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Tomo Primo - Capitolo Sesto
Peggio che peggio

../Cap V ../Cap VII IncludiIntestazione 9 novembre 2008 75% Romanzi

Tomo Primo - Cap V Tomo Primo - Cap VII

Ognuno può avere osservato che, dalla peritosa sposa di contado fino a... fino all’uomo il più disinvolto e imperturbabile, e per dirla in milanese il più navigato, tutti hanno certi loro gesti famigliari, certi moti insignificanti dei quali fanno uso quasi involontariamente quando, trovandosi con persone colle quali non sieno molto addomesticati, non sanno troppo che dire, o aspettano il momento di dir cosa la quale non è attesa né sarà molto gradevole a chi deve intenderla. La differenza che passa tra gl’intrigati e i navigati (son costretto a prendere entrambi i vocaboli dal dialetto del mio paese, il quale non manca d’uomini dell’una e dell’altra specie) la differenza è che i primi coi loro moti incerti, e vacillanti e goffi mostrano sempre più il loro imbarazzo, e vi si vanno sempre più affondando, mentre negli altri questo disimpegno è nello stesso tempo un esercizio di eleganza e di superiorità. Tutte le classi hanno una provvisione particolare, e caratteristica di questi atti, e questa distinzione era più osservabile nei tempi in cui le classi erano più distinte per abitudini, e anche pel costume di vestire, il quale si prestava naturalmente ad usi diversi di questo genere. Si potrebbe qui fare una erudita enumerazione di questi gesti, cominciando dai personaggi più celebri e dalle condizioni più note degli antichi romani, o anche degli Egizj, ma sarebbe troppo provocare l’impazienza del lettore avido certamente di seguire la nostra interessante storia. Diremo soltanto che gli atti più usuali dei cappuccini per avere come dicono i francesi une contenance, erano di accarezzarsi la barba, di fare scorrere il berrettino innanzi indietro dal sincipite all’occipite, di porre la mano destra nella larga manica sinistra e viceversa, o di stirarsi il cordone, o di palpare ad uno ad uno i grossi paternostri del rosario che tenevano appeso alla cintola. Questa ultima operazione appunto faceva il Padre Cristoforo quando si trovò da solo a solo con Don Rodrigo; di modo che si avrebbe creduto che vi ponesse molta occupazione, ma il lettore sa che il buon padre era preoccupato da tutt’altro. Del contegno di Don Rodrigo non occorre parlare, giacché ognun sa che nessuno è tanto sciolto, franco, sgranchiato, quanto un ribaldo dopo un buon desinare. Stava egli però con qualche curiosità e con qualche sospetto di quello che il padre fosse per dirgli, sospetto che il contegno un po’ irresoluto del padre aveva quasi cangiato in certezza. Gli accennò con sussiego che sedesse, si pose egli pure a sedere, e ruppe il silenzio con queste parole:

«In che posso obbedirla, padre?»

Questo era il suono delle parole, ma il modo con cui erano proferite voleva dire chiaramente: frate, bada a chi tu parli, e a quello che dirai.

Il tuono insolente di quest’invito servì mirabilmente a togliere ogni imbarazzo al padre Cristoforo; perché risvegliando quell’uomo vecchio che il padre non aveva mai del tutto spogliato, mise in moto quello che v’era in lui di più franco e di più risoluto: cosicché invece di farsi animo dovett’egli frenare l’impeto che lo spingeva a rispondere sullo stesso tuono, per non guastare l’opera delicata che stava per intraprendere.

Onde, con modesta, ma assoluta franchezza, rispose:

«Signor Don Rodrigo il mio sacro ministero mi obbliga a passare un officio con Vossignoria. Io desidero ardentemente che nessuna mia parola possa spiacerle: e per antivenire ad ogni disgusto debbo assicurarla che in tutto quello ch’io sono per dire io ho di mira il bene di lei, quanto quello di qualunque altra persona».

Don Rodrigo non rispose che allungando il volto, stringendo le labbra, aggrottando le ciglia, e dando ai suoi occhi una espressione ancor più minacciosa e sprezzante. Il Padre fece le viste di non avvedersene, e continuò, con qualche esitazione, perché le parole ch’egli stava per proferire non esprimevano veramente quello ch’egli sentiva:

«Qualche tristi hanno abusato del nome di Vossignoria illustrissima per minacciare un parroco, ed atterrirlo dal fare il debito suo, e sopraffare indegnamente due poveri innocenti. Vossignoria può con una parola confondere questi ribaldi, disingannare quelli che potessero aver dato fede alle loro parole, e sollevare quelli che ne patiscono. Lo può, e ardisco dirle, lo deve. La sua coscienza, la sua sicurezza, il suo onore sono interessati in questo sciagurato affare».

«Della mia coscienza, padre, non mi si deve parlare che per rispondermi quando mi piaccia di parlarne; la mia sicurezza... ma non posso credere ch’ella abbia avuta l’intenzione ardita di farmi una minaccia; e suppongo che questa parola le sia sfuggita senza riflessione. Quanto al mio onore, io potrei esser grato a chi ne sente premura in cuor suo, ma sappia che ne ho la cura io, e che chiunque osa prendersi questa cura per me, io lo riguardo come colui che lo offende».

La fredda ed altiera impudenza di Don Rodrigo avrebbe fatta perder la flemma al Padre, se questi non ne avesse fatta una provvisione per trenta anni, e se non fosse stato compreso dell’importanza del negozio che stava trattando. Con questo pensiero, riprese: «Signor Don Rodrigo: sa il cielo se io ho disegno di spiacerle: ella pure lo sa: non volga in ingiurie quello che mi detta la carità, sì una umile carità: con me ella non potrà venire a parole, io son disposto ad ingojare tutto quello che le piacesse di dirmi: ma per amor del cielo, per quel Dio innanzi a cui dobbiamo tutti comparire (così dicendo il padre aveva preso fra le mani e poneva dinanzi agli occhi di Don Rodrigo il teschietto di legno che era appeso in capo al suo rosario, e che i cappuccini portavano per un ricordo continuo della morte) per quel Dio, non si ostini a volere una misera, una indegna soddisfazione a spese dell’anima sua, e delle lagrime dei poverelli: pensi che Dio gli ha cari come la pupilla dei suoi occhj, e che le loro imprecazioni sono ascoltate lassù: risparmi l’innocenza e la...»

«Padre Cristoforo», interruppe bruscamente D. Rodrigo: «il rispetto ch’io porto al suo abito è grande; ma se qualche cosa potesse farmelo dimenticare, sarebbe il vederlo in dosso ad uno che ardisse di venire a farmi la spia in casa».

Questa parola fece salire una fiamma sulle guance del frate: ma fatti tutti i vezzi d’un uomo che tranghiotte in fretta una amarissima medicina, egli rispose: «Lo dica pure, purché non lo creda; e già non lo crede. Ella sa che le ingiurie che io posso ascoltare per questa causa non mi avviliscono, ella sa che il passo che io faccio ora non è mosso da fini spregevoli: ella non mi disprezza in questo momento. Faccia Dio che non venga un giorno in cui ella si penta di non avermi ascoltato. Non metta la sua gloria nel... Qual gloria, signor Don Rodrigo! Qual gloria dinanzi agli uomini! E dinanzi a Dio! Fare il male è concesso sovente all’ultimo degli uomini: il più vile dei banditi può far tremare. Non v’è disonore a ritrarsi dalla iniquità: la codardia sta nel fare delle azioni inique per timore di scomparire dinanzi ai tristi. Signor Don Rodrigo, le parole ch’io proferisco ora dinanzi a lei sono numerate, un giorno le potrebbero esser fatte scontare ad una ad una da Colui che me le ispira».

«Sa ella», disse interrompendo con istizza ma non senza qualche raccapriccio Don Rodrigo, «sa ella che quando mi viene il ghiribizzo di sentire una predica, io so benissimo andare in chiesa come fanno gli altri? Ma in casa mia. Oh!» e continuò con un sorriso affettato, «io non posso lagnarmi di Dio che m’abbia fatto nascere in basso luogo, ma ella mi tratta per da più che io non sono alla fine. Il predicatore in casa! non l’hanno che i principi regnanti».

«E quel Dio che domanda conto ai principi della parola che fa loro intendere nelle loro reggie, quel Dio le fa ora un tratto di misericordia mandando un suo ministro, indegno e miserabile, ma un suo ministro, a pregare per una innocente...»

«Insomma, padre», disse alzandosi dispettosamente Don Rodrigo; «io non so quello ch’ella mi voglia dire: io non capisco altro se non che vi debb’essere qualche fanciulla che le preme assai: vada a fare le sue confidenze a chi le piace; e non si permetta di seccare più a lungo un gentiluomo».

Il Padre Cristoforo vedendo Don Rodrigo alzarsi, come perduta la pazienza, temè che questi rompesse affatto il discorso, e levatosi egli pure col maggior garbo che potè, e con aria quasi supplichevole, dissimulando quello che potevano avere di frizzante le parole che aveva intese, rispose: «Sì la mi preme; ma non più di lei: io veggio in entrambi dei fratelli di redenzione, e delle anime che mi sono più care del mio sangue. Don Rodrigo io sono un nulla dinanzi a lei, ma il mio rispetto, ma la mia riconoscenza potranno forse valere qualche cosa per la intensità loro se non per la mia persona. Non mi dica di no: salvi una innocente, una sua parola può far tutto».

«Ebbene», disse Don Rodrigo, «giacch’ella crede ch’io possa far molto per questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore...»

«Ebbene?» riprese ansiosamente il Padre Cristoforo al quale l’atto e il contegno di Don Rodrigo non permettevano di abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare le sue parole.

«Ebbene», proseguì Don Rodrigo: «le consigli di venirsi a mettere sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e non son cavaliere, se alcuno ardisce inquietarla».

«La vostra protezione!» riprese il padre Cristoforo, dando indietro due passi, appoggiandosi fieramente sul piede destro, e mettendo la destra sull’anca, levando la manca coll’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: «la vostra protezione! bene sta che abbiate parlato così; che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colma la misura, e non vi temo più».

«Come parli, frate?...»

«Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Io sapeva che Lucia era sotto la protezione di Dio: ma voi, voi me lo fate sentire ora con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia dico: vedete come io pronunzio questo nome colla fronte alta, e con gli occhi immobili».

«In questa casa...»

«Ho compassione di questa casa: ella è segnata dalla maledizione. State a vedere che la giustizia di Dio avrà rispetto a quattro pietre e a quattro scherani! Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine per darvi il diletto di tormentarla! voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Vi siete giudicato. Ne ho visti di più potenti, di più temuti di voi; e mentre agguatavano la loro preda, mentre non avevano altro timore che di vederla fuggire, la mano di Dio si allungava in silenzio dietro alle loro spalle per coglierli. Lucia è sicura di voi, ve lo dico io povero frate, e quanto a voi, ricordatevi che verrà un giorno...»

Don Rodrigo che combattuto tra la rabbia, e il terrore non trovava parole per rispondere, quando sentì che una predizione stava per venirgli addosso, prese la mano tuttavia alzata del padre, e coprendogli la voce gridò:

«Levamiti dinanzi, plebeo incappucciato, poltrone temerario».

Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania era nella sua mente così bene, e da tanto tempo associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che a quel complimento gli cadde ogni spirito d’ira e di entusiasmo, e non gli restò più altro da fare che di udire tranquillamente quello che piacesse a Don Rodrigo di aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo e rimase immobile, come quando nel forte della burrasca il vento cade, un’antica pianta ricompone naturalmente i suoi rami e riceve la gragnuola come la manda il cielo.

«Villan rifatto!» proseguì Don Rodrigo: «così rimeriti accoglienze alle quali non sei avvezzo, e che non son fatte per te: ma tu adoperi da par tuo. Ringrazia quel sajo che ti copre quelle spalle di paltoniere, e ti salva dalle carezze che si fanno ai pari tuoi per insegnar loro a parlare. Esci colle tue gambe per questa volta; e la vedremo».

Così dicendo, accennò una porta opposta a quella per cui erano entrati: il padre Cristoforo chinò il capo, come salutando, e se ne uscì per quella, tranquillamente, lasciando don Rodrigo a misurare a passi concitati il campo di battaglia.

Non è da credere che l’animo del buon frate fosse pacato come il suo aspetto; ma in mezzo al turbamento naturale nelle sue circostanze, egli sentiva più di fiducia che non ne avesse prima di quell’infelice colloquio. Le parole di sicurezza ch’egli aveva dette a Don Rodrigo, non erano state un’arte per atterrir l’avversario: esprimevano un sentimento sincero e distinto. Gli pareva che la superbia e l’iniquità di Don Rodrigo fossero salite a quell’altezza, dove la provvidenza le arresta, e le rovina. Questi calcoli riescono spesse volte fallaci, e l’ingiustizia a questo mondo talvolta sale, sale, sale, quando si crede che giunta al colmo, non possa che precipitare: ma Fra Cristoforo la pensava così come abbiam detto; e sperava più che mai che la cosa si terminerebbe con una uscita inaspettata e favorevole all’innocenza. Ma quale uscita? Non avrebbe egli saputo dirlo: ma credeva confusamente che una se ne troverebbe.

Quand’ebbe chiusa dietro sè la portiera, vide nella stanza dov’entrava, e che riusciva nel cortile, vide una persona che si andava tirando pian piano dietro la parete come per non esser veduta dalla stanza del colloquio; e s’accorse che era un servo il quale era stato ad origliare, e continuò a camminare senza far vista di nulla, per uscir nel cortile. Ma il servo fattosigli vicino gli disse sottovoce: «padre, ho inteso tutto, e le vorrei parlare».

«Dite tosto».

«Non posso qui: guai se il padrone o altri mi sorprende. Ma io so tante cose, e non mi regge la coscienza né il cuore... Vedrò di venir domani al suo convento».

«Dio vi benedica; ma intanto?»

«Non si farà nulla prima. Vada vada».

«Dio vi ricompenserà: io non uscirò domani, e mi troverete certamente».

«Vada vada per amor del Cielo, e non mi tradisca».

Il volto del buon frate rispose a queste parole più chiaro che non avrebbe potuto qualunque discorso; il servo rimase, e il padre uscì nel cortile, quindi nella via, e respirò più liberamente quando si vide fuori di quella caverna. L’inaspettata proposta del servo confermò e crebbe la sua fiducia. — Ecco, diss’egli tra sè, un filo che la provvidenza mi pone in mano. — Così pensando guardò in alto e vide che il sole era poco discosto dalla cima del monte; e che non rimaneva che un’ora e mezzo di giorno. Allora benché affaticato per la via che aveva già fatto, e per quello che aveva detto e inteso, studiò il passo affine di poter riportare un avviso qual ch’e’ fosse alle donne, come aveva promesso, e trovarsi al convento prima di sera. Era questa una delle leggi più severe del codice fratesco: e le trasgressioni erano punite con rigore, e talvolta le recidive con crudeltà, perché oltre la disciplina, l’onore del convento era interessato a prevenire delle assenze che avrebbero fatto dire Dio sa che. Al qual proposito si può osservare che ogni volta che gli uomini hanno potuto dividersi in classi, in crocchi, in picciole società, e farsi leggi particolari, per lo più invece di approfittare di questa esenzione dalle leggi comuni per istabilire una certa condiscendenza utile a tutti i contraenti, hanno aguzzati gl’ingegni per trovare rigori e pene più raffinate: di modo che parrebbe quasi che tormentare altrui sia più dolce che assicurar se stesso.

Ma nella casetta di Lucia dal momento che il padre ne era partito non si era stati in ozio: si eran messi in campo e ventilati disegni dei quali è necessario informare il lettore. Partito il padre, Fermo e Lucia stavano in silenzio osando appena di sogguardarsi di tratto in tratto, e non si parlando che con sospiri: poiché le speranze che avevano nella spedizione del buon padre erano tanto leggere e indeterminate, che temevano entrambi di farle svanire col comunicarle.

Lucia andava tristamente ammanendo il desinare, e Fermo stava in tra due, volendo ad ogni momento partire per togliersi dallo spettacolo di Lucia così accorata, e non sapendo staccarsi. Ma Agnese dopo aver meditato un poco, dopo aver più volte risposto a se stessa di sì col capo, con una voce piena di pensiero ruppe il silenzio e disse: «Sentite, figliuoli. Se aveste coraggio e destrezza quanto è di mestieri, se vi fidate di vostra madre (quel vostra fece trasalire Lucia) io m’impegnerei a cavarvi di questo impiccio, meglio forse e più presto del padre Cristoforo, con rispetto del suo studio».

Lucia si fermò sui due piedi con più ansia che speranza in una promessa tanto magnifica; e Fermo: «Coraggio!» disse: «destrezza! dite, dite quel che si può fare».

«Non è vero», proseguì Agnese, «che se voi foste maritati, il punto principale sarebbe vinto, che a tutto il rimanente vi sarebbe rimedio?» «Oh maritati» rispose Fermo: «e poi quel che Dio vuole». Lucia non aperse bocca; ma un rossore che le velò tutta la faccia parve ripetere parola per parola ciò che Fermo aveva detto.

«Maritati che foste», continuò Agnese, «coi pochi risparmi di Fermo, e coi nostri, colla nostra poca abilità, possiamo vivere anche via di qui: per me non ho che questa poveretta al mondo, e grazie al cielo non vi sarei di peso, giacché il pane me lo guadagno. Lontani dalla persecuzione di questo tiranno senza timor di Dio, noi potremmo far casa, e vivere in santa pace, non è vero, figliuoli?»

«Sicuro», rispose Fermo, «ma tutto sta nell’essere maritati».

«Ebbene, come vi ho detto, coraggio e destrezza; fare quello che vi dirò io, e la cosa è facile».

«Facile!» dissero ad una voce quelli per cui la cosa era divenuta tanto stranamente, e dolorosamente difficile.

«Facile, a saperla fare»; replicò Agnese. «Bisogna fare un matrimonio gran destino». — La buona donna voleva dire clandestino.

«Cospetto!», disse Fermo: «mi par bene di avere inteso altre volte questa parola, ma non so che cosa voglia dire. Ma come fare il matrimonio se il curato non vuole? Senza il curato non si può fare».

«Bisogna che il curato ci sia, e questo è facile, ma non fa bisogno ch’egli voglia, che è il punto».

«Spiegatevi meglio».

«Ecco come si fa. Bisogna aver due testimoni, destri e ben informati. Si va dal parroco. Lo sposo dice: — Signor curato, questa è mia moglie: — la sposa dice: Signor curato, questo è mio marito: — il parroco sente, i testimonj sentono, e il matrimonio è fatto, e sacrosanto come se lo avesse fatto il papa. Ma bisogna che il curato senta, che non v’interrompa, perché se ha tempo di fuggire prima che tutto sia detto, non si è fatto niente. Bisogna dire in fretta, ma chiaro, sentite: come faccio io: — questa è mia moglie: questo è mio marito: — (e faceva mostra di una volubilità di lingua che in verità possedeva in un modo singolare). Quando le parole son proferite, il curato può strillare, strepitare fare quello che vuole, siete marito e moglie».

«Possibile!» sclamò Lucia.

«Oh vedete», disse Agnese «che nei trent’anni che sono stata al mondo prima di voi altri, non avrò imparato niente. La cosa è certa e una mia amica che voleva pigliar marito contra la volontà dei suoi parenti, ha fatto così. Poveretta! che arte ha usata per riuscirvi, perché il curato stava sull’avviso, ma ha saputo cogliere il momento, ha pigliato colui che voleva, e se ne è pentita tre giorni dopo».

«Se fosse vero, Lucia!...» disse Fermo, riguardandola con aria di una aspettazione supplichevole.

«Come! se fosse vero», ripigliò Agnese: «Io mi cruccio per voi, e non son creduta. Bene bene; cavatevi d’impiccio come potete: io me ne lavo le mani».

«Ah no! non ci abbandonate», disse Fermo.

«No no»: riprese Agnese: «me ne lavo le mani: sentite, io son donna che sopporto ogni cosa per quelli a cui voglio bene, ma non voler credere alle mie parole, e non voler fare quello che dico io; questo non lo posso sopportare».

Chi avesse tentato direttamente con preghiere di smuovere Agnese irritata, avrebbe facilmente avuto da fare per molto tempo: ma Lucia ottenne l’effetto in un momento, senza porvi astuzia, facendo una obbiezione:

«Ma, perché dunque», diss’ella, «questa cosa non è venuta in mente al Padre Cristoforo?» Questa interrogazione impegnò la buona Agnese a rispondere, e a giustificare il suo assunto.

«Bisogna saper tutto», diss’ella. «Al Padre Cristoforo che ne sa molto più di me, la cosa sarà venuta in mente prima che a me: ma io so bene perché non ne avrà voluto parlare».

«Perché?» domandarono i due giovani.

«Perché?... perché... i religiosi dicono che è una cosa che non istà bene».

«Come possono dire che non istia bene, quando dicono che non si può disfare», disse Fermo.

«Se non istà bene», disse Lucia, «non bisogna farla».

Per rispondere a Fermo era necessario un ragionamento troppo sottile per Agnese: si volse ella adunque a Lucia, e disse: «Non bisogna dirla prima di farla, perché allora sconsigliano: ma quando sarà fatta, che cosa vuoi che ti dica il Padre Cristoforo? — Ah figliuola è stata una scappata, non me ne tornate a fare una simile! — Tu gli prometterai di non tornarvi: non è vero? non son cose che si facciano due volte. E allora il Padre Cristoforo ti assolverà».

Lucia non si mostrava convinta di questo raziocinio; ma Fermo tutto rincorato disse: «Ebbene quand’è così la cosa è fatta. Lucia, voi non mi verrete meno, non mi avete voi promesso d’esser mia? Non abbiamo noi fatto ogni cosa da buoni cristiani? E se non fosse stato questo... non saremmo noi marito e moglie?»

«Fatta! fatta!» disse Agnese: «adagio. E i testimonj? E trovare il modo di acchiappare il signor curato, che da due giorni se ne sta rincantucciato in letto, e che quando vi vedesse comparire a un miglio di distanza, scapperebbe come il diavolo dall’acqua santa?»

«Ho trovato il modo; l’ho trovato», disse Fermo, battendo il pugno sulla tavola e facendo trasalire e fremere le stoviglie apparecchiate pel desinare: «l’ho trovato. Vado, e torno. Bisogna ch’io parli con Toni; e se posso acconciare la faccenda con lui, l’è fatta; e vengo subito ad informarvene».

«Ma ditemi prima quello che intendete di fare» disse precipitosamente Agnese, alla quale pareva pure di dover esser consultata la prima.

«Non ho un momento da perdere: bisogna ch’io lo colga in casa a quest’ora: altrimenti, chi sa se potrei trovarlo. Vado e torno, per sentire il vostro parere; senza il vostro parere non si farà nulla. Cara Agnese, io vi considero come se foste la madre che ha patito: sono nelle vostre mani. Persuadete Lucia». Così detto sparì.

Non ci voleva meno di queste parole perché Agnese perdonasse a Fermo di farle aspettare una confidenza e di intraprendere qualche cosa senza il suo consiglio.

«Ragazzo!» diss’ella quando fu partito «purché non me ne faccia una e non mi guasti tutto. Basta: mi ha promesso di non far nulla senza la mia licenza».

Necessità, come si dice, assottiglia l’ingegno: e Fermo il quale nel sentiero retto e facile di vita che aveva percorso fin allora non aveva mai avuto occasione di far molto uso della sua penetrazione, ne pensò in questo caso una, che avrebbe fatto onore ad un giurisperito. Corse alla casetta di Tonio, la quale era nel villaggio dove risiedeva il parroco, a forse trecento passi di distanza dalla abitazione di Lucia. Quando Fermo entrò nella cucina, la moglie, la vecchia madre di Tonio stavano sedute alla mensa, e tre o quattro figli ritti intorno aspettando il desinare che Tonio stava cucinando. Ma non si vedeva sui volti quell’allegria che ordinariamente anche i poverelli mostrano in quel momento: la carestia aveva costretti i poverelli ad una sobrietà ancor più rigida che per l’ordinario, e tutti cogli occhi fissi sulla pentola nella quale Tonio tramestava accidiosamente una bigia polenta di fraina (o se volete di poligonum fagopyrum ) pareva che invece di rallegrarsi della vista del desinare pensassero tristamente a quella buona parte di appetito che rimarrebbe intatta dopo sparecchiato. In quel momento Tonio riversò la polenta sulla tafferia di faggio che stava appronta a riceverla, e il largo orlo che rimase vuoto all’intorno fece ancor più chiaramente risaltare la povertà del convito. Nullameno le donne rivolte cortesemente a Fermo, gli dissero se voleva restar servito: complimento che il contadino di Lombardia non lascia mai di fare quando mangia seduto sulla sua porta a chi s’abbatte a passarvi quand’anche stesse mangiando l’ultimo boccone del suo piatto. «Vi ringrazio», rispose Fermo: «io vengo per dire qualche cosa a Tonio; e se vuoi Tonio, per non incomodare le tue donne vieni a pranzar meco all’osteria, e parleremo». La proposta fu per Tonio tanto gradita quanto meno aspettata; e le donne che in un’altra occasione forse avrebbero avuto che dire su questa partita videro con piacere che si scemasse alla polenta un concorrente, e il più formidabile. Tonio non domandò altro, e partì con Fermo.

Giunti all’osteria del villaggio, seduti a tutto loro agio in una perfetta solitudine giacché la miseria aveva fatti sparire tutti i frequentatori di quel luogo di delizie, fatto recare quel poco che si trovava, vuotato un boccale di vino, Fermo con aria di mistero disse a Tonio: «Se tu vuoi farmi un picciolo servizio; io posso e voglio farne uno grande a te».

«Parla, parla, comandami pure», rispose Tonio, versandosi da bere, «oggi andrei nel fuoco per te».

«Tu sei in debito di venticinque lire col signor curato per fitto del suo campo che lavoravi l’anno passato».

«Tu sei sempre stato un martorello, Fermo: non sai che all’osteria non si fa menzione di debiti? Ecco, io mi sentiva una voglia che sarei andato nel fuoco per te, ma con questo discorso tu mi hai fatto passare tutta l’allegria, e quasi non ti son più obbligato».

«Se ti parlo del debito», rispose Fermo «è per darti il mezzo di soddisfarlo. Eh! non ti farebbe piacere? saresti contento?»

«Contento? per diana se sarei contento. Non pel curato vedi: ma per togliermi la seccatura: se la faccenda continua così non potrò più andare alla Chiesa: non mi vede una volta che non me ne gitti un motto, o almeno almeno non mi faccia un cenno con quella sua brutta cera. E poi e poi, egli si tiene in pegno la collana d’oro di mia moglie; e prevedo che quest’inverno se l’avessi, la cangerei in tanta polenta; non in vino», e qui fece un sospiro, «in polenta. Ma...»

«Ma, ma; se tu mi vuoi rendere un servizio, io ti darò le venticinque lire».

«Il servizio è fatto» rispose Tonio; «non fa nemmeno bisogno che tu mi dica che cosa è».

Fermo, gli fece promettere sul bicchiere il segreto, e continuò:

«Tu sai che io sono promesso a Lucia Zarella. Il curato mi va cercando cento scuse magre per tirare in lungo: io vorrei spicciarmi. Mi hanno mò detto che presentandomi al curato con due testimonj, e dicendo io: questa è mia moglie, e Lucia: questo è mio marito, il matrimonio è bell’e fatto. M’hai tu inteso?»

«Tu vuoi ch’io venga per testimonio?»

«Appunto».

«Il matrimonio è fatto, è fatto», rispose Tonio baldanzosamente, versandosi un altro bicchiere di vino. «Così vi fossero molti tribolati come te, e in caso di spendere venticinque lire».

«Ma bisogna che tu mi trovi un altro testimonio».

«Bisogna che lo trovi io ah? io perché son più destro di te. Bene è trovato. Quel martoraccio di mio fratello Gervaso, farà quello che gli dirò io: basta che tu mi dia tanto ch’io gli possa pagar da bere; perché, a questo mondo, niente per niente: è un proverbio che lo sa anche Gervaso, lo sanno anche quelli che non sanno dire il Credo».

«Farò di più», disse Fermo, «lo condurremo qui a stare allegro con noi».

«Benone» rispose Tonio.

Fermo pagò lo scotto, ed uscirono quindi entrambi pieni di speranza; Fermo avvisò il compagno che si tenesse pronto per l’indomani sull’imbrunire; gli raccomandò di nuovo il segreto, quindi si avviò alla casa di Lucia, e Tonio alla sua cantando ad alta voce, come non aveva più fatto da molti mesi.

Ma in questo frattempo Agnese aveva penato in vano a persuadere Lucia. In tutto il tempo del desinare (il quale non era grazie a Dio più scarso dell’ordinario, perché tanto le donne, quanto Fermo erano dei più agiati del contorno) e dopo quando le furono ritornate all’aspo, Agnese pose in opera tutta la sua eloquenza, ma invano.

Lucia rispondeva sempre con un dilemma senza però saperlo presentare in forma: «O si può fare», diceva, «e perché non dirlo al padre Cristoforo? o non si può fare, e non si deve fare». Non già che questo rifiuto non fosse più amaro a Lucia che lo proferiva che alla madre; ma Lucia non avrebbe voluto per nulla al mondo far contra la sua coscienza. «Abbiamo bisogno più che mai», diceva ancora, «dell’ajuto di Dio, e se facciamo ciò che non istà bene, come lo potremo sperare?» Così spesero tutto quel tempo in argomentazioni; e uno che le avesse intese disputare, e tornar da capo ognuna a ripetere le stesse ragioni, avrebbe potuto credere che la fosse controversia fra due dotti, piuttosto che disputa fra due donnicciuole.

Fermo giunse che si disputava tuttavia. Ma Agnese, alla quale allora premeva più di sapere che di parlare, «ebbene Fermo», disse, «avete trovato il bandolo? Dite, vediamo un po’».

Fermo snocciolò tutto il disegno; e terminò con un «ahn!» interiezione milanese la quale significa: sono o non sono un uomo? si poteva trovar di meglio? ve lo sareste aspettato? e cento altre cose simili.

Agnese crollò il capo, e disse: «non avete pensato a tutto».

«Che ci manca?» rispose Fermo, punto, e spaventato nello stesso tempo.

«E Perpetua?» gridò Agnese; «e Perpetua? non avete pensato a Perpetua. Come volete ch’ella vi lasci entrare dal curato? Pensate s’ella non avrà ordini severissimi di tenervi lontani più che un ragazzo da una pianta di pomi maturi. Come farete ad ingannare Perpetua?»

«Povero me! non ci ho pensato, io».

«Sentite, se non ci fosse altra difficoltà, a Perpetua ci penso io», rispose Agnese, la quale giacché l’iniziativa gli era stata tolta, era almeno contenta di mostrare che era necessaria la sua sanzione. «Ecco come la cosa si dovrebbe fare. Sull’imbrunire, capite bene che quella è l’ora giusta, Tonio va alla porta del curato, picchia, viene Perpetua, Tonio le dice di avvertire il curato ch’egli è lì per pagare. Voi altri due intanto vi apparecchiate dietro l’angolo della casa a man sinistra. Quando Perpetua torna per aprire a Tonio, io mi trovo sulla porta, e quando Perpetua ha detto a Tonio: — andate su —, io mi mostro a Perpetua, la chiamo, e le dico queste parole magiche: — ho da parlarvi di quel tale affare. — Con quest’amo vedete io la tiro con me dalla destra fin dove voglio; ma basterà che io l’allontani tanto che voi possiate pian pianino introdurvi nella porta lasciata aperta da Tonio, e tenergli dietro pian pianino per le scale, e poi fermarvi nella stanza vicina a quella dove sarà il curato, ed essergli addosso poi nel momento opportuno». Agnese chiuse il discorso alla sua volta con un «ahn?» prolungato in aria di trionfo, levando il mento, ed avanzando la faccia verso Fermo.

«Benedetta voi...!»

«Mah!» interruppe Agnese: «tutto questo serve poco, perché Lucia si ostina a dire che è peccato».

Fermo pos’egli pure in campo la sua eloquenza: fece mille interpellazioni a Lucia, e rispose sempre egli per mostrare che i dubbj di essa erano vani: ma Lucia fu inconcussa.

«Sentite», diss’ella, «fin qui abbiamo fatto tutto col timor di Dio; proseguiamo a questo modo, e Dio ci ajuterà. Io non capisco tutte queste vostre ragioni: vedo che per far questa cosa bisogna camminare a forza di bugie, di nascondigli. No no Fermo: io voglio esser vostra, ma colla fronte scoperta, il bandolo lo troverà la provvidenza».

La disputa, come era da supporsi, divenne generale. Fermo insisteva rimproverando Lucia di poco amore, e ripetendo i suoi argomenti con una forza e una amarezza sempre crescente: Lucia addolorata, tenera, ma ferma li ribatteva singhiozzando, ed Agnese predicava all’una, dava sulla voce all’altro secondo l’occasione. Tutt’ad un tratto, un calpestio affrettato di sandali, e un romore di tonaca sbattuta, somigliante a quello che produce in una vela allentata il soffio ripetuto del vento, annunziò il Padre Cristoforo. Si fece silenzio, e Agnese ebbe appena il tempo d’imporre sotto voce a Lucia di non dir parola del disegno contrastato.