesalle», e talora «il Dottor Sottile». E se pure alcuna volta aviene che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo e non si vuol essere sì ingordo della dolcezza del vincere che l’uomo se la trangugi, ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua; e, torto o ragione che l’uomo abbia, si dèe consentire al parere de’ più o de’ più importuni e loro lasciare il campo, sì che altri e non tu sia quegli che si dibatta e che sudi e trafeli: che sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati, sì che se ne acquista odio e malavoglienza; et, oltre a ciò, sono spiacevoli per la sconvenevolezza loro, la quale per se stessa è noiosa agli animi ben composti, sì come noi faremo per aventura mentione poco appresso. Ma il più della gente invaghisce sì di se stessa, che ella mette in abbandono il piacere altrui: e, per mostrarsi sottili et intendenti e savii, consigliano e riprendono e disputano et inritrosiscono a spada tratta, et a niuna sentenza s’accordano, se none alla loro medesima. Il proferire il tuo consiglio non richiesto niuna altra cosa è che un dire di esser più savio di colui cui tu consigli, anzi un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza. Per la qual cosa non si dèe ciò fare con ogni conoscente, ma solo con gli amici più stretti e verso le persone il governo e regimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, etiandio a noi straniero; ma nella comune usanza si dèe l’uomo astenere di tanto dar consiglio e di tanto metter compenso alle bisogne altrui: nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti. Perciò che agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente, sì che non penano guari a deliberarsi, come quelli che pochi partiti da essaminare hanno alle mani; ma, come ciò sia, chi va proferendo e seminando il suo consiglio mostra di portar openione che il senno a lui avanzi et ad altri manchi. E fermamente sono alcuni che così vagheggiano questa loro saviezza che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con esso loro, e dicono: -Bene sta; il consiglio de’ poveri non è accettato- et -Il tale vuol fare a suo senno- et -Il tale non mi ascolta-; come se il richiedere che altri ubidisca il tuo consiglio non sia maggiore arroganza che non è il voler pur seguire il suo proprio. Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini et a riprendergli; e d’ogni cosa vogliono dar sentenza finale, e porre a ciascuno la legge in mano: -La tal cosa non si vuol fare- e -Voi diceste la tal parola- e -Stoglietevi dal così fare e dal così dire- e -’l vino che voi beete non vi è sano, anzi vuole esser vermiglio- e -Dovreste usare del tal lattovaro e delle cotali pillole-; e mai non finano di riprendere, né di correggere. E lasciamo stare che a talora si affaticano a purgare l’altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirgli. E sì come pochi o niuno è cui soffera l’animo di fare la sua vita col medico o col confessore e molto meno col giudice del maleficio, così non si truova chi si arrischi di avere la costoro domestichezza, perciò che ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano, e parci esser col maestro. Per la qual cosa non è dilettevol costume lo essere così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e dèesi lasciare che ciò si faccia da’ maestri e da’ padri, da’ quali pure perciò i figliuoli et i discepoli si scantonano tanto volentieri quanto tu sai che e’ fanno!