Donne illustri/Donne illustri/Caterina Cornaro

Caterina Cornaro

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CATERINA CORNARO


REGINA DI CIPRO







CCacque il giorno di Santa Caterina, nel 1454, in Venezia, da Marco Cornelio o Cornaro, pronipote di Marco, doge morto nel 1367, e di Fiorenza, figlia a Valenza e a Niccolò Crispo, duchi dell’Arcipelago. Stette in educazione presso le religiose di San Benedetto di Padova da’ più teneri anni fino al 1469, quando, fra settantadue delle più illustri ed avvenenti donzelle venete, fu eletta sposa da Giacopo Lusignano XIV re di Cipro, di Gerusalemme e di Armenia, legittimato figliuolo del re Giovanni e di Maria Patrasso, dama cipriota. Ai pregi della giovane si aggiungevano gli obblighi di aiuti e sussidii che il re teneva col padre e collo zio di lei Andrea, stato veneto uditore in [p. 106 modifica] Cipro, e l’abbuono che con tale occasione gli faceano di un grosso lor credito. Il Senato dichiarò sua figlia la Caterina, assegnandole in dote centomila ducati d’oro.

Il Doge andò a levarla di casa in sul Bucintoro, e la accompagnò fino al Lido, e sulle galee della Repubblica, con seguito veramente reale e con gli araldi del re Giacopo, partì per Famagosta, metropoli di Cipro.

Dopo un viaggiò, per varie fortune di mare, lungo e periglioso, ella giunse nell’isola, e fu con gran plauso e festa incoronata regina. La Repubblica aveva con quest’occasione contratto una lega a perpetua difesa del re e del regno, ed a suo rappresentante v’era ito Domenico Gradenigo.

Caterina, mortole il marito nel 1473, non senza sospetto di veleno, ed orba di due figliuoletti, l’uno estinto in vita del padre, l’altro nato postumo e campato poco, regnò quattordici anni assoluta signora; sebbene travagliata da tempeste interne ed esterne, suscitate specialmente da Carlotta sua cognata, moglie di Lodovico, figlio del duca di Savoia. Non solo il patrocinio veneto, ma l’amore dei popoli soggetti, l’aiutò a reggersi. Se non che, stanca, nel 1486, abbandonò Cipro, e col fratello Giorgio tornò in Venezia, ove fe’ dono e solenne cessione del suo regno, nella Basilica di San Marco, al Doge.

Il Senato, in riconoscimento del dono, investì la famiglia di lei di quattordici casali in quell’isola col nome di Commenda piccola, e poco stante, vacando la Commenda grande, di molti altri che v’eran compresi. Concesse a’ discendenti di lei d’inquartare l’insegna lusignana nelle loro arme. Nel 1489 andò a Fratalonga, ampia strada alla radice de’ colli [p. 107 modifica] prasolani, per vedere l’imperatore Massimiliano, che passava di là, andando da Milano a Vienna; e in quell’incontro le piacque tanto il luogo d’Asolo, che lo chiese al Senato, il quale le diede la sovranità della città e del territorio il 20 Giugno 1489, con l’annuo assegno vitalizio di cinquanta libbre d’oro, oltre il dono di altre dieci fattole nell’atto della cessione. Ella vi andò l’Ottobre di quell’anno, pomposamente accompagnata da quattromila e più persone. V’instituì una Corte. Avea ottanta persone a servirla; dodici damigelle, dodici paggi; a caudatario avea un nano che le era carissimo. Si vuole aggiungere i curiali, deputati all’amministrazione della giustizia, e gli ufficiali per l’esazione dei tributi. Una compagnia di soldati della Repubblica stava a sua difesa. Soscriveasi: — Regina di Cipro, di Gerusalemme ed Armenia, e signora di Asolo. — Vi dimorò interrottamente circa ventun’anno, passandosela tra feste, giostre e caccie, ma insieme attendendo a governare con equità e giustizia; e parecchie sue belle decisioni in causa civile furono raccolte dal Pampuri. Vi fondò un Monte di Pietà, ad istigazione di Bernardino da Feltre, grande oratore, che nel 1490 avea predicato in Asolo.

Per le traversie sopravvenute alla Repubblica dalla Lega di Cambrai, ella dovè rifugiarsi a Venezia. Cessati i gravi pericoli, ritornò, ma per poco; non credendosi sicuro il luogo dall’impeto dalle scorrerie nemiche, si ricondusse in Venezia, ove morì il 10 Luglio 1516, in età di anni cinquantaquattro o cinquantasei nel palazzo del fratello Giorgio, allora procuratore di San Marco, posto nella contrada di San Cassiano. — Il dì appresso, il suo corpo fu [p. 108 modifica] imbalsamato, e tre giorni dopo, per un ponte fatto apposta sul Canal Grande per abbreviar la strada, che tutta era parata a lutto, fu con isplendida pompa portato e seppellita nella chiesa dei Santi Apostoli, già edificata dalla pietà delle famiglie Cornaro ed Erizzo. Nel 1663 venne trasferito nella chiesa di San Salvatore. — Il Navagero disse l’orazione funebre.

Parecchi bei ritratti si citano di Caterina; l’uno, e fu quello mandato ad innamorarne il re di Cipro, era opera di un Dario da Trivigi. Ella aveva allora dai quattordici ai quindici anni. Il Corbeltaldo, rifatto dal Carrer, dice miracoli della bellezza di lei: la fronte pari ad un chiaro cielo; guancie, rose vermiglie; le labbra, coralli; i denti, perle; il collo, neve; le ciglia, nere, vaghe, lucide; gli occhi due stelle. Dal velo che non bene lo copriva, tralucea il colma e ben tornito seno — le chiome d’oro — avvolte in rete pure di color d’oro. Più tardi queste bellezze dell’adolescenza scemarono un poco per la statura traente al piccolo male accompagnata ad un corpo alquanto pinguetto (Carrer); ma gli occhi sfolgoravano più vivaci che mai: e la festività della sua indole, l’amabilità del suo conversare, l’affabilità unita alla dignità del suo tratto, la liberalità e cortesia dell’animo che si specchiava nella bontà del sembiante, il culto dei piaceri onesti e gentili, alternato con l’amore e lo studio dei libri santi, l’eleganza aliena da ogni pompa, il genio alla poesia e all’arti belle le crescean tal leggiadria e vaghezza che ciascuno era preso e fu degna che un libro famoso, gli Asolani del Bembo, si denominasse dal suo vago e piacevole castello e prendesse occasione dalle feste ch’ella vi celebrò il 1494, per le nozze di una sua cara damigella. [p. 109 modifica]

Il Predari, che ne tratteggiò la vita, cita un sonetto che, secondo alcuni, ella indirizzò ad un gentiluomo veneziano, del quale era fortemente innamorata. Il Carrer tocca delle voci corse dei suoi amori con Pandolfo Malatesta, il quale, ceduto Rimini alla Repubblica, ne avea avuto in cambio il castello di Cittadella, e pertanto le era vicino. Ma pare più vero che egli amoreggiasse con una cameriera di lei per nome Fiammetta. Veramente la Cornaro, così bella, anche matura, come appare dal ritratto che diamo da quello del Tiziano, visse in casta vedovanza, sempre vestita a nero, campeggiando tra quelle nere spoglie il candore delle carni (Ridolfi) e secondo il grazioso costume delle veneziane, senza affettata ritrosia o noioso pinzocherume; ben diversa da quell’altra figlia della Repubblica, che morì granduchessa, ma con nome macchiato.