Dialoghi d'amore/NOTA/I. Vita di Giuda Abarbanel, detto Leone Ebreo

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NOTA NOTA - II. Opere filosofiche e poetiche dell'Abarbanel
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Intorno alla personalitá grande e feconda di Leone Ebreo scarse e oscure sono le notizie biografiche, come ristretta è la letteratura1: ché solo da pochi anni si è pervenuti a delineare e [p. 414 modifica]intendere il significato del suo pensiero, almeno nei tratti fondamentali; e questa, per non dir altro, è la prima edizione critica dell’opera sua, dopo quattro secoli. Scarsezza di documenti, oscuritá del testo, difficoltá di un’esegesi che richiede non minore conoscenza della cultura israelitica che del pensiero classico e cristiano e umanistico, spiegano fino a un certo punto l’oblio; ma non diminuiscono certamente l’interesse che può presentare un filosofo che fu il precursore del Bruno e dello Spinoza, uno scrittore che dominò col suo influsso la trattatistica sull’amore e l’estetica neoplatonica del Rinascimento, — e non giustificano giudizi frettolosi o superficiali o comunque in senso negativo2.

Giuda (Jehudah) Abarbanel nacque a Lisbona, probabilmente fra il 1460 e il 14653. Suo padre, dom Jsaac Abarbanel, disceso di una delle piú nobili famiglie israelitiche, era giunto all’alto ufficio di tesoriere e ministro del re Alfonso V: e portava il titolo di principe. Uomo di grandi capacitá pratiche, non minori delle doti speculative che fecero in séguito di lui uno dei piú insigni teologi dell’ebraismo, Isacco occupava certamente, intorno al 1480, [p. 415 modifica]un posto cospicuo nella vita portoghese4: e all’ombra di questa potenza, il suo primogenito Giuda crebbe e studiò e divenne, sui vent’anni, medico giá reputato. Il padre stesso lo ammaestrò del sapere talmudico, gli aperse i segreti dell’esoterica Kabbalá, lo avviò alla conoscenza della filosofia greca classica e della Scolastica araba, ebraica, latina: gli diede cioè le basi su cui egli doveva poi edificare il suo sistema sincretistico (Elegia I, v. 107). E di questo sincretismo offriva giá segni non dubbi la fiorente sinagoga di Lisbona, ma particolarmente l’insegnamento di Giovanni Sezira, amico intimo di Isacco e probabile maestro del figlio nella medicina e nelle scienze naturali5.

Se non che, nel 1481 moriva Alfonso V: e le sorti degli Abarbanel cominciarono a declinare. Il nuovo re, Giovanni II, se si giudica dalla tenace ostilitá con cui li perseguitò fin che visse e dall’odio con cui parla di lui Leone, non solo dovette adombrarsi della potenza di Isacco, ma nutrire per lui personale rancore. Nel 1483 Isacco, caduto in disgrazia e sospettato di aver preso parte a una congiura dei Grandi contro il re, fugge a Siviglia: e qui tosto lo raggiungono (1484) i tre figliuoli, Giuda, Joseph, Samuele. Alla corte di Ferdinando il Cattolico il padre ebbe tosto modo di impiegare la sua abilitá come intendente delle imposte e apprezzatissimo consigliere; impiego tanto piú necessario in quanto le sue fortune in Portogallo erano state confiscate. Giuda non trovò ostacolo neppur lui a rifarsi una larga clientela, e arrivò, a quel che pare, all’alto onore di essere scelto qual medico personale da Ferdinando e Isabella di Castiglia; cosí risiedette per otto anni tranquillo a Siviglia, dove prese moglie ed ebbe nel 1491 un figlio, a cui diede il nome del nonno. Qui, se non giá a Lisbona, egli stesso cominciò a farsi chiamare Leone, — appellativo abbastanza diffuso di chi portava il nome di Giuda6, e certo (se è lecita una piccola malignitá) meno sgradito alla sua clientela cristiana. [p. 416 modifica]

Nel 1492 un nuovo rovescio di sventura turba quella famiglia senza pace: gli ebrei sono cacciati dalla Spagna. Il re Cattolico, pur non curandosi di salvare Isacco, cerca di trattenere Leone Abarbanel, la cui arte medica gli è preziosa: ma il prezzo della salvezza è inaccettabile, poiché consiste nel lasciar battezzare il bambino. Leone, fermo nella religione de’ suoi padri, non si lascia piegare: trafuga il piccolo Isacco in Portogallo per mezzo di un amico, ed egli raggiunge il padre e i fratelli a Napoli, seconda terra d’esilio. Ma il bimbo non era per questo salvato: la zia che lo aveva ricevuto in tutela non riuscí a nasconderlo all’implacabile odio di Giovanni II, che lo fece custodire nelle sue prigioni. Nel 1495, re Manuel decretava a sua volta la cacciata degli ebrei non battezzati, il battesimo forzato dei bimbi: anche il figlio di Leone fu fatto cristiano e affidato, con molti altri, a un convento di Domenicani. Pare che, adulto, ritornasse alla sua religione, perché più tardi troviamo un nipote di Leone, che non potrebbe essere se non figlio di Isacco, ed era certamente giudeo confesso: ma che Leone abbia avuto pace al suo grande strazio riabbracciando il figlio prima di morire, è soltanto una sorridente ipotesi7.

A Napoli don Isacco Abarbanel e la sua famiglia arrivarono sulla fine del 1492: forse erano stati prima qualche tempo a Cartagena d’Africa8. Anche qui, in breve tempo, il vecchio Isacco [p. 417 modifica]divenne consigliere di Ferdinando II d’Aragona, Leone medico del re, Samuele mercante di larga fortuna. Il 24 luglio 1494 Alfonso II, a testimoniare da parte sua non minor favore, ordinava che «Juda Abramenel ebreo, figlio di don Isaac Abramenel», abitante in Napoli «col detto suo padre, la moglie e tutta la sua famiglia», venisse considerato a tutti gli effetti dal fisco e dalla dogana come cittadino napoletano, alla stregua degli altri ebrei e secondo i privilegi loro concessi da Ferdinando II: decidendo cosí a suo favore una lite che Leone aveva intentato al fisco (ostinato nel trattarlo, a tutto suo danno, come straniero) davanti alla regia Camera, e comminando una multa di cent’onze ai trasgressori della decisione9. In condizioni cosí liete, Leone potè a tutt’agio approfondire gli studi e le meditazioni predilette, assimilando quel che gli poteva dare la coltura ebraica d’Italia, — rappresentata principalmente da Elia del Medigo (1463-1498), il maestro di Pico della Mirandola, e da Jochanan Alemanno (1435 o ’38-1503), precursore del nostro nella teoria dell’amore, — la qual cultura era caratterizzata da un maggiore interesse per la tradizione cabalistica; e potè entrare in contatto con gli umanisti napoletani, ansiosi di penetrare nel mistero della «santa teologia degli ebrei» (basti citare il Pontano, l’Equicola, fra Egidio da Viterbo). La casa Abarbanel a Napoli, come a Firenze la casa di Jechiel da Pisa (con cui don Isacco fin dal Portogallo era stato in relazione epistolare), divenne un centro di cultura aperto anche ai «goim» (pagani): e ancora nel 1532 Samuele Abarbanel manteneva questa tradizione, poiché il Wittmannstadt vi udi conferenze sulla Kabbalá. A Napoli don Isacco compi e riordinò buona parte della sua opera di esegesi biblica e pose mano a nuovi commentari: Leone, di fronte alla splendida fioritura della mistica neoplatonica nell’ambiente cristiano, forse giá concepiva i Dialoghi d’Amore, che l’avrebbero fatto emulo del Ficino e di Pico10. Certo a Giovanni Pico egli fu noto, poiché se da un lato il «Leo Hebraeus [p. 418 modifica]vir insignis et celeber mathematicus» ricordato come inventore di un nuovo astrolabio nel trattato Contra astrologiam (IX, 8) della «fenice degli ingegni», non è il nostro11 ma Leone di Bagnols, ossia Levi Gersonides, d’altra parte il nostro pare che proprio a istanza di Pico scrivesse in quel torno di tempo la sua opera De coeli harmonia, dove forse erano inclusi quei canoni12. Ma piú tardi anche egli si vantava (Elegia, vv. 109-111) di essere entrato a discutere nelle accademie dei filosofi senza che nessuno riuscisse a tenergli testa.

Breve sosta nei travagli di un destino inquieto. Il 21 febbraio 1495 le truppe di Carlo VIII entrano in Napoli: gli Abarbanel, troppo legati agli Aragonesi, si allontanano in tutta fretta. Isacco dopo aver seguito Alfonso II in Sicilia fino alla sua morte avvenuta nel ’96, e dopo un breve viaggio a Corfu, trovò rifugio a Monopoli, e lá risiedette molti anni, intento solo (ché della politica ormai doveva essere stanco) al suo vasto lavoro di interpretazione teologica della Bibbia13. Leone si reca invece a Genova, con la moglie, per cercare un ambiente che potesse accogliere con favore la sua attivitá professionale. Liguria e Monferrato erano in quegli anni invase dagli ebrei profughi di Spagna, che un annalista genovese14 descrive laceri e smunti, pieni solo della loro tenacia: ma a Genova, non ancora scossa nella sua economia dalle recenti scoperte geografiche e dalle guerre d’Italia, c’era in quel momento posto per tutti. Segnatamente per i medici. Il 17 febbraio 1494 il governo della Repubblica inoltrava istanza al sommo Pontefice perché, secondo il desiderio quasi universale della [p. 419 modifica]cittadinanza, venisse concesso al medico giudeo Aron di esercitare la professione, in cui da due anni mostrava tanta dottrina e sapienza con beneficio di tutti i genovesi, e che ora una generale proibizione ecclesiastica veniva a impedire. Un altro giudeo, «fisico di buoni costumi e medico lodato», presentava con vive raccomandazioni Agostino Adorno al Marchese di Mantova, con una lettera in data 2 ottobre 149515. Né l’ambiente culturale era cosí modesto e oscuro come si potrebbe credere: Genova aveva partecipato agli interessi filosofici dell’Umanesimo con Battista e Antonio Fregoso, con Pietro e Bartolomeo Gentile Fallamonica, il quale proprio in quegli anni stava esponendo nei suoi Canti l’intero sistema lulliano; e nella biblioteca del grande annalista Agostino Giustiniani, vescovo di Nebbio, abbondavano i testi manoscritti dei filosofi greci, arabi, ebrei16.

A Genova, riuscito finalmente a godere di un periodo di profonda quiete, Leone pose mano ai Dialoghi d’Amore: e qui, come vedremo meglio fra poco, dovette stendere almeno le prime due parti dell’opera, che per la minore ampiezza del disegno si distinguono notevolmente dalla terza. Forse qui anche attese a ultimare l’altra sua opera, rimasta inedita e poi perduta, De coeli armonia. Ma nel 1501, dopo sei anni di vita solitaria e raccolta, Leone era chiamato di nuovo nel periglioso mare delle corti. Federico d’Aragona, recuperato da tre anni e ormai rassodato il trono avito, cercava di ricostituirsi intorno anche il vecchio ambiente di devoti alla causa aragonese: e voleva a Napoli gli Abarbanel. Sicché scriveva da Napoli in Castelnuovo, al 10 di maggio 1501, al capitano e alla comunitá di Barletta17.

Magnifici nobilis et egregii viri fideles nostri dilecti:

      havendo noi cari li dilecti nostri don Isach Abrauanel e maestro Leone phisico suo figliolo per le loro virtú et desiderando se transferiscano con la loro famiglia in questa nostra citá de Napoli ad nostri servitii, volemo che da ciascuno li sia havuto lo debito reguardo. Et perciò ve dicimo et ordinamo che in tutte loro occurrentie et expeditione de negotii li debeate prestare orane adiuto iusto et favore necessario et oportuno et [p. 420 modifica]permettere che se ne possano venire expeditamente senza esserli dato impaccio et molestia alcuna, non facendo al contrario, per quanto havete cara la gratia nostra.


È probabile che il vecchio Isacco, ormai tutto dedito alla contemplazione delle cose eterne, o non accettasse o si limitasse a una visita di ossequio: le stamperie ebraiche ormai aperte in Oriente gli offrivano modo di dare ampia divulgazione ai frutti delle sue diuturne fatiche, ed egli voleva usufruire a questo scopo di tutto il restante della sua vita. Cosi passò a Venezia, dove gli si offrivano le migliori possibilitá di attendere a un tale divisamento. Leone invece venne a Napoli, come pare; ma perché mai si trovava a Barletta, che il documento indica in certo qual modo come sua residenza? Proprio in quel torno di tempo la tolleranza dei genovesi verso gli ebrei si era voltata in severa intolleranza: il 5 aprile 1501 un proclama del governatore e degli anziani ordinava che «ogni iudeo o sia medico o non medico» debba portare un segno rotondo di «drapo giano» sul petto, il qual segno si possa palesemente vedere, «et sia epsa rotonditá larga saltem quatro digiti»; e tale obbligo veniva mpsto il 22 dello stesso mese anche alle donne giudee18. Vero è che ai medici si usava un certo riguardo, nonostante l’imposizione del segno d’infamia; perché anche quando negli anni successivi si arrivò a vietare agli ebrei di restare in Genova piú di tre giorni, un’eccezione era fatta proprio per i medici, purché avessero una concessione pontificia19. Ma giá nel 1507 perché Domenico Spinola potesse chiamare un medico israelita, evidentemente autorizzato all’esercizio della professione, occorreva un apposito permesso del governatore e degli anziani, e sotto le condizioni che non si fermasse a Genova piú di quindici giorni, che non prestasse le sue cure ad altri infermi, e che il signor Spinola si facesse rilasciare apposita licenza, per esser curato da un giudeo, dal vicario arcivescovile20. Il primo sentore di siffatti ordinamenti antisemiti fu sufficiente nella primavera del 1501 per indurre Leone alla partenza: ed è [p. 421 modifica]probabile che, andato presso il padre a Monopoli, lo inducesse a trasferirsi con lui a Barletta, dove poteva contare di esercitar l’arte sua con qualche profitto.

Quando venne, dunque, a Napoli nel 1501 per la seconda volta, Leone aveva giá un secondo bambino: ma questi morí, di cinque anni appena, nel 1504. Fosse a scopo di distrazione dalla nuova e dall’antica sciagura (Elegia I, vv. 76-80), fosse che il padre vecchissimo domandava il suo aiuto per la stampa delle proprie opere, in quello stesso anno lasciava la moglie a Napoli e si recava a visitare don Isacco a Venezia: e lá compose tre serie di distici dedicatori per i tre commentari talmudici del padre, pubblicati nel 1505-’06 a Costantinopoli. Ritornato a Napoli, che aveva lasciata sossopra per la sconfitta di re Federico e dei francesi al Garigliano e la conseguente caduta dell’ultimo Aragonese (e può darsi che anche queste vicende lo avessero indotto a un momentaneo allontanamento), trovò un nuovo protettore in Gonsalvo de Cordoba, liberalissimo verso i giudei, che lo nominò suo medico personale21. Ma nel 1506 il gran viceré, caduto in disgrazia e in sospetto, lasciava Napoli: e il governo diretto di Ferdinando il Cattolico vi si faceva sentire in tutto il suo peso. Per Leone Abarbanel, che era fuggito da Siviglia in quel modo e con quel rifiuto, non era prudente restare: e quindi eccolo a Venezia, ancora presso il padre, che muore nel 1508. Giá intorno al 1504 Leone aveva steso la splendida e desolata Elegia sopra il destino: e a Napoli è probabile che avesse anche recato a compimento il terzo dei Dialoghi, almeno nella sua ossatura fondamentale. Certamente a Venezia egli si dedicò, tra il 1506 e il 1509, ancora e intensamente alla filosofia. Un amico di suo padre, Saul Cohen, indirizzando da Candia a Isacco (1506-’07) dodici questioni filosofiche, domanda anche il parere di rabbi Jehudah, del quale ha udito che «si distingue nello studio di tutta la filosofia greca, diretto a penetrare nel sistema del Filosofo (Aristotele), e inoltre segue una singolare via di profonda investigazione, interpretando le sentenze sapienziali tramandate dall’antichitá in modo da scoprirvi parabole e allegorie»: come di fatti si riscontra nel II e III dei suoi Dialoghi. E Isacco, dopo avere in particolare sottoposto al figlio la decima di quelle questioni, sulla materia originaria, [p. 422 modifica]rispondeva all’amico, con paterno compiacimento: «Jehudah appartiene indubbiamente ai piú valenti filosofi d’Italia dei nostri tempi. Ed egli pensa che le opinioni di Ibn Roschd [Averroe] contennero maggior copia di ambiguitá e di inesattezze che tutte le altre. Secondo il suo proprio parere, la prima materia è la corporeitá, ed egli ne addusse prove dal V libro della Metafisica di Aristotile: ma siccome io non sono di questo suo parere, non l’ho rammentato»22.

Da questo momento scompare per un gran tratto nell’ombra: passò in quegli anni per Roma, dove una fonte attendibile ci racconta che i papi fecero sempre molte istanze perché si fermasse, al fine di godere della sua dottrina e della sua conversazione? Solo nel 1516 il suo nome ricompare, accanto a quello di un suo fratello, in una lista di Ebrei residenti a Ferrara. Nel 1520 attende personalmente a Pesaro alla pubblicazione di un’altra opera di suo padre, e vi prepone una lunga e bella composizione poetica in lode di lui23. Ma ecco che il 28 dicembre 1520 un rescritto del viceré di Napoli Raimondo di Cordova, accolto e sancito dalla maestá imperiale e reale di Carlo V, nello stabilire la condizione giuridica e fiscale degli ebrei del Regno, porta al quinto item il nome di Leone, favorito con ampi privilegi:

Item mandamos que maestre Leon Abravanel medico y su casa y todos que son comprehendidos en su linage que tien particular no sean comprehendidos en este tributo, antes que sean reservados como a supernumerarios, y no paguen cosa alguna, antes que sean exemptos y francos; y que el dicho illustre Virrey le despache el privilegio necessario tanto de la francheza susodicha como que gozen de todos los susodichos privilegios, capitulos y facultates que gozaren los otrosjudios que estuvieren en el dicho regno en virtud de la presente capitulacion.

E il 15 maggio 1521 un nuovo rescritto esecutivo sullo stesso argomento, emanato da Francesco Ferdinando, ripeteva, in una con le altre, questa medesima disposizione24. [p. 423 modifica]

L’aura di tolleranza che riprese a spirare con l’ascesa al trono di Carlo V, aveva certamente ricondotto Leone alla diletta Napoli: e con lui o poco dopo vi ritornò anche Samuele Abarbanel la cui prospera casa fioriva ancora, come si è visto, nel 1532 e fiori almeno sino al 1540. Leone ebbe di nuovo grande fama e grandi onori: medico del viceré, riacquistò autoritá e clientela. Marin Sanudo c’informa che a lui affidò la sua salute minacciata e da lui fu risanato (marzo-giugno 1521) il cardinale di San Giorgio, Raffaele Riario: «maestro Lion hebreo medico del viceré» operava miracoli, perché a quel che sembra il reverendissimo era affetto da paralisi progressiva. In data 1° aprile, pur del ’21, il corrispondente napoletano della Serenissima informava altresí che, avendo richiesto dal pulpito un predicatore e stabilito senz’altro i magistrati dei «seggi» che anche a Napoli gli ebrei portassero la berretta gialla come a Venezia, gli ebrei si erano recati in corpo dal viceré a protestare, e proprio per l’autorevole intervento di maestro Leone questi aveva chiamati e biasimati i magistrati e il predicatore e vietata la pubblicazione dell’editto, che sarebbe stata in contrasto con le costituzioni regie25.

Questo è anche l’ultimo dato biografico che ci rimanga intorno a Leone. Dopo il 1521 nulla piú sappiamo di lui: fino al 1535, quando l’editore dei Dialoghi accenna a maestro Leone come cittadino del regno dell’ombre, e dunque giá morto26. Può riferirsi piuttosto agli ultimi anni, come vuole il Pfíaum, l’accenno giá citato dal Montesa a insistenze dei papi perché egli si trattenesse a Roma27, e indursi da questo altra prova per supporre un [p. 424 modifica]soggiorno romano dopo il ’21, a favore del quale milita anche, molto ipoteticamente, il fatto che a Roma poi si stamparono i Dialoghi per la prima volta28 e la fama di Leone vi durava ancora sotto Giulio III (1550-’55); ma non si può dire niente di piú. Una sola cosa si è detta, ma cade nel vuoto: ed è che Leone Ebreo si facesse cristiano. Una sola edizione, l’aldina del 1545 reca invero sul frontispizio la formula «Maestro Leone di natione hebreo et di poi fatto cristiano»: ma né l’edizione principe romana del ’35, né la prima aldina del 1541, né alcuna delle altre, e aldine e d’altri tipi, posteriori a quella del ’45 indicano questo particolare che pur sarebbe stato sempre importantissimo. Si tratta invece, evidentemente, di un ripiego usato per ottenere la licenza di stampa in un momento di eccessiva severitá della censura, o di incertezza sulla fortuna del libro. Né ad altra conclusione si può giungere, quando si rifletta alla ferma fede che aveva ispirato Leone nel rifiuto opposto al re Cattolico, alle esplicite e frequenti dichiarazioni giudaistiche dei Dialoghi e delle poesie (l’ultima delle quali è del 1520), alle vicende della vita di Leone in Italia, alla stessa freddezza con cui sembra aver fatto il sordo alle lusinghe dei pontefici. Certamente egli restò «de li fideli», cioè israelita osservante, fino alla morte: nessuna delle testimonianze cinquecentesche, tanto di scrittori ebrei che di cristiani, sulla sua vita e la sua opera, mostra di dubitarne29. E non ne dubitiamo neppur noi.

Note

  1. Un elenco degli studi che abbiano qualche importanza, comprese le trattazioni generali e le opere di consultazione, può includere: Fr. Delitzsch, Leo der Hebräer (Charakteristik seines Zeitalters, seiner Richtung und seiner Werke), in «Literaturblatter des Orients», 1840, n. 4, col. 810-818; Carmoly, Hist. des mèdecins juifs (Bruxelles, 1845) e Ozar Nechmad (Wien, 1857); Münk, Mèlanges de philosophie juive et arabe (Paris, 1859; cfr. p. 522 sgg.) e art in Dict. des Sciences philos. del Franck; Geiger, Das Judentum und seine Geschichte, III (Breslau, 1871), p. 129 sgg.; Depping, Les Juifs dans le M. Âge (Paris, 1874), p. 494 sgg.; Menendez y Pelayo, Historia de las ideas esteticas en Espana, t. III, 1884 (3ª ed. Madrid, 1920, pp. 11-62), e Origenes de la novela t. I, p. cccxci; B. Zimmmels, Leo Hebräus, ein judischer Philosoph der Renaissance: sein Leben u. seine Lehren (Breslau, 1886), e Leone Ebreo: neue Studien (I. Heft, Wieu, 1892); B. Münz, Ein Philosoph der Liebe, in «Magazin für d. Literatur des In— u. Auslandes», 1887, n. 90 (rec. al libro dello Zimmels); Steinscheider, Leo Hebraeus, in «Wierteljahr-schrift f. Kultur u. Lit. d. Renaissance» (c. s.); L. Stein, in «Archiv. f. Gesch. der Philos.», III (1890), p. 108 sgg. (c. s.); H. Graetz, Geschichte der Juden (Leipzig, 1890), VIII Bd., cap. XIII, p. 324 sgg. e IX Bd., cap. I; E. Solmi, Benedetto Spinoza e Leone Ebreo, (studio su una fonte italiana dimenticata dello Spinozismo), (Modena, tip. Vincenzi, 1903); G. Gentile, rec. al libro del Solmi in «Critica», II, 1904, pp. 313-319, ristampata col titolo Leone Ebreo e Spinoza in Studi sul Rinascimento (Firenze, Vallecchi, 1923), pp. 96-106; B. Croce, Estetica (1903, p. 183; 6ª ed. 1928, p. 202) e La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza (2ª ed. p. 87); Id. Un documento su Leone Ebreo, in «Critica», XII, 1914; E. Appel, Leone Medigos Lehre über das Weltall, in «AGPh», 1907 (XX; n. F. XIII), pp. 387-400 e 496-520; Lorenzo Savino, Di alcuni trattati e trattatisti d’amore del Cinquecento, in «Studi di Letteratura italiana», X (Napoli I9I4);N. Ferorelli, Gli Ebrei nell’Italia meridionale dell’etá romana al sec. XVIII (Torino, Bocca, 1915), pp. 87 sgg., 225 sgg.; Joaquim de Carvalho, Leâo Hebreu filosofo (para a historia do Platonismo no Renascimiento), Coimbra 1918; C. Gebhardt, Spinoza und das Plalonismus, in «Chronicum Spinozanum», I (Haag, 1921), pp. 216-224; e Introduzione biografica alla riproduzione anastatica dei Dialoghi d’Amore (1924); G. Saitta, La filosofia di Leone Ebreo, in «Giorn. critico d. filosofia italiana», VI (1925), e per intero nel vol. Filosofia italiana e Umanesimo (Venezia, «La Nuova Italia», 1928, pp. 85-157); H. Pflaum, Die Idee der Liebe — Leone Ebreo (Tübingen, Mohr, 1926), con appendici di documenti e testimonianze, e Der Renaissance-Philosoph Leone Ebreo in «Soncino-Blätter, Beitrage zur Kunde des jüdischen Buches», I (Berlin, 1925-1926), pp. 213-221 (la monografia del Pflaum è stata rec. da B. Wiese in «Zeitschrift f. rom. Philol.», XLVIII, 1928, 1-2 hft, e da G. de Ruggiero, in «Critica», XXV, 1927, pp. 395-6). Altre citazioni si troveranno nel seguito di questa Nota, ma la bibliografia fondamentale si riduce agli scritti del Menendez y Pelayo, dello Zimmels, del Graetz, del Solmi, del Croce e del Gentile, dell’Appel, del Savino, del Ferorelli, del Carvalho, del Gebhardt, del Saitta e del Pflaum. Si veda anche la Jewish Enciclopedy, s. v. Abarbanel.
  2. V. per es. M. Rosi, Saggio sui trattati d’amore (Recanati, 1889), p. 58; Flamini, Il Cinquecento, p. 380; G. Semprini, I Platonici italiani (Milano, «Athena», 192Ó), pp. 102-103.
  3. Nel 1483, data del primo esilio, esercitava giá la medicina, ed era nella prima giovinezza (Elegia I, v. 5); aveva amato particolarmente re Alfonso V, m. 1481, (ib., v. 31). Cfr. Pflaum, op. cit., p. 56, n. 1. Il Graetz, scende addirittura al 1470 (op. cit., VIII, 369): ma questa data non si concilia con le altre. Il Solmi, (op. cit., p. 84, e n.), seguito dal Saitta, (op. cit., p. 85), ritiene che nel v. 83 dell’Elegia citata Leone stesso indichi, nel 1504-’05, di avere quarant’anni: e ciò, credo, per il possibile simbolismo della parola iamim («giorni» e «mari»), ivi ripetuta, in relazione con la lettera mêm, che vale numericamente 40.
  4. Cfr. sopra di lui Mai, Dissertatio hist. de origine, vita et scriptis Isaac Abarbanelii, Altford, 1708; M. Schwab, Abravanel et son epoque in «Archives Jsraélites», t. XXV, Paris, 1863; J. Guttmann, Die religionsphilosophische Lehren des Isaak Abravanel, Breslau, 1916. Edizione completa delle opere: Praga, 1831-’32, a cura del Landau. Biografia sincrona: Baruch Usiel Chaschetto, Vita di Isacco Abarbanel, premessa all’opera di quest’ultimo Ma’jenê ha-jeschu’ah («Fonti della salute»).
  5. Sul Sezira v. Carmoly, Osar Nechmad, II, 68 sgg. — L’esercizio della professione a Lisbona da parte del nostro è documentato dal Carvalho, op. cit., p. 13.
  6. Perché la tribú di Giuda è paragonata a un Leone nel cantico di Giacobbe (Genesi, 49, 9). Quando al nome di famiglia, Abarbanel è la forma vulgata, che ho preferita all’originaria forma Abrabanel (o Abravanel), perché più diffusa: ma la differenza tra queste forme è, in ebraico, solo di pronunzia. L’appellativo di Leone Medigo fece confondere (e fa da alcuno confondere tutt’ora) il nostro con Leone Sommi da Modena 11571-1641). (Cfr. D’Ancona, Teatro mantovano, in «Giorn. stor. lett. it.», 1S85, p. 49).
  7. Cfr. Pflaum, op. cit., p. 61. Il fondamento dell’ipotesi è nella trasmissione del ms. De coeli harmonia fino al nipote di Leone, come vedremo piú oltre; ma la trasmissione può essere stata indiretta. Secondo il Gerbardt, Introduzione cit., p. {sc|xiii}}, «pare che il figlio di Leone lasciò Napoli nel 1540-’41 quando Carlo V bandi definitivamente gli ebrei da Napoli, e che emigrò come la maggioranza degli ebrei napoletani in Turchia». Un altro nipote del nostro, Henrique Keruandez Abarbanel, figlio di sua sorella giá maritata nel 1483 a un José Abarbanel, si sarebbe trovato ancora a Lisbona nel 1512. — Per tutti gli avvenimenti sopra narrati, vedi l’Elegia I, vv. 24-29 e 36-39, e il Chaschetto, op. cit.; inoltre le notizie tradizionali raccolte dal Graetz. Queste fonti s’intendano del resto citate per tutti i punti della biografia.
  8. Il soggiorno a Cartagena è supposto, senza prove, dallo Schwab (art. cit., p. 168) e dall’Etheridge, The hebrew Literature, VI, p. 291. Che l’arrivo a Napoli risalga al 24 agosto 1492 è ugualmente un’affermazione dello Zimmels, L. H., p. 23 n., ripetuta dal Gebhardt, Introd., p. x. Per contro il Chaschetto, ci indica esattamente l’anno 5253 (iniziatosi il 22 settembre 1492), attraverso il simbolo di schenath gerim, «anno dei pellegrini», deve gerim vale in cifre appunto quell’anno.
  9. Il documento è riprodotto dal Pflaum, op. cit., pp. 146-147, e si trova nel R. Archivio di Stato in Napoli (Antica cancelleria aragonese, Commune della Sommaria, voi. 36, ff. 97-98). Cfr. Ferorelli, op. cit., p. 87 sgg.
  10. Cfr. Pflaum}, op. cit., pp. 64-75; U. Cassuto, Gli Ebrei a Firenze nell’etá del Rinascimento (Firenze, 1918), e anche La famiglia da Pisa, in «Rivista israelitica» del 1910; inoltre Kayserling, Geschichte der Juden in Portugal, p. 265, e Gudemann, Gesch. des Erziehnngsivesen u. der Kuttur der Juden in Italien (Wien, 1884), pp. 184 sgg.
  11. Come ancora crede il Saitta, op. cit., p. 88: ma giá il Munk dimostrò errata questa identificazione. Anche il Leone Ebreo ricordato dal Garzoni nella Piazza delle professioni, XXXIX, è probabilmente Levi ben Gerson (Solmi, op. cit., p. 85 n.).
  12. Vedi piú oltre, nel § II di questa Nota. Non sono però i nostri quell’Isaccius Abarbanel e Iochanam suo figlio, dei quali parla Francesco Pico (in Opp., Basilea, 1571, t. II, p. 1371; cfr. Zimmels, L. H., pp. 24-27 e Solmi, op. cit., pp. 84-85 n.). Ma la famiglia Pico fu probabilmente in relazione anche col Mariano Lenzi editore dei Dialoghi, come si dirá.
  13. A Monopoli nel 1497 egli compose anche il trattato escatologico giá ricordato Ma’yenê ha-jeschu’ah («Fonti della salute»), dove sostiene che il Messia è giá nato e che imminente è la redenzione (cfr. Pflaum, op. cit., p. 76).
  14. Senarega, Annali di Genova, in Muratori, RR. II. SS., XXIV, col. 531. Un’edizione critica di questo importante cronista prepara ora l’amico mio Emilio Pandiani, per la nuova silloge dei Rerum italicarum scriptores; il quale mi ha indicato cortesemente i documenti genovesi qui appresso citati.
  15. R. Archivio di Stato in Genova, Litterarum, reg. 36 e 37.
  16. Cfr. Caramella, Bartolomeo Gentile Fallamonica (Contributo alla storia del Lullismo nei primordi del Cinquecento), nella miscell. «Dante e la Liguria» (Milano, Treves, 1924), pp. 127-176.
  17. Riprodotto in Pflaum, op. cit., p. 147, dal R. Arch. di Stato in Napoli, Cancelleria aragonese, Collaterale commune, voi. 18, f. 143 v.
  18. R. Arch. di Stato in Genova, Diversorum, filza 57. Cfr. per maggiori particolari G. Rezasco, Del segno degli ebrei, in «Giorn. ligustico di archeol., storia e belle arti», XV e XVI (1888-’89).
  19. R. Arch. di Stato iti Genova, Diversorum, reg. 172 (14 marzo 1505).
  20. Ivi, reg. 175 (14 gennaio 1507). — Vedi, in generale,M. Staglieno, Degli ebrei in Genova, in «Giornale ligustico» cit., III (1876), 173-186 e 394-415.
  21. S’interpreta in questo senso il v. 79 dell’Elegia (I) sopra il destino. Cfr. Gebhardt, Introd. cit., p. XI, e Pflaum, op. cit., p. 82.
  22. Cfr. infatti Dialoghi d’Am., III, pp. 237 sgg. di questa edizione. La corrispondenza citata è in Sce‘eloth Scha‘ul («Questioni di Saul [Cohen]»), Venezia, 1574, pp. 4b e 20 b (tradotta in Pflaum, op. cit., p. 150).
  23. Gebhardt, p. xii; Pflaum, pp. 82-83. Il documento ferrarese è conservato a Haifa in Palestina.}}
  24. Croce, Un documento su L. E., cit.; Ferorelli, op. cit., p. 88. Il documento (R. Arch. di Stato in Napoli, Canc. aragonese, Comm. Somm., vol. 66, inter ff. 155-156; e R. Camera esecutoriale voi. 24, cc. 136-140) è riprodotto ora anche in Pflaum, op. cit., pp. 147-148.
  25. Marin Sanudo, I Diari, t. XXX (Venezia, 1891), coll. 90, 132, 133, 189, 256, 301. Cfr. Ferorelli, op. cit., pp. 88 e 225; Pflaum, op. cit., pp. 83-84 e 149.
  26. Mariano Lenzi a la valorosa donna Aurelia Petrucci, a p. 2, l. 13 di questa edizione. — Il Solmi, dopo avere nella sua monografia (p. 85) acceduto all’opinione generale, credette piú tardi (La data della morte di Leone Ebreo, in «Giorn. stor. lett. it.», LIII [1909], pp. 446-447) di aver trovato una data ben posteriore nella Scientiarum omnium Encyclopaedia dell’Alsted (Leiden, 1649; IV, 227) dove, sotto l’anno 1542, è scritto Leo Judae moritur. Ma questo Leo Judae è un riformatore protestante svizzero, morto a Zurigo appunto il 19 giugno 1542 (Cfr. Pflaum, op. cit., pp. 85-86). Cadono quindi le arbitrarie induzioni del Solmi, che Leone pubblicasse i Dialoghi sotto il falso nome di Mariano Lenzi, fingendosi morto per motivi di prudenza, etc. La stessa confusione fra le due personalitá si trova anche nel catalogo del British Museum (s. v. Abarbanel Juda).
  27. Carlos Montesa, pref. alla Philografia Universal..., de tos dialogos de Leon Hebreo, traduzida etc. (Saragozza, 1584): «El autor fué medico y muy docto en todas facultades, as quien los Pontifices que alcancò siempre hieieron mucha merced porque residiese en Roma y pudiesen gozar de su buena doctrina y dulce couversacion». Cfr. Pflaum, op. cit., pp. 84-85. Ma che questo dato si possa riferire meglio a prima che a dopo il 1520-’21 mi pare si possa inferire dal fatto che piuttosto Giulio II e Leone X che Adriano VI e Clemente VII furono capaci di tali libertá. In ogni modo il Montesa dice «i papi», in maniera ben indeterminata.
  28. Montesa, l. c.; «Porque fué en el tiempo que salió á luz de manos del autor la materia mas celebrada que en aquellos tiempos en Roma se vió ni oyó, por el buen crédito que el autor tenia».
  29. Sono da vedere tutte le testimonianze citate nel § seguente. Per la storia della questione Solmi, op. cit., pp. 27-28 tt.; Gentile, Studi sul Rinasc., cit., pp. 98-100; Saitta, op. cit., pp. 90-91.