Fior di Sardegna (Madella)/Capitolo XXXIII

Capitolo XXXIII

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Capitolo XXXII Capitolo XXXIV
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XXXIII.


«Il nostro cuore è un serpente che divora sè stesso, l’animo nostro un vapore, che i venti si traggono in giro», — cantò Edoardo Rod. — Nonostante l’apparente tranquillità, Marco, Lara e Massimo vivevano come sotto un [p. 160 modifica]incubo, il cuore divorato da sè stesso, l’animo perduto nel vortice di un presentimento angoscioso. Massimo temeva... di che? Di nulla, ma nelle ore vespertine, allorchè solo pensando intensamente a Lara, che in quell’ora sapeva vicina a Marco che le parlava d’amore con la sua eloquenza ben cognita e affascinante, provava un’acre tristezza, una paura infinita, indistinta, che le lettere di Lara, sempre più ardenti, non riuscivano a far sfumare interamente. Lara temeva... di che? Non sapeva neppure essa spiegarselo, ma il vecchio presentimento rumoreggiava nuovamente nel suo animo, nè l’essersi fidanzata a Marco, riusciva, com’ella aveva sperato, a farla sicura e fidente dell’avvenire. Marco temeva: anche la sua paura pareva infondata, senza senso nè base, ma in realtà non lo era. Temeva di non essere amato da Lara, che rimaneva fredda, inesorabilmente fredda dinanzi alla sua passione ognor crescente, che non sapeva rivolgergli una parola d’amore, che non aveva ancora voluto dargli un bacio, un fiore, uno sguardo appassionato, la cui manina restava gelida e inerte fra le sue febbricitanti.

Egli la studiava, l’osservava, aspettava con ansia un lampo da quegli occhi adorati, un fremito, una sfumatura su quel viso pallido, stirato, impenetrabile, ma invano. Lara rimaneva sempre triste, il pensiero rivolto altrove il corpo che le si consumava lentamente sotto l’impero di una eterna e ignota malattia, e ogni giorno che passava convinceva Marco di non essore amato. Perchè quella tristezza, perchè le lagrime che spesso sorprendeva negli occhi di lei, perchè, perchè infine quella settimana chiesta per decidersi? Perchè?

Ora Lara veniva adorata in casa sua; don Salvatore ne aveva fatto un idolo; Marco la copriva di cure, amore, di carezze, di regali, parlandole ognora di una splendida felicità; ma essa non si commoveva, o spesso, come colpita da un improvviso pensiero, faceva sforzi per dimostrare il contrario di ciò che sentiva, sforzi che a Marco riuscivano più dolorosi della sua stessa freddezza. — Che mistero era questo? O Lara si sentiva malata, o innamorata di altri. Marco si decise a chiederglielo; essa protestò, e siccome lui insisteva con calore convinzione, lei si riscaldò più per paura che per altro, e giunse persino a lasciarsi baciare in fronte dal [p. 161 modifica]fidanzato. Se ciò per Lara fu un sacrifizio e le recò rimorso, in Marco non produsse alcun cambiamento di idea. Aveva ritrovato la fronte di Lara fredda come il marmo di una tomba, anzi passò nel suo sangue lo stesso brivido di freddo e di morte provato nel dare l’ultimo bacio a Lara morta....

Così i giorni scorrevano, eguali, tristi in fondo, splendidi nel cielo eternamente azzurro e tra i profumi delle rose di una magnifica primavera. Marco indovinava un mistero, lo sentiva aleggiare intorno a sè, vicino o lontano da Lara, ma non cercava di squarciarlo; non voleva squarciarlo. Come Lara, anch’egli contava i giorni, dimentico dei suoi anni, in attesa della fine così lunga che non osava accorciare, sapendo che solo dal filo di una obbedienza completa dipendeva la sua felicità, e sperava che, una volta sua, avrebbe ben egli saputo risvegliare l’anima di Lara e renderla ardente e fedele come egli la sognava. — Chissà! — forse la riservatezza, la freddezza di lei dipendevano da un naturale istinto di timido e purissimo pudore, forse egli s’ingannava... sì, s’ingannnva! Come Lara l’avrebbe accettato non amandolo? Amandone un altro? Era una cosa assurda.

In quanto al pensiero che Lara avesse un altro amante, Marco non lo sognava neppure. Tutti, tutti a X*** conoscevano oramai il suo futuro matrimonio, tutti, sino i bimbi, sino i gatti e i sorci, che forse avevano anche partecipato alle chiacchiere e agli infiniti commenti fatti su ciò. Come dunque era possibile che altri amasse Lara sapendola sua fidanzata?

E intanto Massimo la rivedeva e la ribaciava ogni quattro notti all'ombra del vecchio cancello che dava sui campi: se l’amore finto e diurno di Lara andava stentatamente, strascinandosi in una via molto difficile o irregolare, l’amore notturno, il vero e grande amore ardente nel segreto del suo cuore, progrediva regolarmente, illuminato dalle stelle del cielo e della speranza.

Molte volte Lara veniva ad assidersi accanto al fidanzato ufficiale, nella vasta camera da pranzo illuminata da una lampada bianca, dopo aver appena finito di leggere la lettera di Massimo, le cui frasi le risuonavano al [p. 162 modifica]pensiero mentre Marco le parlava di cose allegre, ma indifferenti, davanti ai genitori, con le guance e le labbra ancora rosse della rosa dei baci del giovine Massari, spesso provava un subito rossore, un rimorso, una specie di vergogna, credendo che Ferragna scorgesse sul suo volto quei baci, leggesse nel suo pensiero quelle frasi; ma poi sorrideva con egoismo, quasi con derisione, e alzava le spalle dicendo fra sè: — Ma che? ognun per sè e Dio per tutti!.

Diventava cattiva, senza dubbio, sì, diventava cattiva! Ma perchè Marco era venuto nella sua vita? Non ci mancava che lui, Dio mio!

Nessun incidente era occorso da due mesi circa, allorchè, una notte, Massimo, una notte oscura sul finire di giugno, nell’uscire dal cancellò vide un’ombra rizzarsi a pochi passi di distanza e seguirlo con insistenza sino l’interno della città, sino al primo fanale acceso nelle viuzze oscure e solitarie.

Il sangue gli si gelò nelle vene: senza dubbio quell’«uomo», perchè Massimo non solo aveva riconosciuto il sesso dell’ombra, ma gli era sin anco sembrato di ravvisare un popolano, — lo spiava. Lo aveva riconosciuto? Forse no, come lui non aveva riconosciuto nell’oscurità il volto dell’altro, — ma per maggior prudenza Massimo non si recò al prossimo convegno, nè al secondo nè al terzo, aspettando con la morte nel cuore che passasse qualche settimana per sviare i probabili sospetti, e attendendo che Lara lo avvisasse una seconda volta per ricominciare i convegni. — Ma, Lara non l’avvisò, per la buona ragione che neppur lei erasi più recata al cancello nè aveva notato le sue assenze. Che era accaduto?

L’indomani dell’ultimo convegno un uomo chiese di parlare a quattr’occhi con l’avvocato Ferragna.

Era un vecchio pastore, che qualche mese prima Marco aveva difeso, salvandolo con la sua eloquenza e i suoi maneggi da un venti anni di sicura reclusione, perchè imputato di grassazione e oppresso da prove quasi schiaccianti. Inoltre, sapendolo poverissimo e padre di una numerosa famiglia, non avevalo spogliato, come qualsiasi altro avvocato, delle poche gregge che componevano tutta la sua esistenza e quella dei figli, ma dandogli del suo lo aveva rimandato con Dio. [p. 163 modifica]

Il pastore gli aveva per ciò posto un forte amore, una riconoscenza senza limiti, e sovente soleva dire che se un’altra persona dovesse mai entrare a far parte nella Trinità di Dio, questa era certo l’avvocato Ferragna. Si chiamava Luigi, soprannominato Morolungo, probabilmente per la sua alta statura e la sua carnagione nera come quella di un africano. Vestiva, al di sopra del costume unto e lacero, una specie di sopravveste di pelli nere con la lana, ridicola, informe, ma usatissima nei pastori sardi, talchè nell’elegante studio di Marco Ferragna, che pure vedeva visitatori di ogni colore, formava una macchia molto stonata e assai poco pulita.

— Ebbene, compare Luì, — gli disse famigliarmente Marco, — in che posso servirvi?

— Servirmi! — rispose il pastore, sgranando gli occhi con un lampo di gratitudine. — Le pare? Non me ne ha già reso abbastanza dei servigi e di carità? Vengo piuttosto a sdebitarmi alquanto verso di Lei. Ma siamo davvero soli?

— Sicuro! — esclamò Marco, messo in curiosità.

Luigi Morolungo accostò delicatamente la sua sedia allo scrittoio, tutto timoroso di insudiciare i mobili o le carte, e parlò a lungo con l’avvocato. A misura che egli parlava, Marco impallidiva, quasi ascoltando la rivelazione di un tremendo segreto, e dopo che Luigi se ne andò seguito da uno sguardo di odio e di riconoscenza insieme, egli chinò il capo fra le mani e rimase così, lung’ora, muto, immobile, col cranio flagellato da una di quelle tempeste di pensieri più terribili di quelle del mare. Luigi aveva rivelato che Lara, la sua fidanzata, faceva l’amore con Massimo Massari; li aveva visti lui stesso con un altro compagno una sera dell’agosto passato baciarsi fra le rocce della montagna, sotto l’elce del castello; aveva veduto Massimo uscire dal cancello dei Mannu una notte dell’ottobre trascorso; aveva la sera prima assistito al colloquio dei due giovani dietro al cancello e veniva a rivelare tutto al fidanzato tradito, veniva a parlare non ostante la minaccia di morte che Massimo gli aveva prodigato sulla montagna, ove del resto egli e il suo compagno avevano fatto mostra di non riconoscere Lara. — veniva a pagare con la sua delazione, col suo vile spionaggio, il sacro debito che conservava con Ferragna. [p. 164 modifica]

Marco lo credè ma lo fece giurare di non dire ad altri quel segreto, se davvero voleva mostrarsegli grato. Dal canto suo s’impegnò formalmente di non pronunziar il suo nome.

Il pastore giurò e se ne andò contento di essersi in qualche maniera sdebitato, senza accorgersi che aveva spezzato il cuore del suo benefattore tre anni prima che ciò dovesse necessariamente accadere, lasciandolo immerso nella lotta spaventosa dei suoi sentimenti. Triste, terribile lotta! Una di quelle lotte che spezzano l’anima, come i pugni di ferro la fronte, che insensibilmente sfiorano le chiome, sotto cui fremono e imbiancano la radice di queste, che bruciano gli occhi col pianto secco della disperazione, pianto senza lagrime, senza singulti, senza spasimo, che si indura sul cuore e vi rimane sopra schiacciandolo come una pietra. Non tenteremo di descrivere questa lotta, essendoci impossibile. Oh, la penna, la penna di Victor Hugo per un’ora sola, per descrivere queste lotte interne, queste tempeste in un cranio! Senza di essa chi mai potrà descriverle? Non la mia povera penna, di certo...