Discorsi, e lettere/Continuazione del precedente Discorso intorno agli Esercizj convenienti alle Nobili Donne

Continuazione del precedente Discorso intorno agli Esercizj convenienti alle Nobili Donne

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Continuazione del precedente Discorso intorno agli Esercizj convenienti alle Nobili Donne
Discorso intorno agli esercizi delle antiche donne Discorso intorno allo Spirito delle Donne
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Continuazione del precedente Discorso intorno agli Esercizj convenienti alle Nobili Donne.


AVendo io, come ben vi dee sovvenire, valorosi Compagni, nell’altra mia tornata esposto, il meglio ch’io seppi, qual si fosse l’uso de’ lavorieri appo le Nobili Donne de’ vecchi tempi; ora non isconvenevol cosa mi sembra il proseguire il mio Ragionamento trattando di ciò, che alla mia condizione, e al mio sesso appartiene, giacchè secondo il proverbio, Fabri fabrilia tractant: ognuno dee ingegnarsi di far parola di quelle cose, che non solo non può ignorar senza colpa, ma deve anzi per proprio esercizio adottare. Adunque siccome ho dimostrato, il tessere, e filare essere stato il mestiere usitatissimo, pel cui mezzo quelle valorose Donne gran fama, e appresso de’ Saggi estimazione si meritarono; così al presente intendo esporvi l’opinion mia intorno al cucire, e al ricamare, della cui cognizione vorrei principalmente, le vostre gentili Donne fossero corredate. Ma qual di queste due occupazioni anteporre si debba, e come a Nobil Femmina esse convengano, permettete, che ad esaminare mi faccia. L’uso del cucire quanto utile apporti alla famiglia, [p. 10 modifica]chi di voi non è Anacoreta, quantunque alieno dall’accudire alle donnesche faccende, ben potrà dirlo, avvegnachè tutto dì necessariamente sotto gli occhi ne abbiam l’esperienza; mentre se nella propria casa la giubba, od il farsetto non si cuce, almen le camicie, e mille altre opportune cose sì per l’uomo, che per la donna fa di mestiere vederli cucire, senza le quali od il secolo dell’Oro, allora quando ogni sorta di persone di semplici ferine pelli la loro nudità ricopriva, dovrebbe fare ritorno, o noi non avremmo di che vestire le nostre membra. I pannilini a che uso sarebbon eglino, se coll’ago non si desse loro l’ultima mano? in somma in ogni sorta di drappi, o perchè al corpo si adattino, o perchè a qualunque s’è addobbo servire possano, viene in ajuto la tanto necessaria opera del cucirli insieme, ond’anco gli sdruciti, e logori si rassettano. Commendabile è in vero il ricamo, e a’ nostri giorni in tanto pregio salito, perciocchè sì belle, e magnifiche cose rappresenta a’ nostri occhi, uomini, ed animali, frutta, e fiori di ogni foggia, a tale, che meravigliosamente vale ad arricchire i vestimenti, ed addobbare le abitazioni; nulladimeno siccome tal lavorio non è assolutamente bisognoso al viver umano, così senza la cognizione di quello la Donna di famiglia potrà comparire per tale, purchè a lei del cucire non manchi l’arte. Buona nave, diceva Seneca, non si reputa quella, che pinta di preziosi colori ha il rostro d’argento, ma sì bene quella, che stabile e ferma ubbidisce al vento; nè buona [p. 11 modifica]spada è quella, cui il pendaglio sia di oro coperto, e fornito a gemme il fodero, ma bensì quella, che punge, e taglia per ogni verso. Così dove Seneca da ciò induce, che nell’uomo deesi attendere non quanto sia ricco e agiato ma quanto sia retto, e giusto; anche della Donna forse dir si potrebbe, che poco rileva, ch’ella sol servi all’esteriore ornamento, quando al bisogno della famiglia non vale a riparare. Pur troppo è necessario, che molte cure domestiche si raggirino pel capo delle femmine; quindi anco per questo il mestier del cucire sembra più opportuno, come quello, che nel mentre esso si esercita, lascia però campo alla mente di poter rivolgersi a più altre domestiche cure, quando all’opposto il ricamo così la mente occupa, che a quel solo deve intendere chi a perfezione vuoi condurre il lavoro. Il perchè di altissima lode fu degna Isabella moglie di Ferdinando Re di Spagna, la quale, come s’impara dal Dialogo di M. Lodovico Dolce1, volle, non che sdegnasse, che le quattro sue figlie nell’arte del cucire venissero istruite. E insino a qui basti l’aver narrato de’ vantaggi del cucire; facciamci ora a dire, quando a voi increscevole non riesca, alcuna cosa intorno al ricamo per vedere se un tale impiego più per avventura s’adatti alla condizione delle Nobili Donne, non ostante tutto quello, che abbiam detto di sopra. Or qui convien supporre, che di quest’arte eziandio abbisogni il [p. 12 modifica]Mondo, avvegnachè egli è impossibile indurre gli uomini ad abbandonare ogni lusso contentandosi soltanto del necessario a sostenere la vita. Supposto dunque che una tal arte esister pur debba, e chi non vede, l’esercizio di questa alle gentili mani delle Nobili Donne meglio appartenere? Richiedendo primieramente una tal arte non tanto l’impiego della mano, quanto l’attenzione della mente, ecco che viene per tal modo ad aprirsi ampia via per salire in molta fama; imperciocchè questa vaghissima arte si paragona alla pittura per modo, che volendo dinotare il ricamo solevano gli antichi valersi dell’espressione acu pingere. Ora se moltissimi uomini immortal nome s’acquistarono per mezzo della pittura, come non potranno per mezzo del ricamo, perfettamente esercitato, egual nome pretender le Donne? Se ognuno di voi mi accorda essere la Donna oltre modo vaga di gloria per natura, chi mai dirà non doversi riserbare alla Nobile Donna così bel mezzo di giungere a quella? In oltre essendo, come già dicemmo, necessario al ricamo non solo l’opera della mano, ma tuttavia quella della mente, si viene coll’esercizio del medesimo a impedir lo svagare a’ pensieri di ozio, e a compiacenze di vanità. Più ancora col ritenere, che faccia la Nobile per se il ricamo, lascia libero campo d’impiegarsi nel cucire a tante mercenarie costrette a procurarsi il vitto colla propria industria, giacchè tolta è fra noi la schiavitù degli antichi, per la quale già infinite persone venivano da’ proprj padroni sostentate. [p. 13 modifica]Ultimamamente mi giova far osservare, che, se Isabella fece ammaestrare le sue figliuole nel cucire, essa pur fece loro insegnare l’arte del ricamo, come lo stesso Dolce asserisce. Che perciò volendo io por fine al ragionare, soggiungerò brevemente quanto intorno a tutto ciò me ne pare, ed è, che sì nell’uno, che nell’altro mestiere le Nobili Fanciulle si debbano ammaestrare. Nel cucire perchè sappiano almeno sopraintendere utilmente alle lavoratrici col dar loro gli opportuni avvertimenti, e, quando d’uopo sia, sovvenir anco colle proprie mani al premuroso bisogno. E nel ricamare, perchè abbiano degna, e laudevole occupazione, con che mercarsi gloria, e far riparo a quel nemico dell’ozio, il quale siccome insidioso a tutti, così più infetto a chi abbonda di agj, sempre mai si dimostra.


Note

  1. Dialogo dell’Istruzion delle donne.