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Cristina Trivulzio Belgioioso

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Coethe non voleva vedere gli amici moribondi o morti perchè le trasfigurazioni dell’ultima ora gli guastavano l’imagine che serbava di loro vivi e fiorenti. Noi non vogliamo vedere l’effigie della principessa Belgioioso guasta dall’età e dalla malattia; ma l’imagine di lei, giovane, bella, attraente, l’idolo dei più spiritosi e dei più eleganti.

Cristina, figlia di Gerolamo Isidoro, Marchese Trivulzio, era nata il 28 giugno 1808. Nel 1824 sposò il principe Emilio di Barbiano e Belgioioso, giovane bellissimo, di spirito e valente nella musica. Ella ebbe tutte le grazie della femineità e tutta la forza e l’energia dell’intelletto virile. Fece [p. 226 modifica] forti studi. Nel 1846 pubblicò senza nome l’Essai sur la formation du dogme catholique. Nel 1848 prese parte all’insurrezione di Milano. Bandita e sequestratele i beni, si trasferì a Parigi, dove i più gran letterati, Mignet, Agostino Thierry, ecc., la corteggiarono. Scrisse nella Libérté de penser. Nel 1850 pubblicò nel National i suoi Souvenirs d’exil, dove ci ricordiamo la burlesca frase sul Massari, tromba del Gioberti: la lèvre enflèe d’emphase, la bouche macaronique. Nel 1851 pubblicò le Notions d’Histoire à l’usage des Enfants. Datasi poi a lontani viaggi, ne pubblicò relazioni nella Revue de deux Mondes. Di qua uscirono i suoi volumi. Asie mineur et Syrie 1868. 'Scènes de la vie turque. Emina, Récit turco-asiatique, Leipzig 1856.

Venutane l’amnistia di Francesco Giuseppe ella rientrò nei suoi beni. Liberata la Lombardia si ricondusse in Milano, dove continuò a scrivere. Ella pubblicò l’Histoire de la Maison de Savoie nel 1860.

Un nostro amico ne parlò così:

«La fortuna di Casa Savoia, che ha intrecciati e immedesimati i suoi progressi al sorgere ed all’ampliarsi del Piemonte, la mesce e congiunge ora al rinnovamento ed alla ricostituzione d’Italia. Così confusi i destini della dinastia e della patria, diventano indissolubili. Questa felice unione, in cui mette capo la storia di Casa Savoia, fa credere ad una sua missione provvidenziale; e la principessa di Belgioioso, al lampo di quest’idea, ripercorre la serie dei tempi, da Umberto Biancamano a Vittorio Emanuele II. Certo, nel corso di questi otto secoli, la divina missione di far l’Italia poteva credersi meglio commessa a Venezia, o a qualche [p. 227 modifica] principe militare, o anche all’oltrepotenza papale; ma poiché i papi non potendo far l’Italia per sé, impedirono, come già fu notato, che altri la facesse, poiché Venezia trovò opposizione più nel volere degli Italiani che nelle contrarietà del fato, e i principi non dovevano riuscire che ad agglomerazioni parziali, è notevole che ad un capo d’Italia si allevasse una razza di forti ed avveduti signori, i quali, stretti e combattuti tra la potenza austro-spagnuola e la francese, non solo riuscissero a vivere, ma a crescere, e tratti dal loro interesse ad allargarsi nel nord dell’Italia, potessero in processo di tempo attrarre anche il centro ed il mezzogiorno.

Qualunque sia il giudizio che si voglia portare dei destini di Casa Savoia fino allo scorcio del secolo XVI, è certo che da Enrico IV data la politica italiana di lei; l’idea delle annessioni lombarde, che dovea, col volger dei tempi, allargarsi al concetto delle fusioni parziali, e poi, arridendo il cielo, all’unione di tutto il paese.

Osservano alcuni che queste teorie, le quali non sono che la formula dei fatti finali, non sono d’una alta filosofia, nè storica, nè morale; ma piuttosto son d’alta poesia; e scusano l’Eneide della Roma grande e potente. La serie dei fatti per più di cinque secoli è così indifferente che la stessa autrice non la pone neppur sul letto di Procuste per allungarla o scorciarla a suo uopo. La serie susseguente è più chiara; tuttavia l’autrice nella degenerazione della dinastia spodestata ed esule in Sardegna, per le vittorie francesi, e restaurata, ma non rinsavita, per la caduta dell’Impero, è costretta volgersi alla riserva che la Provvidenza aveva provvisto all’Italia nel ramo collaterale dei Carignano; e nei pentimenti [p. 228 modifica] e nelle penitenze del primo rappresentante regio di questo ramo esser larga d’assoluzioni in favore della teorica. Nè tutto è falso in queste osservazioni; e nell’essenziale la teorica regge. — Regge per l’ambizione della Casa di Savoia, che potè incarnarla in un fatto diplomatico di gran rilievo, nei patti dettati dall’alto cuore di Enrico IV; regge per la virtù militare ch’ella tenne viva in Italia e che fin dal seicento fu la gloria e la gioia dei patrioti italiani; regge per le prime adesioni di Carlo Alberto all’idea patria, per l’ardire di due guerre non in tutto il lor corso infelici e sempre gloriose; regge pel suo martirio; regge perla fede e il valore del figliuolo. Anche noi crediamo con l’autrice, che nella leggenda italiana Carlo Alberto sarà un giorno un gran santo.

La principessa Belgioioso ha troppo ingegno e valore da fare del racconto uno sviluppo sistematico del suo principio.

Ella si lascia andare alla corrente dei fatti, e così i politici come i militari le vengono descritti con evidenza e rara efficacia. Ai momenti solenni in cui l’italianità dei fini di Casa Savoia emerge più chiara, ella li nota, tornando tosto all’incanto delle sue narrazioni, che ci rinnovano una storia cento volte detta. Un arguto scrittore, che tiene del Carlyle, Carlyle un poco annacquato, ha preso lo stesso assunto che la principessa, e si fece lodare poco in Inghilterra e nulla in Italia. Egli non ha saputo vedere e rendere il drammatico dei fatti, nè ha penetrato molto a fondo le loro ragioni.

Clorinda ha vinto Tancredi. Ma in questa donna si accoppiano con mirabil tempre l’affetto, l’immaginazione e la perspicacia.

La Principessa ha il dono del raccontare. Ella, come la [p. 229 modifica] Gloricia ariostesca, disegna in terra una nave, e la fa levare, nella più splendida pompa e gloria a’ suoi incanti.

Uno dei punti che l’autrice aveva naturalmente a porre in rilievo si erano i parallelismi della politica francese-sabauda. Ella non vi ha rimesso nulla della sua sagacia, nè della sua indipendenza, per l’affetto ch’ella professa al paese che le ha dato la gloriosa naturalità delle lettere. Esaltando la gran mente di Enrico IV, ella biasima acerbamente Richelieu, che si mostrò meschinamente invido ed oppressivo in Piemonte; giudica bene e male Luigi XIV, secondo che bene o male si condusse con noi e mostra in tutto un animo italiano, non pregiudicato, ma sincero e inflessibile. L’assedio di Torino è narrato da lei con l’affetto che si farebbe l’assedio di Roma o di Venezia ai dì nostri: ed ella saluta con gioia la sconfitta dell’armi francesi; ma con delicatezza e finezza femminile spiega il loro sgomento in un modo che lascia intatta la degna e giusta fama del loro valore. Abbondano le pagine di finezza donnesca e di senno virile; doti assai dispari, e non facili a rinvenirsi neppure in grandi ingegni di donne, che, filosofando, echeggiano le dottrine di uomini ampollosi e mediocri.»

Secondo Balzac, ella fu il modello dello Stendhal, Enrico Beyle, per la duchessa di San Severino nella Chartreuse de Parme.

Morì il 5 luglio 1871.