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XIV

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XIII XV

E perciò le cirimonie, le quali noi nominiamo, come tu odi, con vocabolo forestiero, sì come quelli che il nostrale non abbiamo, però che i nostri antichi mostra che non le conoscessero, sì che non poterono porre loro alcun nome; le cirimonie, dico, secondo il mio giudicio, poco si scostano dalle bugie e da’ sogni, per la loro vanità, sì che bene le possiamo accozzare insieme et accoppiare nel nostro trattato, poiché ci è nata occasione di dirne alcuna cosa. Secondo che un buon uomo mi ha più volte mostrato, quelle solennità che i cherici usano d’intorno agli altari e negli ufficii divini e verso Dio e verso le cose sacre si chiamano propriamente cirimonie: ma, poiché gli uomini cominciaron da principio a riverire l’un l’altro con artificiosi modi, fuori del convenevole, et a chiamarsi «padroni» e «signori» tra loro, inchinandosi e storcendosi e piegandosi in segno di riverenza, e scoprendosi la testa e nominandosi con titoli isquisiti, e basciandosi le mani come se essi le avessero, a guisa di sacerdoti, sacrate, fu alcuno che, non avendo questa nuova e stolta usanza ancora nome, la chiamò «cirimonia», credo io per istratio, sì come il bere et il godere si nominano per beffa «trionfare». La quale usanza sanza alcun dubbio a noi non è originale, ma forestiera e barbara, e da poco tempo in qua, onde che sia, trapassata in Italia: la quale, misera, con le opere e con gli effetti abbassata et avilita, è cresciuta solamente et onorata nelle parole vane e ne’ superflui titoli. Sono adunque le cirimonie, se noi vogliamo aver risguardo alla intention di coloro che le usano, una vana signification di onore e di riverenza verso colui a cui essi le fanno, posta ne’ sembianti e nelle parole, d’intorno a’ titoli et alle proferte. Dico vana, in quanto noi onoriamo in vista coloro i quali in niuna riverenza abbiamo, e talvolta gli abbiamo in dispregio; e non di meno, per non iscostarci dal costume degli altri, diciamo loro «lo Ill(ustrissi)mo signor tale» e «lo Ecc(ellentissi)mo signor cotale», e similmente ci proferiamo alle volte a tale per deditissimi servidori, che noi ameremmo di diservire più tosto che servire. Sarebbono adunque le cierimonie non solo bugie, sì come io dissi, ma etiandio sceleratezze e tradimenti; ma, perciò che queste sopraddette parole e questi titoli hanno perduto il loro vigore, e guasta, come il ferro, la tempera loro per lo continuo adoperarli che noi facciamo, non si dèe aver di loro quella sottile consideratione che si ha delle altre parole, né con quel rigore intenderle. E che ciò sia vero lo dimostra manifestamente quello che tutto dì interviene a ciascuno, perciò che, se noi riscontriamo alcuno mai più da noi non veduto, al quale per qualche accidente ci convenga favellare, sanza altra consideratione aver de’ suoi meriti, il più delle volte, per non dir poco, diciamo troppo, e chiamiamolo gentiluomo e signore a talora che egli sarà calzolaio o barbieri, solo che egli sia alquanto in arnese. E sì come anticamente si solevano avere i titoli determinati e distinti per privilegio del Papa o dello ’mperadore (i quai titoli tacer non si potevano sanza oltraggio et ingiuria del privilegiato, né per lo contrario attribuire sanza scherno a chi non avea quel cotal privilegio), così oggidì si deono più liberalmente usare i detti titoli e le altre significationi d’onore a titoli somiglianti, perciò che l’usanza, troppo possente signore, ne ha largamente gli uomini del nostro tempo privilegiati. Questa usanza adunque, così di fuori bella et appariscente, è di dentro del tutto vana, e consiste in sembianti sanza effetto et in parole sanza significato, ma non pertanto a noi non è lecito di mutarla: anzi, siamo astretti, poiché ella non è peccato nostro, ma del secolo, di secondarla: ma vuolsi ciò fare discretamente.