Fior di Sardegna (Madella)/Capitolo XXXVII

Capitolo XXXVII

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XXXVII.


Appena Lara si trovò sola con Pasqua, le disse, attirandola a sè e dandole un bacio: — Noi ci siamo amate sempre più di quello che usano le sorelle di questi tempi, non è vero Pasqua?

— Sì! — rispose la fanciulla, con un lampo misterioso negli occhi.

— Dunque non mi negherai un piacere, mia piccola Pasqua, tanto più che è l’ultimo che ti chieggo... e forse [p. 182 modifica]anche il primo, di così grave! Sai, io me ne vado!... Come sarai ricca, Pasqua!...

Un vago sorriso brillò sul suo volto, ma Pasqua la coprì di baci esclamando: — Tu sei pazza! Non morrai, no... non lo credi neppure tu! Perchè scherzi così? Non vedi che stai meglio?

— Sì, ho scherzato. Senti dunque, mi farai il piacere di recarti in casa di Mariarosa e di consegnarle in proprie mani una lettera.

— L’hai scritta stanotte? — chiese Pasqua.

— Si, te ne sei accorta?

— Mi accorgo di tutto io, Lara!...

Lara trasalì e guardò la sorella, che, benchè sembrasse ancora una bambina, aveva quindici anni suonati; ma il volto di Pasqua non rispose nulla e Lara si rassicurò. No! la piccina non poteva essersi accorta mai di nulla! Se fosse giunta ad avere il minimo sospetto, no, non sarebbe rimasta muta, perchè anch’essa aveva le sue idee sull’odio coi Massari!

Sicchè Lara, avuta la formale promessa di consegnare a Mariarosa la lettera scritta la notte innanzi, diede Pasqua quella lettera, in cui, spinta dall’antica amicizia che faceva tacere nel suo cuore ogni altro affetto, le narrava tutta la sua vita, i dolori sofferti, le onte, le umiliazioni subite, per scolparsi del suicidio di Nunzio, e le narrava il nuovo amore per cui moriva, e che non aveva alcuna esitazione a svelarle, dal momento che fra poco nulla sarebbe rimasto di lei. Nel principio della febbre, Lara aveva così chiuso il suo racconto straziante, bagnato di lagrime: «Addio!... Addio!... Perdonami e prega per me... Io muoio... Addio!».

Pasqua pensò tanto a mantenere la sua promessa che, appena il potè, aprì la lettera e la lesse. Si mise a piangere dirottamente, e, con la lettera in mano, corse in casa di Marco. Lo trovò solo nello studio. Da qualche tempo Marco aveva pregato i giovani avvocati, che prendevano pratica con lui, di cercarsi un altro studio, perchè egli non poteva più riceverli nel suo. Rimase solo. Nessuno dei giovani si seppe spiegare questo procedere di Ferragna; ma Massimo pensò con un fremito che forse Marco faceva ciò per liberarsi di lui, la cui presenza pareva gli fosse tutto ad un tratto divenuta odiosa. [p. 183 modifica]perchè? Massimo non sapeva spiegarselo, ma non osò certamente chiederlo a Marco, aspettando che Lara lo richiamasse a sè per domandarle spiegazioni. — Dunque, quando Pasqua entrò, Marco stava solo nel suo studio, davanti allo scrittoio. Pareva lavorasse, ma in realtà pensava profondamente a qualche cosa, con le mani abbandonate sulle carte, pallido e gli occhi fissi verso un punto indistinto, vagante nel vuoto, tanto che sussultò forte quando la fanciulla rinchiuse con fracasso la porta e gli disse singhiozzando: — Marco, Lara muore!...

Egli si rizzò spaventato, coi capelli irti. — Muore? — gridò.

— Sì, muore, ma tu puoi salvarla, tu... Marco. Ritira la tua domanda e lasciala libera di amarsi con Massimo...

— Che hai tu detto?... — esclamò Marco con stupore. — Tu sai?

— Sapevo tutto, da prima... — continuò Pasqua, sempre piangendo, — perchè mi ero accorta di tutto... io... ma non credevo che Lara dovesse morirne... e invece muore, vuol morire e morrà... ed io resterò sola... io che non ho altra amica, altra sorella che lei, io che l’amo tanto... Ecco, leggi... leggi... Alla fine, Marco, tu sei vecchio.... scusa, sai, ma sei vecchio per Lara... ma se vuoi riammogliarti, tutte ti vorrebbero, e se non trovassi altre, vedi, ci sarei io che ho subito sedici anni — ed io ti vorrei, sì, ma che Lara viva! io la voglio viva, viva, viva!

Impossibile descrivere la maraviglia e l’emozione di Marco nel sentire parlare così Pasqua, la piccola creatura nell’alba della vita, che gli dava una sublime lezione di abnegazione e di sacrificio, a lui il cui sole cominciava a tramontare. Prese la lettera e la lesse con un fremito per le mani, mentre Pasqua continuava a piangere. A poco a poco il suo volto s’illuminò, e i suoi occhi, splendenti di un raggio arcano, del lampo che un giorno doveva illuminare lo sguardo dei martiri, si rivolsero al cielo. Abbracciò Pasqua e baciandole i ricci d’oro che le cadevano sulle guance, bagnate di lagrime, le disse: — Sta’ tranquilla, e non piangere più! Salveremo Lara.

Bruciò la lettera, dicendo: — Queste non sono confidenze da farsi con nessuno! — poi uscì insieme alla fanciulla e un momento dopo si trovava presso la malata.

Stettero soli per più di un’ora, nella penombra d’oro [p. 184 modifica]della camera di Lara, mentre fuori il sole dardeggiava sulle campagne inaridite e le mosche ronzavano per l’aria soffocante, coprendo colla loro musica monotona il lieve susurro delle parole di Marco. — Che cosa diceva?...

— Non lo sappiamo, perchè, come dicemmo, Lara e lui parlavano, senza essere intesi da nessuno... ma è certo che le frasi di Ferragna dovevano avere un magico potere, perchè ridonavano il sorriso al volto bianco della malata e il dolce riflesso dei bei giorni di speranza e di amore ai suoi grandi occhi offuscati dalla febbre e dall’insonnia. — Quel giorno Lara cominciò a credere che la sua malattia fosse in realtà un nonnulla, e che, come il medico aveva predetto, si potesse levare da letto fra qualche giorno, al più tardi fra una settimana.

— E ora, — conchiuse Marco, — mi perdonerai?

— Sì, — rispose Lara con entusiasmo, — anzi! — E gettandogli le braccia al collo, lo baciò come lo baciava dieci anni prima.

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Sul finire di luglio, una sera, Marco Ferragna, che a furia d’anni aveva adottato molte delle abitudini dei proprietari di X***, salì a cavallo e partì per visitare uno dei suoi numerosi possedimenti. — Mariagrazia, — disse alla sua domestica, — probabilmente stanotte dormirò in campagna, quindi non attendermi. — Mariagrazia gli fornì di viveri per la cena la piccola bisaccia bianca a fiorami rossi legata alla sella, e non fece osservazione alcuna, però osservò che quella era la prima volta che il suo elegante padrone si adattava a passare la notte fuori della sua ricca camera da letto.

Marco dunque partì; passando davanti alla casa di don Salvatore, vide Lara seduta accanto ad una finestra. Lara che nella sua convalescenza aveva ripreso la perfetta dolce fisonomia della «morta».

Un brivido passò per le spalle di Marco, che la guardò fisso sinchè potè vederla. Quando la sua pallida faccia scomparve, Marco spronò a sangue il cavallo morsicandosi le labbra con furore, e s’immerse in pensieri ben tetri e profondi se non gli lasciavano neppure intendere i saluti che la gente gli prodigava lungo la sua via. [p. 185 modifica]Ga-loppa, galoppa, come un cavaliere da leggenda, Marco attraversò tutta la piccola città, e vaste campagne abbruciate dal sole, e vallate estese, ondulate, scintillanti, coperte da vegetazione bionda, diseccata e colline ombreggiate di boschi e di lentischi, e si fermò finalmente in un’ultima valle poco profonda, stendentesi dietro quelle colline, due ore distante da X***.

Quella valle si chiamava di «Muschias;» era una regione fertilissima, calda, che dava i frutti più squisiti del sud, dagli aranci al fico, dalle nespole al cedro, — cosa insolita nelle parti montuose della Sardegna, — ma che ne’ mesi caldi dell’anno riusciva fatale per la malaria. Marco ci possedeva un magnifico frutteto.

Quando arrivò, cominciava a imbrunire. Dall’alto dell’entrata Ferragna scorse le acque stagnanti del fiume immobile in fondo, in fondo, fra i giunchi e le eriche, e i sambuchi fioriti, le cui acque argentee, nel cui fondo si nascondeva la morte, scintillavano al riflesso del cielo color di smeraldo o di arancio, e i suoi occhi fissarono quelle acque con lo stesso sguardo di intenso desìo, di sovrumano amore con cui due ore prima avevano fissato il pallido volto di Lara. — Per qualche ora Marco, da buon possidente, vagò qua e là, guardando le piante, i frutti che maturavano, i danni delle bestie e degli uomini, pensando che era tempo di porre un guardiano fisso sino alla raccolta, — ammucchiò del fieno per il cavallo, — e al sorger della luna cenò davanti alla piccola casa di pietre, costrutta sotto gli alberi, nella quale neppure entrò. Infine scese verso il fiume e steso il suo mantello da campagna sotto un gigantesco sambuco, si coricò... Che notte! che notte! I grilli cantavano per la valle e i loro trilli incessanti, tremuli, argentini, si spandevano per l’aria rorida della notte bianca, quasi note di chitarre microscopiche, misteriose, suonate da piccole fate nascoste fra i giunchi e le ginestre della valle. Non altro rumore interrompeva l’alto silenzio del plenilunio; la vegetazione secca, gli alberi e i sambuchi olezzavano senza essere scossi da un solo fremito di brezza, e le acque immobili del fiume dormivano corrompendo quella notte orientale, bella e fatale come i sogni celesti causati dall’ascisc e dall’oppio. E Marco riposava in riva al fiume, sotto il sambuco le cui rame si disegnavano nere e lucentissime sullo [p. 186 modifica]sfondo del cielo d’argento, e respirando con voluttà quell’atmosfera mortale pensava a Lara morta, a Lara viva, al suo passato, al suo presente e al suo vicino avvenire.

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Quella stessa notte, nella stessa ora in cui Marco cominciava ad assopirsi sotto il sambuco della valle, il cancello del giardino di don Salvatore si apriva sotto l’azione di una piccola mano cerea e scarna e Massimo entrava col cuore palpitante di amore e di speranza dopo così lunghi giorni di disperazione.

— Così è, mio diletto, — disse Lara dopo i primi baci, — la nuvola è sparita dal nostro orizzonte. Marco aveva scoperto il nostro amore e fu lui che mi narrò tutte le frottole che ti raccontai l’altra notte che ci siamo veduti e che io credevo realmente l’«ultima!»... Sono stata malata, sai, molto malata....

— Lo sapevo, Lara mia, e il mio partito era preso.

— Morire anche tu?...

— Si! lo stesso giorno!... — disse Massimo.

Lara gli strinse la mano e, guardandolo affettuosimente, proseguì: — Ma quando mi vide malata, Marco provò pietà di me e non solo ritirò la sua domanda, ovvero mi promise di ritirarla fra poco in modo di non offendere mio padre, ma mi disse che tutto ciò che mi aveva narrato sul tuo conto era menzogna, vile calunnia, che tu mi amavi sempre, e chiedendomi perdono mi promise anche di aiutarci in tal modo che fra un anno saremo sposi!....

— Possibile! — esclamò Massimo, stringendola con trasporto fra le sue braccia. — io non posso credere a ciò! E’ un sogno, Lara! Se tu sapessi come ho sofferto!

— Ed io, Massimo, ed io! Sai, ho creduto persino d’odiarti, e forse ti ho odiato davvero.

— Me ne desti prova, Lara! — Ma io morivo, e allora mi accorsi che il mio odio per te era fuoco di paglia. Si spense dopo aver letto la tua ultima lettera e... ricominciai ad amarti più di prima. Morivo adorandoti, e tu? ...

— Oh, io non ho cessato di amarti un solo istante, adorata Lara! E come cessare di amarti?... — La baciò e proseguì: — Ma dimmi, che mai farà Marco? Da qualche tempo non mi salutava più, ma ora è meno sostenuto. [p. 187 modifica]con me, anzi pare accenni a ridiventarmi amico. Che mai farà per noi?

— Non io so, ma mi fido in lui. — Massimo pensò un poco, poi disse: — Che non sia un tranello? Non ti ama più dunque?...

— No, dice che m’ama sempre alla follia e che, appunto perchè mi ama, mi renderà felice come io desidero e sogno.

— Caro Ferragna! Se fosse qui, gli darei un bacio!... — In mancanza di lui, Massimo baciò Lara, che ne rise tanto....

I due giovani rimasero lunga pezza confidandosi i dolori sofferti, le rinascenti speranze, facendo cento supposizioni sulla misteriosa promessa di Marco Ferragna, scambiandosi mille baci, nell’ombra del vecchio cancello, senza paura e senza sospetti, perchè nella loggia vegliava una piccola signorina bionda, pronta a dare l’allarme in caso di pericolo.

Questa scena accadde molte notti di seguito, e molte notti di seguito l’aristocratico ed elegante Marco Ferragna dormì sotto il sambuco, sulla riva del fiume stagnante in fondo alla valle di «Muschias».